May 31, 2020

Brundisium.net
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Di certo non lo era quella – una MK V fabbricata dalla “perfida albione” – disinnescata a Brindisi domenica 15 dicembre u.s. Per il semplice motivo che quel tipo di ordigno, circa un’ottantina di anni fa, non aveva ancora avuto il battesimo del fuoco. Peccato, altrimenti i fatti sarebbero andati nel modo in cui li ho raccontati in una favola che mi valse, per mano di Susanna Tamaro, il primo posto al Premio Letterario Nazionale per Favole Inedite. Questo il racconto: “Bum, la bomba intelligente”:

 

“C’era una volta… ma forse è meglio parlarvi di quando lui, il nostro amico, ancora non c’era. E allora, facendo un passetto indietro, vi dico che c’era una volta una grande fabbrica dove si costruivano e spedivano in tutto il mondo ordigni esplosivi di ogni tipo, forma e grandezza. Sì, avete capito bene: bombe e proiettili che servono per far combattere le guerre a tanti Paesi, piccoli e grandi, che si sentono offesi da altri Paesi che, a loro volta, si ritengono minacciati da altri ancora, e così via.

Ma quelle non erano bombe che colpivano a casaccio come, ahimè, avveniva nel passato: nossignore! Si trattava di bombe moderne che, grazie a un cervello elettronico intelligentissimo, esplodevano dove e quando si voleva. Ed un bel giorno, quando una scatoletta piena di ingranaggi, fili elettrici e lampadine di tanti colori finì nella testa affusolata di una di esse, nacque Bum, festosamente accolto dai fratelli che erano lì vicino,allineati come tanti soldatini di piombo.

In quello stesso momento, in un Paese molto lontano da lì, nasceva, alla fioca e tremula luce di una candela, una bellissima bambina dai capelli d’oro. Solo che attorno a quel lettino d’ospedale non c’era nessuno a festeggiarla, perché il suo papà era in guerra e perché, in quel mentre, una fitta pioggia di bombe stava cadendo sulla città.
Bum aveva appena finito di rispondere al saluto dei fratelli quando colse al volo l’amaro sfogo di un tecnico: «La gente – diceva quel tizio ad un collega – ci odia perché costruiamo ordigni di morte ma non sa che, proprio per la loro potenza e precisione, queste bombe hanno il merito di far cessare in breve tempo le guerre che si combattono in ogni angolo del mondo».

Fu sufficiente questo per far capire a Bum che, esplodendo, avrebbe affrettato la conclusione della pace salvando così la vita a tanta gente. E, contento del suo destino, spense tutte le lampadine colorate che in quel momento stavano pulsando nel suo giovane cervello e, per la prima volta nella sua vita, si addormentò.
Non riuscì invece ad addormentarsi la bimba dai capelli d’oro che si sentì ancora più sola ora che la sua mamma, dopo averla riparata dalle pietre e dai vetri che volavano nella stanza, rimase immobile su di lei. Cominciò così a piangere forte forte finché le mani pietose di una giovane infermiera non la strapparono a quelle, ormai fredde, della madre. E in tutto questo trambusto nessuno pensò a darle un nome.

Di lì a poco la corsa nella notte della ragazza e della piccola divenne quella di una moltitudine di vecchi, donne e bambini che scappavano sperando di raggiungere, da qualche parte, un posto migliore. Il sole era già alto nel cielo quando nella fabbrica arrivò l’ordine di mandare via il maggior numero di bombe e così, quelle già pronte, furono verniciate. Oh, come apparivano belli quei sigari d’argento dalla testa color rosso vermiglio e tutti erano così contenti che per poco non scoppiavano dalla felicità prima ancora che per l’esplosivo che contenevano.

Dalla fabbrica le bombe furono poi trasferite presso un campo di volo che era vicino a una grande distesa di fiori.
«Siamo per caso parenti?» chiese un bocciolo di rosa scarlatta alludendo alla testa, pure essa rossa, di quello strano fiore così alto.

