July 28, 2017

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Codardi o solo superstiziosi in nostri Onorevoli? Come va interpretata la vergognosa presenza in Aula di soli venti deputati il 13 marzo u.s., data prevista per la sessione parlamentare dedicata al testamento biologico? Certo, la paura è difficile da vincere, ma per mascherare la superstizione avrebbero potuto fare ricorso a corni ed altri amuleti vari.

 

 

E invece niente! Come se la morte non li riguardi o sia un evento che, come il sonno, ti prende all’improvviso e dolcemente ti fa giungere nel posto che la religione di appartenenza ti ha do- viziosamente illustrato nel corso di un’intera vita.

 

 

Questi politici la pensano come lo scrittore Cesare Viviani quando in “Fu come un colpo improvviso di vento” dice: «Perché non pensarla così la morte?. Un improvviso colpo di vento. Pensare alla nostra esistenza come a un fiore che prima o poi viene reciso da una lama, senza dolore, senza terrore. Perché non assecondare, umilmente, la nostra partecipazione alla natura?».

 

 

Magari fosse così! Purtroppo, cari Onorevoli, la morte non sempre è uno sbarazzino colpo di vento primaverile. Spesso è una atrocità di cui si è inconsapevoli vittime. Ma questo voi lo sapete bene e qui ritorna il tema della paura. Sì, avete paura di prendere decisioni che, oltre a mettervi in crisi personalmente, finiranno per farvi perdere una parte dell’elettorato. Così prendete tempo, senza sapere che potreste voi stessi essere vittime di un sistema che si ostina a non regolare il fine vita.

 

 

Il fine vita, si badi bene. Ché in Italia i tempi non sono ancora maturi per affrontare il grande tema dell’eutanasia e del suicidio assistito. Quello, per intenderci, che ha costretto Dj Fabo a recarsi in Svizzera per ottenere ciò che nel nostro Paese è ancora allo stato di chiacchiericcio appena sussurrato per timore di rompere equilibri consolidati o ipocrite credenze religiose.

 

 

Ma perché, dopo millenni, questo problema si è affacciato alla ribalta in questi ultimi tempi? Non c’era anche tra gli Assiri o gli Egizi o i Babilonesi o i Greci la paura della morte? Certo che c’era. Ma quei popoli avevano i loro riti e, soprattutto, una saggezza (assurta poi a vera e propria filosofia di vita) grazie alla quale riuscivano a superare il timore e a considerare la morte uno dei tanti fatti naturali con cui abbiamo a che fare durante la nostra esistenza terrena.

 

 

Intendo dire che nell’antichità la morte è stata vista come un evento ineluttabile, necessario. Più che evitarla si discuteva sul come prepararsi a morire, come forma di saggezza che dà significato alla vita stessa che si è vissuta fino a quel momento. Platone, in “Apologia di Socrate” diceva: «Ma è già l’ora di andarsene, io a morire, voi a vivere; chi però di noi due vada verso il meglio è cosa oscura a tutti».

 

Questa è la grandezza del pensiero greco e, successivamente, romano. La morte in sé non creava alcun problema. La discussione, negli ambienti socialmente elevati, s’incentrava sul come si era vissuto e come prepararsi al grande salto. Il popolo, invece, non aveva nemmeno il tempo di pensare così alto, ma solo quello di vivere alla giornata sperando in una realtà migliore.

 

 

D’altro canto anche le morti “veloci”, in combattimento, non lasciavano troppo tempo per pensare. E poi c’erano i benefit ad essa legati: i campi ondeggianti di bionde messi, i torrenti in cui scorrevano latte e miele, la promessa dell’immortalità, l’assenza del dolore e stuoli di vergini pronte ad esaudire ogni possibile desiderio.

 

 

Nell’epoca moderna, invece, caratterizzata dal consumismo edonista, questo concetto positivo della morte è stato rimosso. Anche per effetto del grande progresso segnato da una medicina che sembra non avere più limiti davanti a sé.

 

 

In questa diversa situazione concettuale morire è ora considerato quasi un reato legato a un nuovo comandamento che si aggiunge ai dieci di millenaria memoria: il Divieto di morire!

 

Anche perché la morte, proprio per la presenza delle tecniche più avanzate e dei farmaci di ultimissima generazione, è preceduta da infermità e dolori insopportabili, degrado irreversibile del corpo e della mente, stadi terminali di patologie incurabili. Da qui il grido straziante di chi, mettendosi contro la Chiesa e lo Stato, non presta più ascolto a una scienza medica che sa rianimare e tenere in vita i corpi, prolungandone la durata biologica come insieme di funzioni organiche. Ma che si ostina ad ignorare che, al di sopra di tutto, c’è l’integrità e la dignità della persona.

 

Questo spiega il fenomeno delle morti spettacolarizzate, saccheggiate dai media e private del rispetto dovuto a ogni essere umano. Mi riferisco a quelle di Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro, Mario Monicelli e, ultimo in ordine di tempo, dj Fabo. Ma quanti sono quelli di cui non si conosce il nome? Quelli che una cronaca impietosa non è riuscita a portare alla ribalta?

 

 

A parlare di queste nuove problematiche sono scrittori e registi che non si preoccupano di andare contro corrente. Tra questi Andrea Tarabbia che nota come “La morte di Ivan Il’ic” di Tolstoj rappresenti allo stesso tempo una morte antica e moderna: quella antica che accetta il trapasso e ne fa un momento di possibile riconciliazione con sé, i propri cari, il mondo. E quella moderna che dipende dalla medicalizzazione fino a diventarne ostaggio.

 

 

E allora, cari (si fa per dire) Onorevoli, cosa aspettate a licenziare questo progetto di legge? Perché ogni giorno che si perde aumenta il rischio di arrivare alla fine dell’iter legislativo. Ma questo lo sapete bene, non c’è bisogno che ve lo ricordi.

 

Anche per rendere un po’ più leggero l’argomento mi piace ricordare un’espressione salentina la cui originaria accezione nulla ha da spartire con il problema del fine vita. Mi riferisco a VOGGHIAMMUERU, voglio morire. Seguito da una frase altrettanto scioccante: “Che vita è questa?”. Perché la vera vita la conosciamo tutti; purtroppo ce ne ricordiamo quando stiamo per perderla.

 

Ebbene, non c’è molto da ridere. Perché questo grido (esiste anche la versione gridata, infatti) l’ho sentito circolare più d’una volta nelle corsie dei nostri ospedali. E si trattava non di una semplice battuta ridanciana, così, tanto per deplorare le lungaggini di un ricovero, ma di una sorta di supplica elevata verso un misterioso interlocutore. Una supplica straziante di chi non ce la fa più a trascinarsi da un nosocomio all’altro o di sottoporsi a terapie che cangiano velocemente come il cielo di marzo.

 

Cari Onorevoli, avete la possibilità di zittire quel grido che voi, non salentini, non potete comprendere, ma che, vi assicuro, scende in fondo all’anima di chi l’ascolta rendendolo partecipe di una realtà che (ancora) non lo tocca. Ma che potrebbe toccarlo in futuro.

 

Purtroppo abbiamo bisogno di voi, Onorevoli, perché noi non siamo come i lama tibetani che si siedono immobili, nella posizione del loto, con gli occhi socchiusi, e nessuno capisce quando se ne vanno.

 

Guido Giampietro

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