November 22, 2019

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In un discorso pronunciato nel gennaio del 1922, don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare Italiano, denunciò, tra l’altro, che la politica in quel particolare momento storico era divenuta “un’arte senza pensiero lasciata alla mercé dei più audaci e degli avventurieri”. La nazione, risvegliandosi da un lungo torpore, scoprì che il Parlamento non c’era, che gli uomini politici non c’erano, che i partiti non c’erano. Lo stato, dissolvendosi totalmente, cadde in mano ad un regime totalitario delle cui nefaste conseguenze sono piene le pagine della nostra storia.

 

Tale denuncia e tali conseguenze tornano terribilmente utili per capire dove rischiamo di finire oggi, epoca in cui il “popolarismo” sturziano, nato con la diffusione del celeberrimo “Appello a tutti gli uomini liberi e forti”, viene confuso e artatamente sbolognato con il termine “populismo”, dal quale è separato da un vero e proprio abisso ideologico.

 

Critica aperta allo statalismo centralizzatore; riconoscimento del nesso democrazia – religione, pur nel contesto di una visione laica e secolare della politica; centralità attribuita alle classi medie al fine di costruire una società ordinata e progressista; libertà (di fede, di propaganda, di opinione, di insegnamento) come valore costituzionale supremo; rilievo attribuito alle autonomie locali e ai corpi sociali intermedi; equilibrio necessario tra difesa dell’interesse nazionale e partecipazione attiva e fattiva alla vita comunitaria internazionale. Questi, in estrema sintesi, i principi fondanti dello “storico” popolarismo sturziano, in netta antitesi con il populismo oggi al governo del paese, movimento quest’ultimo che ha fatto del popolo, tra i concetti più nobili della tradizione politica occidentale, un feticcio polemico-retorico tanto assoluto quanto vuoto di senso. Attraverso “un avanguardismo digitale” o “squadrismo del web” sono stati posti, quali fattori trainanti per l’instaurazione di questa nuova “tendenza” politologica, temi quali il timore per l’islam, la competizione economica dei migranti, la paura di perdere l’identità nazionale, l’indifferenza e il disamore per l’Europa, ancorché e non per ultimo, il fascino per i leader autoritari che sembra faccia leva su un istinto mai represso dell’antropologia politica dell’Italia.

 

Lo sgretolamento dell’unità nazionale in atto, attraverso la cosiddetta “autonomia rafforzata”, che altro non è che una“secessione camuffata”, di alcune regioni del nord Italia, notoriamente molto più ricche di tante regioni meridionali, insieme ad una serie di misure che attentano pesantemente alla vita futura del paese, poste in essere ultimamente pur di onorare (sic!) impossibili promesse elettorali, non sono altro che la deleteria risultanza della sperimentazione governativa bi-populistica in atto, forse unica al mondo.

 

Ciononostante, stranamente e, forse, incredibilmente si continua ad andare avanti, sopportando stoicamente l’inquietante connubio fra politici interessati solo alla conquista del potere e un popolo irretito dall’illusione di un facile e però vacuo benessere.

 

Questo horribilis modus vivendi contagia ovviamente anche la nostra città, costretta a sopravvivere con una pletora di criticità, spesso affrontate, almeno così sembrerebbe, con una sorta di allarmante abulia che appare sconfinante in un inconsapevole, passivo assoggettamento ad uno stato di sottosviluppo culturale, civile, economico, ancorché politico.

 

La nuova Amministrazione Civica, eletta nel giugno dell’ormai scorso anno, ancora alle prese con problemi di assestamento non già di tipo organizzativo, ma di natura interventistica, visto che, ad oggi, non è ancora chiaro, a mio modestissimo avviso, se abbia ancora tracciato una precisa rotta per condurre in porto una nave, la città di Brindisi, che viaggia ormai da diversi lustri in un mare in burrasca, deve farsi carico, senza alcun ulteriore indugio, di porre in essere ogni possibile azione atta a porre fine a questa continua emorragia di fattori di crescita.

 

Con risolutezza e rapidità, ancorché tenendo fede a tutti i presupposti programmatici che hanno accompagnato la campagna elettorale di questa coalizione, traguardante inequivocabilmente obiettivi di equità sociale vista la sua composizione, si ha necessità di dare un segnale significativo ed immediato.

 

A partire dalle problematiche più spicciole (strade di accesso ed interne alla città, verde pubblico, manutenzione strutture ecc.) che poi risultano essere gli elementi primari per rendere una vita più “vivibile”, senza perdere ovviamente di vista le prospettive risolutive di quelle più pesanti criticità arcinote a tutti, in situazione ormai di stallo da molto tempo (sanità, lavoro, porto, aeroporto, criminalità, ecc.).

 

Ora, anche difendendosi con ogni mezzo, apertamente e senza “infingimenti”, dagli aggressivi attacchi perpetrati dai corsari di turno che nel tempo hanno depauperato consistentemente vaste aree produttive di questo territorio, è il momento di agire. E produttivamente anche!

 

Il tempo di inutili, fastose inaugurazioni di opere rientranti nell’ovvia ordinarietà interventistica di una buona amministrazione civica è finito.
Tempus fugit.

 

 

Francesco D’Aprile

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