August 16, 2017

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Scriveva Montanelli: «Gli anni del boom passeranno alla storia come quelli della sistematica distruzione dell’ex giardino d’Europa, perché i miliardi in mano agl’italiani sono più pericolosi delle bombe atomiche in mano ai bantu… Evidentemente il buon Dio fece il “giardino d’Europa” in un momento d’indulgenza e di abbandono. Poi si accorse della propria parzialità e la corresse mettendoci dentro come giardinieri gl’italiani».

 
Da quel tempo quanta acqua è passata sotto i ponti. Forse è meglio dire “sopra i ponti”, considerato ciò che si vede durante i nubifragi, le bombe d’acqua, le esondazioni di torrentelli che, a causa degli ostacoli in quello ch’era il loro alveo naturale, diventano fiumi in piena, con un’acqua selvaggia da fare paura al più spericolato praticante di rafting.
O quello che succede con le valanghe e le slavine che travolgono costruzioni ̶ l’Hotel Rigopiano docet ̶ che non dovevano trovarsi lungo la traiettoria di una loro possibile discesa.
O quello che potrebbe accadere se, rinnovando la tragedia del 79 d.C. (Ercolano, Pompei e Stabia), il Vesuvio dovesse abbandonare il pennacchio di fumo da cartolina illustrata e cominciare a vomitare fontane di lava e ceneri sulle migliaia di case, in buona parte abusive, sorte come funghi lungo le sue pendici.

 
Che cosa fa in questi casi il Paese? Che cosa farebbe nel caso di calamità non annunciate? Piange (o piangerebbe) calde lacrime di coccodrillo. Poi, sfogato il temporaneo dolore ̶ anche se sentito, per carità! ̶ gli artefici di queste tragedie tornerebbero a disinteressarsi dei gravi problemi idrogeologici del territorio e riprenderebbero ad abbattere alberi (quaggiù da noi ci voleva anche la xylella ad incoraggiarli!), a costruire, a cementificare, rubando spazio alla campagna. Per poi, tornare a versare lacrime al verificarsi dei nuovi disastri e a battere i pugni per ottenere lo stato di calamità naturale.

 
Ma quale calamità naturale si può invocare quando le cause sono da ricercare in una inesistente politica ambientale da parte dei politici che invece prediligono provvedimenti tesi a soddisfare, nell’immediato, le fameliche richieste dei propri bacini elettorali? Heidegger diceva che le parole “costruire e progettare” significano nella loro essenza “prendersi cura della terra che abbiamo, e non occuparla come, forse, fino ad ora abbiamo fatto”.

 
Indubbiamente qualcosa si è mossa in questi anni, ma è pur sempre troppo poco rispetto a quello che si dovrebbe fare. Così da Cassinetta di Lugagnano, nell’hinterland milanese, è partita la campagna nazionale promossa dal Forum Italiano dei “Movimenti per la Terra e il Paesaggio” con l’obiettivo di salvare il territorio italico dalla deregulation e dal cemento selvaggio. Il Forum chiede, tra l’altro, un censimento del patrimonio edilizio esistente per cambiare l’urbanistica dei nostri Comuni.

 
Perché negli ultimi trent’anni abbiamo cementificato quasi un quinto dell’Italia.
Perché nel nostro Paese ci sono circa dieci milioni di case vuote e, malgrado ciò, si continua a costruire.
Perché i suoli fertili sono una risorsa preziosa e non rinnovabile.
Perché per costruire gl’impianti fotovoltaici (ammesso che siano veramente utilizzati come fonti energetiche alternative) si è tolto l’humus che è vita.
Perché il mancato controllo preventivo del territorio è causa di catastrofi…

 
Per questo è nato il progetto nazionale «Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori». E invece, niente! Con una caparbietà che ha del diabolico, si è fatta l’Expo, una gigantesca operazione di greenwashing che, in contrasto con lo slogan “nutrire il pianeta”, ha asfaltato ettari di suolo agricolo, pregiudicando ̶ è il colmo! ̶ proprio la capacità di fornire cibo al pianeta.

