August 4, 2020

Brundisium.net
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In un tempo in cui le piazze hanno ormai persa la vocazione alla discussione del quotidiano e nei caffè il chiacchiericcio scomposto ha preso il posto della conversazione più elevata, il teatro è rimasto l’ultimo luogo dove le idee circolano ancora grazie al reale che si contrappone al virtuale e al vivifico scambio di emozioni tra attori e spettatori.

 

È questo il luogo dove le persone si confrontano su una storia, un pensiero, sia esso appartenente a un passato lontano o ai nostri giorni. Dove si lasciano nel foyer le ipocrite convenzioni, le tranquillizzanti abitudini mentali e la ripetitiva stanchezza dei riti sociali e mondani (con qualche eccezione per le toilette delle signore). È qui che si forma e accresce la politica culturale dei piccoli paesi, delle città, di una Nazione.

 

Non è un caso che nell’antica Grecia, per iniziativa di Pericle, ai poveri era concesso dallo Stato un sussidio di due oboli (theorikòn) per assistere alle rappresentazioni teatrali ritenute altamente educative. L’esatto contrario di ciò che si è sempre fatto in Italia, dove invece si è pensato (e ancora si pensa) ad aiutare chi può in tutti modi. Anche, giusto per rimanere in tema, con l’elargizione di biglietti d’ingresso di favore. Ottiche diverse. Diverse civiltà!

 

Ma, come in tutte le cose, il teatro – inteso per l’appunto come contenitore culturale – deve essere all’altezza della situazione. Deve cioè mettere gli spettatori nelle condizioni di godere di quello che gli attori propongono sulla scena. In altri termini deve provocare la stessa sensazione di piacevolezza e relax di quando, a casa, si ascolta un brano della musica preferita dall’apparecchio hi-fi.

 

Alcuni dicono che lo spettatore non è l’operaio che deve stare al suo posto fino al suono della sirena. Che insomma, ove non riesca a percepire le battute pronunciate sulla scena, può sempre alzarsi e andare via.
No, non può funzionare così il teatro. Chi lo gestisce, pubblico o privato che sia, deve offrire allo spettatore, oltre alla bontà del lavoro che si rappresenta, il massimo del comfort che, nella fattispecie, sta a significare soprattutto ottima sonorità.
Proprio quello che manca nel Nuovo Teatro Verdi di Brindisi!

 

Un problema vetusto che si ripresenta, tra alti e bassi, in concomitanza d’ogni inizio di stagione teatrale. I “bassi” furono toccati nel febbraio dello scorso anno allorché l’attore Alessandro Haber, che insieme a Lucrezia Lante della Rovere recitava nella pièce “Il Padre” di Florian Zeller, si rese protagonista di un singolare fuori programma.

Infiorettando il suo dire con qualche imprecazione (sic!) lanciò il “J’accuse” contro la pessima acustica del teatro e, rivolgendosi agli spettatori, gridò che «è assurdo che una città bella come Brindisi abbia un teatro così. Non posso urlare e sgolarmi per recitare. Non verrò mai più a Brindisi».

L’allora dirigente della Fondazione Nuovo Teatro Verdi, Daniela Angelini, chiamata in causa replicò: «Noi ci preoccupiamo, ad ogni spettacolo, di avvisare la produzione di questo problema (e lo abbiamo fatto anche nello specifico) e spetta a loro porre rimedio, portando e montando gli amplificatori. Se non l’hanno fatto è un problema della compagnia ed Haber dovrebbe saperlo. Inoltre è stato anche ben pagato».

Purtroppo, aggiungo io, il problema non è solo della compagnia, ma soprattutto degli spettatori paganti.

Un po’ meno di quelli non paganti.

Poi l’Angelini completò il suo pensiero affermando che «L’immobile è di proprietà comunale e, pertanto, spetta a Palazzo di Città adoperarsi per i lavori di adeguamento della fonetica, cosa che la Fondazione ha più volte fatto presente all’Amministrazione. Quest’ultima, però, pare latitare in tal senso».

 

Nemmeno a dirlo, le cose sono rimaste ferme a un anno fa. Infatti in occasione della commedia “Piccoli crimini coniugali” portata in scena da Michele Placido e Anna Bonaiuto l’11 gennaio scorso e nella successiva del 26 gennaio – “Mariti e mogli” a cura di Monica Guerritore e Francesca Reggiani – il solito problema dell’acustica ha impedito di apprezzare testi ed interpretazioni.

 

Ed è ininfluente la posizione occupata nel parterre perché a non ascoltare sono sia gli spettatori delle prime file delle poltronissime che quelli delle poltrone. Sembrerebbe che le cose vadano meglio in galleria!

Naturalmente non tutti hanno avuto la pazienza di rimanere al proprio posto fino alla fine e, con qualche fastidio per chi è rimasto, ha guadagnato l’uscita.

 

Per quanto tempo si dovrà andare avanti in queste condizioni? E se a stagione già iniziata diventa complicato intraprendere lavori risolutivi, c’è d’augurarsi che vengano almeno adottati quegli accorgimenti (le “tartarughe” e gli amplificatori “panoramici”sul palcoscenico o le “pulci” in dotazione ai singoli attori) atti ad attenuare il problema della scarsa udibilità. O è troppo anche questo?
Non ci si meravigli se poi il pubblico, specie quello giovane, torna a disaffezionarsi al teatro.

Al Verdi, intendo, visto che le piccole compagnie (anche nostrane) riempiono agevolmente i luoghi dove si possono gustare ottimi lavori.

 

Il Teatro Verdi, in quanto struttura pubblica, ha l’obbligo di offrire il meglio. E si tenga presente che le migliorie non attengono solo ai decibel mancanti a causa di un budget in sofferenza. Anche il rispetto dell’orario d’inizio degli spettacoli può essere una volenterosa dimostrazione del cambio di una mentalità che si traduce, nei confronti degli spettatori, in una forma oltremodo irriguardosa.

 

Guido Giampietro

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