Novanta secondi per Dante. Sessanta per spiegare Caravaggio. Trenta per raccontare Freud. Un minuto e mezzo per capire la guerra fredda, Nietzsche, l’Impero romano, Pasolini, la fisica quantistica. Se resta qualche secondo, magari anche Proust. La cultura oggi corre. Ma il punto non è soltanto che corre: è che abbiamo cominciato a pensare che tutto possa essere capito alla stessa velocità.
Scorriamo.
Un ragazzo balla, una pubblicità, la Divina Commedia, una ricetta, Gaza, tre curiosità su Van Gogh, un cane che cade dal divano, la crisi della democrazia occidentale. Tutto occupa lo stesso rettangolo luminoso, tutto aspetta lo stesso gesto del pollice. Su o giù. Resto o passo. Mi interessa o non mi interessa. Il giudizio dura una frazione di secondo. È forse questa la trasformazione più profonda: non abbiamo soltanto accorciato i contenuti. Abbiamo accorciato il tempo che siamo disposti a concedere loro.
Il reel, in sé, non è il nemico. Può essere brillante, intelligente, perfino un formidabile ingresso verso qualcosa che ancora non conosciamo. Il problema nasce quando l’ingresso diventa la casa. Quando pensiamo di conoscere Dante perché qualcuno ci ha raccontato in settantacinque secondi perché Paolo e Francesca si trovano all’Inferno. Quando il riassunto smette di essere un invito alla conoscenza e prende il posto della conoscenza. Abbiamo trasformato il sapere in una sequenza di trailer senza essere più sicuri che qualcuno voglia vedere il film.
Il sociologo tedesco Hartmut Rosa ha descritto la modernità attraverso tre forme di accelerazione: «accelerazione tecnologica, accelerazione del cambiamento sociale e accelerazione del ritmo di vita». È una formula che sembra scritta per il nostro pollice. Perché il paradosso è evidente. La tecnologia dovrebbe farci risparmiare tempo, e invece abbiamo sempre meno tempo. Abbiamo strumenti che consentono di ottenere in pochi secondi ciò che un tempo richiedeva ore, ma quei secondi liberati vengono immediatamente occupati da qualcos’altro. Un altro messaggio. Un altro video. Un’altra notifica. Un’altra cosa da sapere rapidamente prima che ne arrivi una nuova.
L’accelerazione sta modificando il modo in cui guardiamo.
Un quadro deve colpirci subito. Una canzone deve conquistarci nei primi secondi. Un articolo troppo lungo viene salvato «per dopo», il grande cimitero digitale delle cose che probabilmente non leggeremo mai. Una conferenza di un’ora sembra interminabile; quaranta reel consecutivi, invece, possono scivolare via senza che ce ne accorgiamo.
Abbiamo perso la pazienza della curiosità.
E la cultura, invece, è fatta anche di resistenza. Ci sono pagine che non si aprono al primo incontro. Musiche che chiedono ascolti ripetuti. Pensieri che all’inizio infastidiscono. Romanzi che impiegano cinquanta pagine prima di mostrarci perché valeva la pena entrarci. La conoscenza a volte pretende fatica, silenzio, perfino noia.
La parola più sospetta del nostro tempo sembra essere proprio questa: noia.
Abbiamo costruito un gigantesco sistema tecnologico per impedirci di annoiarci anche trenta secondi. Alla fermata dell’autobus, in ascensore, in fila, al tavolo mentre l’altro va in bagno: lo schermo interviene immediatamente a riempire il vuoto. Eppure proprio nel vuoto, per secoli, l’uomo ha pensato, immaginato, ricordato. La noia non era necessariamente un difetto del sistema.
Era anche uno spazio libero.
Oggi persino la cultura deve temere che qualcuno cambi video. Per questo parla più veloce, taglia le pause, mette sottotitoli enormi, musica sotto le parole, immagini che cambiano continuamente. Ogni tre secondi deve succedere qualcosa. Non basta più dire una cosa interessante: bisogna impedire a chi ascolta di andarsene.
È la cultura sottoposta alle regole dell’attenzione commerciale.
Ma una civiltà non può conoscere se stessa soltanto attraverso contenuti progettati per non farci scorrere oltre. Mai come oggi abbiamo avuto a disposizione una quantità così sterminata di informazioni. Il rischio è diverso: sapere moltissime cose senza averne approfondita quasi nessuna. Avere una familiarità superficiale con tutto. Riconoscere un nome, una frase, un quadro, un concetto e scambiare quel riconoscimento per conoscenza.
Sappiamo che esiste. Pensiamo quindi di saperlo.
Eppure la cultura è ciò che rimane quando la memoria passa. È quello che una lettura, un quadro, una musica lasciano nel nostro modo di pensare quando ne abbiamo dimenticato i dettagli. È una sedimentazione lenta, e proprio per questo ha bisogno di tempo. Perché qualcosa resti dentro di noi, dobbiamo fermarci.
Il reel può raccontarci chi era Dostoevskij. Può riassumere l’Inferno di Dante, ma non ci restituisce quella strana esperienza per cui una terzina scritta sette secoli fa improvvisamente parla di noi. Forse la vera forma di ribellione culturale dei prossimi anni sarà una cosa antichissima: leggere venti pagine senza controllare il telefono. Ascoltare qualcuno parlare per un’ora. Guardare un quadro senza fotografarlo. Arrivare alla fine di un ragionamento senza chiedergli, dopo quindici secondi, di essere già interessante.
La Divina Commedia può stare in un reel? Naturalmente può.
Ma la domanda è un’altra.
Siamo ancora disposti, dopo quei novanta secondi, ad aprire il libro?
Roberto Romeo