«No! Io sono una bomba pronta ad andare in guerra a combattere il nemico, cioè i cattivi» rispose Bum, guardandolo dall’alto in basso.

«E come si fa a riconoscere i cattivi dai buoni, senza sbagliare?» domandò timidamente la rosellina.
«Noi non sbagliamo perché siamo intelligenti!» tagliò corto Bum.
«Non capisco che cosa c’entri l’intelligenza – azzardò quella timidamente e poi soggiunse – Secondo me, invece, i buoni, come tutte le cose belle di questo mondo, sono quelli che profumano, mentre tutti gli altri sono i cattivi, cioè i nemici». E intanto si sforzava disperatamente di allungarsi per fargli sentire il suo profumo.
«I cattivi sono quelli che pensano solo a fare del male e vanno perciò puniti» disse Bum, a cui quella rosellina un po’ troppo saputella cominciava proprio a dare fastidio.
«Se è così – replicò quella con sempre maggiore coraggio – non mi pare però giusto rispondere con violenza alla violenza».
«Uffa! – gridò Bum – ed ora lasciami in pace perché ho da pensare all’importante missione che mi attende». E così dicendo si voltò sdegnosamente dall’altra parte.

Di lì a poco fu sistemato nella pancia di un aereo che lo portò su nel cielo, così in alto che quella distesa di fiori divenne una piccola macchia colorata sulla linea dell’orizzonte. Ben presto però la gioia si tramutò in stupore e, poi, in dolore. Bum si rese infatti conto che i suoi compagni, man mano che raggiungevano il suolo, non stavano più colpendo solo i nemici ma anche case, scuole e ospedali, creando ovunque vittime tra la popolazione che fuggiva atterrita. Che cosa stava dunque succedendo? Perché i loro cervelli, così perfetti, non stavano funzionando a dovere?
In quel mentre una bianca colomba, appollaiata sotto il tetto di un campanile, scossa più dai pianti dei bambini che dal fragore delle bombe, si tuffò in quel cielo di morte e volò dalle sue compagne. E quando divennero tante, le loro ali, una vicina all’altra, formarono una grande nuvola e loro lacrime, cadendo sulla terra, furono gocce di pioggia che ticchettando sopra ogni cosa diffusero nell’aria una dolce musica. E gl’incendi si spensero e la gente smise di scappare e i bimbi non piansero più. E anche gli aerei, davanti a quella imprevista barriera di nuvole, furono costretti a tornare indietro.

«Amici – disse Bum ai compagni quando furono di nuovo a terra – forse non siamo poi così infallibili come ci avevano fatto credere. A questo punto penso che ci sia solo un modo per rimediare a tutto il dolore che, senza volerlo, abbiamo provocato oggi».
«Quale?» chiesero in coro tutti gli altri, alquanto incuriositi.
E Bum continuò: «Se vogliamo dimostrare di essere veramente efficienti, non dobbiamo più esplodere per terra con la potenza distruttiva delle bombe ma, in aria, con l’allegria schioppettante dei fuochi d’artificio. Forse ciò disorienterà sia gli amici che i nemici e li convincerà che non esistono ancora bombe così intelligenti di cui fidarsi e che le guerre sono perciò un male da evitare ad ogni costo».

