{"id":258888,"date":"2026-03-15T12:32:35","date_gmt":"2026-03-15T11:32:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.brundisium.net\/?p=258888"},"modified":"2026-03-15T12:32:35","modified_gmt":"2026-03-15T11:32:35","slug":"piccirillo-confesercenti-se-chiudono-i-negozi-di-vicinato-paga-anche-chi-compra-online","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.brundisium.net\/index.php\/piccirillo-confesercenti-se-chiudono-i-negozi-di-vicinato-paga-anche-chi-compra-online\/","title":{"rendered":"Piccirillo (Confesercenti): &#8220;se chiudono i negozi di vicinato, paga anche chi compra online&#8221;"},"content":{"rendered":"<p>Ogni volta che un negozio chiude, il territorio perde qualcosa: un servizio, un presidio, un lavoro, un pezzo di vita quotidiana. E questo riguarda tutti, anche chi compra online.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni il commercio di prossimit\u00e0 sta vivendo una pressione crescente. Un cambiamento iniziato con l\u2019espansione dei centri commerciali, che hanno spostato flussi e abitudini di acquisto fuori dai centri urbani, e poi aggravato dall\u2019avvento dell\u2019e\u2011commerce, che ha accelerato ulteriormente la perdita di competitivit\u00e0 dei negozi fisici. A tutto questo si aggiunge un mercato che non \u00e8 pi\u00f9 equilibrato: le imprese fisiche sostengono costi fiscali, contributivi e amministrativi molto pi\u00f9 alti rispetto ai grandi operatori digitali, che possono muoversi in filiere meno trasparenti e con obblighi pi\u00f9 leggeri. Uno squilibrio che ha alterato la concorrenza e ha svuotato citt\u00e0 e territori.<br \/>\nCome ricorda il Presidente della Confesercenti nazionale Nico Gronchi, quando il digitale opera dentro un quadro di obblighi meno pesanti, meno visibili o pi\u00f9 facilmente eludibili, la concorrenza smette di essere pienamente leale. Ed \u00e8 esattamente ci\u00f2 che, da presidente della Confesercenti della provincia di Brindisi, denuncio da anni: non pu\u00f2 esistere un mercato in cui alcuni attori giocano con regole pi\u00f9 leggere mentre altri sostengono l\u2019intero peso fiscale e amministrativo.<\/p>\n<p>Le imprese del commercio, del turismo e dei servizi che animano i nostri centri urbani rispettano ogni giorno norme precise, pagano imposte, danno lavoro, mantengono servizi di prossimit\u00e0 e garantiscono sicurezza e presidio sociale. Sono loro a sostenere l\u2019economia reale dei territori. Eppure, proprio queste imprese sopportano il carico pi\u00f9 pesante: adempimenti fiscali continui, contributi, burocrazia, obblighi sulla sicurezza, tracciabilit\u00e0 dei prodotti, normative ambientali e procedure amministrative sempre pi\u00f9 complesse.<\/p>\n<p>Sono i costi per rispettare tutte le regole, costi inevitabili e verificabili per un negozio fisico. Per molti operatori digitali, invece, questi obblighi risultano pi\u00f9 leggeri, meno controllati o distribuiti lungo filiere difficili da monitorare. \u00c8 qui che nasce una parte importante dello squilibrio competitivo che denunciamo da anni, un divario che il consumatore non vede ma che pesa enormemente sulle imprese del territorio.<br \/>\nI numeri lo confermano: mentre la Digital Service Tax ha generato circa 455 milioni di euro, le imprese fisiche versano oltre 8 miliardi tra imposte locali e Irpef. Una sproporzione evidente, che si traduce in un vantaggio competitivo ingiustificato per chi opera online con costi pi\u00f9 bassi e controlli meno stringenti.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 un punto che oggi appare con sempre maggiore evidenza in tutto il Paese: queste asimmetrie non sono solo un problema economico, ma anche un problema urbano e sociale. Quando la concorrenza \u00e8 distorta, i primi a soffrire sono i negozi di prossimit\u00e0, in particolare il settore moda, gi\u00e0 messo in difficolt\u00e0 da margini ridotti e da un sistema di vendite ormai dominato da saldi anticipati, Black Friday, promozioni continue e sconti permanenti dei grandi marketplace. E quando chiudono i negozi, non si perde solo un\u2019attivit\u00e0 economica: si svuota un pezzo di citt\u00e0. Aumentano i locali sfitti, diminuisce la vitalit\u00e0 dei centri storici, si indebolisce la coesione sociale.