 
E s’è rinforzato il partito trasversale del cemento, quello che vuole il TAV, le grandi opere, i grandi eventi, il raddoppio della Statale 275 tra Maglie e S. Maria di Leuca, la strada Regionale 8 che dal Tarantino intende sbucare nel Salento, quella dei “Colli” che con un tracciato di appena 5 chilometri vuole collegare Cisternino ad Ostuni. Per non parlare delle trivelle nell’Adriatico, a due passi dalle nostre coste…

 
Va detto subito che i progetti pugliesi, passando in mezzo alla macchia mediterranea, porterebbero all’abbattimento di migliaia di ulivi e di fragni secolari (la quercus trojana, esistente solo in Puglia e Basilicata, in particolare nelle Murge e nella zona di Matera) e alla scomparsa di secolari muretti a secco. Ma tant’è! Alla fame dei costruttori e degli intrallazzatori non c’è limite.

 
Naturalmente l’esortazione a fare prevenzione, a salvaguardare il paesaggio dovrebbe essere tenuta presente anche dagli amministratori della nostra città. E invece…

 
E invece il Casale, l’oasi verde dei primi del Novecento abbellita da rade villette in stile liberty e da palazzine fiabesche per via di falsi cornicioni merlati, continua a trasformarsi, giorno dopo giorno, in un agglomerato di costruzioni che, solo grazie ai vincoli imposti dalla vicinanza dell’aeroporto, non si presentano come mostruosi falansteri. Intanto, però, i giardini sono spariti! Quei giardini che, come diceva Bacone, sono «il più puro degli umani piaceri, il più grande ristoro dello spirito». E se uno di questi giorni tornasse Goethe non troverebbe più «il paese dove fioriscono i limoni», ma quello dove si sprofonda nel cemento.

 
Ma c’è anche la vergognosa situazione in cui versa il canale Patri: una discarica a cielo aperto. Uno degli ultimi addebiti (prima che, finalmente, venga soppresso) rivolti al Consorzio Arneo che avrebbe dovuto provvedere a tenerlo pulito dalla vegetazione spontanea e dai rifiuti onde evitare che, in occasione di precipitazioni più consistenti, l’acqua esondi sommergendo case, negozi e la stessa Questura!

 
Per non parlare che l’inosservanza delle ordinanze sindacali in fatto di demolizioni urgenti lungo le sponde del Canale mette a repentaglio la sicurezza di quegli avventurosi residenti.

 
E che dire dello stato pietoso in cui versa il sistema fognario, responsabile di maxi allagamenti, veri e propri guadi nel mezzo delle strade della periferia? Una situazione che istiga a “maledire il tempo ed il governo”, come cantava De Andrè.

 

E gl’italiani cosa fanno quando, per mancanza di una seria e costante prevenzione ambientale, si trovano attoniti a contare i morti di catastrofi annunciate e a battere le mani quando le bare sfilano davanti a loro? Piangono come i coccodrilli.

 
«Piangi che hai ben donde, Italia mia», scriveva il Leopardi. Io invece, che sublime poeta non sono, dico più prosaicamente: «Vergognati di piangere, dopo. Rinuncia ai tuoi piccoli interessi egoistici e, se vuoi veramente bene alla terra che ti hanno lasciato gli avi, pretendi da chi ci amministra non il contentino di sagre paesane ed inutili eventi, ma un serio impegno per una programmazione che, nel tempo, restituisca valore alla terra e dignità a te stesso».

 

 

 

Guido Giampietro

One Comment

  • Rispondi
    Vincenzo
    31 gennaio 2017

    La rappresentazione fedele di noi italiani l’hanno ben illustrata Ficarra e Picone nel loro ultimo film “L’ora Legale”. Non c’è altro da aggiungere.