Dal fondo si levò la vocina di una piccola bomba: «Ma così – disse – tradiremo chi ci ha dato la vita».
«Ma che vita può mai essere la nostra, se poi spezziamo quella degli altri?» concluse amaramente Bum.
Un applauso coprì le sue ultime parole; poi seguirono gli abbracci e quell’urtarsi di corazze di acciaio fu come un concerto festoso di campane.
Avevano intanto ripreso a camminare abbracciati gli uni agli altri quei poveretti che cercavano di sfuggire alla guerra e su quei lamenti scesero le tenebre di un’altra notte di paura. Poi si udì in lontananza il rombo degli aerei e tutti corsero di nuovo a ripararsi.
Bum non fu tra i primi ad essere lanciato e così provò la gioia di vedere che i suoi compagni stavano allegramente scoppiettando nel cielo riempiendolo di suoni e disegni fantasmagorici. Era proprio al massimo della felicità quando egli stesso si sentì librare nell’aria. Emise un lungo fischio di gioia, pensò con riconoscenza a quel fiorellino che tanto profumava di saggezza ed infine esplose fragorosamente disegnando una bellissima rosa dai cento petali scarlatti che si fissò nel cielo per un tempo incredibilmente lungo. Tanto lungo che una ragazza che stringeva a sé una bimba dai capelli d’oro gliela indicò con il dito e poi aggiunse: «Sei contenta della gran festa che il tuo papà e la tua mamma hanno organizzato in tuo onore nel cielo?E vedi quella magnifica rosa? È il loro messaggio d’amore, il nome che hanno scelto per te».
E quando Bum si accorse che la piccola Rosa agitava contenta le manine, crepitò ancora per un ultimo istante e poi si spense definitivamente in un tripudio di mille altre roselline”.

 

Non so come ma questo argomento mi fa venire alla mente l’invito che Papa Giovanni XIII rivolse alla folla riunita in piazza San Pietro per la fiaccolata serale di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Tornando a casa, troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite loro…».
Io invece lo dico ai genitori, specialmente ai papà: “Nella notte di Natale, prima ancora di aprire i pacchi dei regali, date una carezza ai vostri bambini e leggete loro la favola di Bum. Perché? Perché tutto il trambusto che ha preceduto il disinnesco della bomba di Andromeda, un trambusto che loro hanno interiorizzato, non si sedimenti nelle loro menti e nei loro cuori. Perché, nella loro vita, non associno più il Natale a una bomba.
Parlate loro della guerra e della pace e fategli comprendere che anche le bombe intelligenti, tutte le bombe, possono essere eliminate solo se la volontà degli uomini buoni lo voglia. Insomma, quel “discorso della luna” di Papa Roncalli sia il vostro parlare, tutto l’amore che nutrite per loro.

 

Da parte mia non mi ripeterò nei peana alla task force che ha portato Brindisi all’attenzione dell’intero Paese, e non solo. Si è già detto tanto, bene e in maniera esaustiva. O forse qualche cosa si è voluta tralasciare…
Vorrei stringere invece la mano a quei valorosi artificieri che, a rischio della propria vita, hanno scritto una pagina bellissima che sarà d’esempio nel caso che simili eventi dovessero ripetersi.
E, soprattutto, vorrei complimentarmi con tutti i brindisini per la maturità, la disciplina, la consapevolezza che li ha contraddistinti durante l’ “esodo”. Se, anziché prendere la strada del nord si fossero diretti a oriente, il seno di levante – così come avvenne durante il passaggio del Mar Rosso da parte degli israeliti guidati da Mosè – si sarebbe aperto e, incolumi, sarebbero giunti fin sotto le Pedagne. Perché? Perché una moltitudine, ben guidata, si comporta esemplarmente e, più che sfuggire ad un pericolo, mostra che ci sono momenti in cui la consapevolezza dell’essere cives deve lasciare il posto alle beghe e agli interessi personali.
Ecco, questo è il monito che, oltre allo scampato pericolo, dev’essere sempre presente davanti ai nostri occhi. E poi, siamo proprio sicuri che in quella tratta che costeggia la ferrovia non ci siano altri residuati bellici? Non è il caso, d’ora in avanti, di monitorarla attentamente quella zona? L’esperienza non sempre è bastevole. Diceva Benvenuto Cellini: «Gli è ben vero che dice: “Tu imparerai per un’altra volta”.Questo non vale perché la vien sempre con modi diversi e non mai immaginati».
Ma, almeno in questi giorni, non pensiamo al male e… Buon Natale a tutti.

 

Guido Giampietro

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