September 26, 2017

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Si, Caro direttore, avrei dovuto subito capire che quella del 7 marzo non era affatto una normale serata da teatro bensì una vigilia.

 

 

Una sorta di addio al nubilato con tanto di ganzo sul palco a mostrare adduttori e spalle larghe, barba finto incolta e occhi ammalianti, denti bianchissimi e maglietta verde marcio come quella dell’uomo del ghiaccio della coca cola e leggermente sudata appena sopra gli addominali.

 

 

Che poi, caro Direttore, detto fra noi, per figo, è figo davvero questo Raoul qua anche se, credo valga per lui ciò che noi maschietti, politicamente scorretti ante litteram, usavamo dire in tempi lontani dei nostri oggetti femminili del desiderio : meglio se non parla.

 

 

Ma non ridivaghiamo e torniamo alla serata ed alla performance.

 

 

Sappi che “Due”, nella mente di Luca Miniero che l’ha scritta, sarebbe dovuta essere la rappresentazione delle classiche paure di una coppia alla vigilia del matrimonio, argomento leggermente più originale del cappuccino e cornetto la mattina al solito bar:
come saremo?
Come diventerai?
Come diventerò?
Mi amerai?
Ti tradirò?
Sarai gelosa?
Sarò geloso?
Come saranno i nostri figli?

 

 

A porsele, mentre cercano di montare un letto Ikea, una coppia improbabile : un fighissimo professore di educazione fisica calabrese con il vezzo della filosofia epicurea, della quale non capisce un cazzo a detta nostra e della sua compagna, ed una tappetta con un tono ed una cadenza toscana paracula e simpaticissima per la prima mezz’ora e cioè fino a quando non capisci che quello è l’unico tono e l’unica cadenza che sa usare.

 

 

Gentile Direttore, avrai capito che ,anche nella finzione teatrale, i motivi per ambedue di mandare a monte il matrimonio c’erano già tutti così come quelli per me ed il mio amico di andarcene prima della fine dello spettacolo, cosa che avremmo fatto se non avessimo avuto i posti centrali.

 

 

Cosa aggiungere?
Che Roul Bova ha dimenticato le battute almeno tre o quattro volte? Che la povera Francini lo ha guardato con terrore ripetendo lei la sua battuta e sperando nelle sinapsi boviane?
Che tutta la parte comica a sfondo sessuale del copione era affidata alla trita storiella se Barbie ce l’ha o non ce l’ha, e se invece ce l’ha Big Jim o Ken?

 

 

Tutto ciò non servirebbe a niente ; dimentichiamoci la lezione del teatro come sacrificio , tralasciamo i giudizi di valore sugli attori, superiamo le critiche sui testi teatrali moderni, azzeriamo le aspettative emozionali sperate e andiamo al sodo: la serata è stata un successone.

 

 

Il pubblico del 7 marzo formato per l’80 per cento da donne, era ben disposto come lo si è solo in una temporanea vacanza intellettuale come può essere una vigilia : ha riso a crepapelle per le gag di Bova e di Francini, non si è accorto delle dimenticanze di Bova, ha perdonato il fatto che in alcuni punti della storia si faceva fatica a seguire i discorsi strampalati ed ha, sopratutto, tributato una vera e propria ovazione al nostro eroe alla fine della serata.

 

 

Un vero e proprio successo e se gli applausi non sono stati assordanti ciò si deve al fatto che le mani delle signore erano impegnate a scattare foto in una selva di smartphone che neanche nei sogni di un manager della Apple o della Samsung.

 

 

Resta, anche di quella sera, caro Direttore
qualche lezione :
a) Che esiste anche un teatro commerciale;
b) Che forse va annoverato nel grande calderone delle pari opportunità il fatto che centinaia di donne finalmente possano andare in un teatro a guardare senza pudore un bel figo su un palco (anche se per loro la cosa è ancora mascherata, in questo caso da teatro);
c) Che se sei figo non c’è nessun bisogno che tu sappia recitare;
una sola domanda :
a) Perché non sono nato come Raoul Bova?
e una consolazione:
a) Però io sono molto intelligente.

 

 

Ciao, caro Direttore, a presto.

 
A. Serni

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