{"id":262061,"date":"2026-05-24T06:55:22","date_gmt":"2026-05-24T04:55:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.brundisium.net\/?p=262061"},"modified":"2026-05-24T06:55:22","modified_gmt":"2026-05-24T04:55:22","slug":"se-il-progresso-fa-paura-ai-suoi-figli-di-roberto-romeo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.brundisium.net\/index.php\/se-il-progresso-fa-paura-ai-suoi-figli-di-roberto-romeo\/","title":{"rendered":"Se il progresso fa paura ai suoi figli. Di Roberto Romeo"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 una scena che racconta il cambio d\u2019aria attorno all\u2019intelligenza artificiale. Eric Schmidt sale sul palco dell\u2019Universit\u00e0 dell\u2019Arizona per parlare ai laureandi. \u00c8 un ex CEO di Google, uno di quegli uomini che fino a pochi anni fa sarebbero stati accolti come profeti del futuro. Ma appena il discorso scivola sull\u2019intelligenza artificiale, qualcuno comincia a fischiare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La cosa colpisce perch\u00e9 quei fischi non arrivano da una platea nostalgica, n\u00e9 da persone spaventate dal digitale per ragioni anagrafiche. Arrivano dai nativi digitali, dalla generazione cresciuta dentro Internet, dentro gli smartphone, dentro i social, dentro l\u2019idea che ogni nuova tecnologia fosse quasi automaticamente sinonimo di libert\u00e0, connessione, opportunit\u00e0.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per anni la Silicon Valley ha raccontato l\u2019intelligenza artificiale come il passaggio successivo di quella stessa promessa: pi\u00f9 produttivit\u00e0, pi\u00f9 creativit\u00e0, pi\u00f9 accesso al sapere, pi\u00f9 tempo liberato. Una narrazione quasi inevitabile. Eppure, davanti a molti giovani, quella promessa oggi suona in modo diverso. Dietro le parole \u201cinnovazione\u201d e \u201cprogresso\u201d loro sentono un\u2019altra frase, molto pi\u00f9 brutale: state costruendo il sistema che potrebbe renderci superflui.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E qui nasce il cortocircuito culturale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Internet, almeno nella sua mitologia iniziale, sembrava aprire porte. I social promettevano relazioni, visibilit\u00e0, comunit\u00e0. Lo smartphone era vissuto come un\u2019estensione della persona, un potenziamento continuo della vita quotidiana. L\u2019intelligenza artificiale, invece, arriva gi\u00e0 carica di una paura diversa: automazione del lavoro, riduzione delle posizioni junior, svalutazione delle competenze cognitive, sostituzione delle attivit\u00e0 creative, precarizzazione di tutto ci\u00f2 che fino a ieri sembrava richiedere studio, talento, esperienza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La rabbia, spesso, nasce dal modo in cui la tecnologia viene presentata. Da un lato i miliardari, i manager e i guru del settore che costruiscono strumenti capaci di cambiare il mercato del lavoro in profondit\u00e0. Dall\u2019altro gli studenti, i neolaureati, i giovani professionisti a cui viene chiesto di essere flessibili, di adattarsi, di reinventarsi, come se l\u2019adattamento fosse una virt\u00f9 astratta e non una fatica concreta. Quando un dirigente della tecnologia sale su un palco universitario e spiega ai ragazzi che il futuro sar\u00e0 meraviglioso grazie all\u2019AI, molti di loro non sentono una visione. Sentono una rimozione. Sentono che qualcuno sta prefigurando un mondo in cui loro rischiano di entrare dalla porta di servizio, oppure di non entrare affatto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una frase di G\u00fcnther Anders che sembra scritta per questo momento: \u201cL\u2019uomo \u00e8 antiquato\u201d. Anders la usava per descrivere lo squilibrio tra la potenza tecnica prodotta dall\u2019essere umano e la sua capacit\u00e0 morale, politica ed emotiva di governarla. Applicata all\u2019intelligenza artificiale, quella frase diventa inquietante. Non perch\u00e9 le persone siano davvero superate, ma perch\u00e9 una parte della societ\u00e0 sta iniziando a sentirsi trattata cos\u00ec: come un ingombro lento dentro un sistema sempre pi\u00f9 veloce.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>I fischi dei giovani, allora, incombono come un segnale. Dicono che la vecchia retorica del progresso automatico non funziona pi\u00f9. Dicono che una generazione abituata a vivere nella tecnologia non \u00e8 disposta ad accettarla come destino religioso. Dicono che l\u2019innovazione, quando viene calata dall\u2019alto senza giustizia sociale, senza protezione del lavoro, senza redistribuzione del potere, smette di apparire come futuro e comincia ad assomigliare a una minaccia.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La scena \u00e8 stranissima proprio per questo. A ribellarsi non sono i \u201cnemici reazionari\u201d della tecnologia, ma i suoi figli. Persone che hanno imparato a informarsi online, a creare contenuti, a studiare con strumenti digitali, a costruire identit\u00e0 dentro piattaforme globali. E proprio loro oggi avvertono che qualcosa si \u00e8 spezzato. La tecnologia liberer\u00e0 tempo oppure render\u00e0 il lavoro umano pi\u00f9 fragile, ricattabile, intermittente? Aiuter\u00e0 i giovani a entrare nel mondo o chiuder\u00e0 le porte proprio nel momento in cui dovrebbero cominciare?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ogni rivoluzione tecnologica porta con s\u00e9 promesse e perdite. La differenza \u00e8 che questa volta la perdita \u00e8 percepita in anticipo. Prima ancora che il cambiamento sia compiuto, una generazione sente gi\u00e0 il rischio di essere scavalcata. Come se il futuro potesse procedere senza aspettarla. Come se la storia, invece di offrire un posto ai nuovi arrivati, stesse preparando un espediente per farne a meno.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Da qui nasce quella che potrebbe diventare una delle fratture culturali pi\u00f9 importanti dei prossimi anni: una ribellione tecnologica dentro la generazione tecnologica stessa. Una protesta contro il potere che decide come usarle, contro l\u2019idea che ogni innovazione debba essere accolta con gratitudine solo perch\u00e9 porta il marchio del futuro. La vera novit\u00e0 \u00e8 proprio questa: i nativi digitali hanno smesso di applaudire per riflesso. Hanno capito che crescere dentro la tecnologia non significa doverla subire. Hanno iniziato a distinguere tra progresso e propaganda. E quando sentono che qualcuno confonde le due cose, fischiano.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>Roberto Romeo<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 una scena che racconta il cambio d\u2019aria attorno all\u2019intelligenza artificiale. Eric Schmidt sale sul palco dell\u2019Universit\u00e0 dell\u2019Arizona per parlare ai laureandi. \u00c8 un ex CEO di Google, uno di quegli uomini che fino a pochi anni fa sarebbero stati accolti come profeti del futuro. Ma appena il discorso scivola sull\u2019intelligenza artificiale, qualcuno comincia a fischiare. &nbsp; La cosa colpisce perch\u00e9 quei fischi non arrivano da una platea nostalgica, n\u00e9 da persone spaventate dal digitale per ragioni anagrafiche. 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