<br \/>\n\u00c8 questo il punto che, da presidente della Confesercenti della provincia di Brindisi, porto da anni all\u2019attenzione delle istituzioni: la desertificazione commerciale non \u00e8 un destino inevitabile, \u00e8 la conseguenza di un mercato sbilanciato. E se non si interviene sulle cause \u2013 asimmetrie fiscali, normative e regolatorie \u2013 nessuna politica urbana potr\u00e0 invertire la tendenza.<\/p>\n<p>Per questo condividiamo e rafforziamo la proposta avanzata da Confesercenti nazionale: istituire un Osservatorio europeo sulla concorrenza leale e sulle politiche fiscali, capace di monitorare l\u2019evoluzione dei mercati, misurare l\u2019impatto delle asimmetrie tra canali fisici e digitali e proporre interventi concreti per ristabilire condizioni di equit\u00e0.<br \/>\nMa proprio perch\u00e9 conosciamo bene la realt\u00e0 dei territori, sappiamo che un Osservatorio europeo, da solo, non basta. Le 27 economie dell\u2019Unione hanno sistemi fiscali, culture commerciali e modelli distributivi profondamente diversi: l\u2019Europa pu\u00f2 definire standard comuni, ma non pu\u00f2 leggere con precisione ci\u00f2 che accade nelle citt\u00e0, nei quartieri, nelle vie dello shopping che si svuotano. Le asimmetrie si manifestano qui, non nei palazzi di Bruxelles.<br \/>\nPer questo \u00e8 indispensabile rafforzare gli osservatori nazionali e regionali, oggi privi di risorse, strumenti e continuit\u00e0 operativa. Sono loro che possono misurare gli impatti reali sui territori, analizzare i settori pi\u00f9 esposti, leggere i fenomeni di desertificazione commerciale, valutare le ricadute delle politiche urbane e proporre interventi immediati e mirati. Solo un sistema multilivello \u2013 europeo, nazionale e territoriale \u2013 pu\u00f2 garantire una concorrenza realmente leale e una tutela effettiva delle imprese di prossimit\u00e0.<br \/>\nDifendere il pluralismo distributivo non \u00e8 una battaglia corporativa: \u00e8 una necessit\u00e0 economica e sociale. Un sistema sano ha bisogno di una pluralit\u00e0 di canali, formati d\u2019impresa e pres\u00ecdi commerciali diffusi. Ha bisogno di negozi che restino nei quartieri, di imprese che generano lavoro stabile, di ricchezza che rimanga nei territori.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 quando pochi grandi soggetti concentrano quote crescenti di mercato beneficiando di regole pi\u00f9 leggere, il risultato \u00e8 sempre lo stesso: meno concorrenza reale, meno imprese di vicinato, meno economia nei territori. E tutto questo parte da una scelta semplice, quotidiana, che riguarda ciascuno di noi: il prezzo pi\u00f9 basso non \u00e8 sempre il prezzo migliore.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ogni volta che un negozio chiude, il territorio perde qualcosa: un servizio, un presidio, un lavoro, un pezzo di vita quotidiana. E questo riguarda tutti, anche chi compra online. Negli ultimi anni il commercio di prossimit\u00e0 sta vivendo una pressione crescente. Un cambiamento iniziato con l\u2019espansione dei centri commerciali, che hanno spostato flussi e abitudini di acquisto fuori dai centri urbani, e poi aggravato dall\u2019avvento dell\u2019e\u2011commerce, che ha accelerato ulteriormente la perdita di competitivit\u00e0 dei negozi fisici. A tutto questo si aggiunge un mercato che non \u00e8 pi\u00f9 equilibrato: le imprese fisiche sostengono costi fiscali, contributivi e amministrativi molto pi\u00f9 alti rispetto ai grandi operatori digitali, che possono muoversi in filiere meno trasparenti e con obblighi pi\u00f9 leggeri. Uno squilibrio che ha alterato la concorrenza e ha svuotato citt\u00e0 e territori. Come ricorda il Presidente della Confesercenti nazionale Nico Gronchi, quando il digitale opera dentro un quadro di obblighi meno pesanti, meno visibili o pi\u00f9 facilmente eludibili, la concorrenza smette di essere pienamente leale. 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