{"id":268202,"date":"2026-10-04T05:23:20","date_gmt":"2026-10-04T03:23:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.brundisium.net\/?p=268202"},"modified":"2026-10-04T05:24:01","modified_gmt":"2026-10-04T03:24:01","slug":"il-tempo-corto-della-cultura-di-roberto-romeo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.brundisium.net\/index.php\/il-tempo-corto-della-cultura-di-roberto-romeo\/","title":{"rendered":"Il tempo corto della cultura. Di Roberto Romeo"},"content":{"rendered":"<p>Novanta secondi per Dante. Sessanta per spiegare Caravaggio. Trenta per raccontare Freud. Un minuto e mezzo per capire la guerra fredda, Nietzsche, l\u2019Impero romano, Pasolini, la fisica quantistica. Se resta qualche secondo, magari anche Proust. La cultura oggi corre. Ma il punto non \u00e8 soltanto che corre: \u00e8 che abbiamo cominciato a pensare che tutto possa essere capito alla stessa velocit\u00e0.<\/p>\n<p>Scorriamo.<\/p>\n<p>Un ragazzo balla, una pubblicit\u00e0, la Divina Commedia, una ricetta, Gaza, tre curiosit\u00e0 su Van Gogh, un cane che cade dal divano, la crisi della democrazia occidentale. Tutto occupa lo stesso rettangolo luminoso, tutto aspetta lo stesso gesto del pollice. Su o gi\u00f9. Resto o passo. Mi interessa o non mi interessa. Il giudizio dura una frazione di secondo. \u00c8 forse questa la trasformazione pi\u00f9 profonda: non abbiamo soltanto accorciato i contenuti. Abbiamo accorciato il tempo che siamo disposti a concedere loro.<\/p>\n<p>Il reel, in s\u00e9, non \u00e8 il nemico. Pu\u00f2 essere brillante, intelligente, perfino un formidabile ingresso verso qualcosa che ancora non conosciamo. Il problema nasce quando l\u2019ingresso diventa la casa. Quando pensiamo di conoscere Dante perch\u00e9 qualcuno ci ha raccontato in settantacinque secondi perch\u00e9 Paolo e Francesca si trovano all\u2019Inferno. Quando il riassunto smette di essere un invito alla conoscenza e prende il posto della conoscenza. Abbiamo trasformato il sapere in una sequenza di trailer senza essere pi\u00f9 sicuri che qualcuno voglia vedere il film.<\/p>\n<p>Il sociologo tedesco Hartmut Rosa ha descritto la modernit\u00e0 attraverso tre forme di accelerazione: \u00abaccelerazione tecnologica, accelerazione del cambiamento sociale e accelerazione del ritmo di vita\u00bb. \u00c8 una formula che sembra scritta per il nostro pollice. Perch\u00e9 il paradosso \u00e8 evidente. La tecnologia dovrebbe farci risparmiare tempo, e invece abbiamo sempre meno tempo. Abbiamo strumenti che consentono di ottenere in pochi secondi ci\u00f2 che un tempo richiedeva ore, ma quei secondi liberati vengono immediatamente occupati da qualcos\u2019altro. Un altro messaggio. Un altro video. Un\u2019altra notifica. Un\u2019altra cosa da sapere rapidamente prima che ne arrivi una nuova.<\/p>\n<p>L\u2019accelerazione sta modificando il modo in cui guardiamo.<\/p>\n<p>Un quadro deve colpirci subito. Una canzone deve conquistarci nei primi secondi. Un articolo troppo lungo viene salvato \u00abper dopo\u00bb, il grande cimitero digitale delle cose che probabilmente non leggeremo mai. Una conferenza di un\u2019ora sembra interminabile; quaranta reel consecutivi, invece, possono scivolare via senza che ce ne accorgiamo.<\/p>\n<p>Abbiamo perso la pazienza della curiosit\u00e0.<\/p>\n<p>E la cultura, invece, \u00e8 fatta anche di resistenza. Ci sono pagine che non si aprono al primo incontro. Musiche che chiedono ascolti ripetuti. Pensieri che all\u2019inizio infastidiscono. Romanzi che impiegano cinquanta pagine prima di mostrarci perch\u00e9 valeva la pena entrarci. La conoscenza a volte pretende fatica, silenzio, perfino noia.<\/p>\n<p>La parola pi\u00f9 sospetta del nostro tempo sembra essere proprio questa: noia.<\/p>\n<p>Abbiamo costruito un gigantesco sistema tecnologico per impedirci di annoiarci anche trenta secondi. Alla fermata dell\u2019autobus, in ascensore, in fila, al tavolo mentre l\u2019altro va in bagno: lo schermo interviene immediatamente a riempire il vuoto. Eppure proprio nel vuoto, per secoli, l\u2019uomo ha pensato, immaginato, ricordato. La noia non era necessariamente un difetto del sistema. <\/p>\n<p>Era anche uno spazio libero.<\/p>\n<p>Oggi persino la cultura deve temere che qualcuno cambi video. Per questo parla pi\u00f9 veloce, taglia le pause, mette sottotitoli enormi, musica sotto le parole, immagini che cambiano continuamente. Ogni tre secondi deve succedere qualcosa. Non basta pi\u00f9 dire una cosa interessante: bisogna impedire a chi ascolta di andarsene.<\/p>\n<p>\u00c8 la cultura sottoposta alle regole dell\u2019attenzione commerciale.<\/p>\n<p>Ma una civilt\u00e0 non pu\u00f2 conoscere se stessa soltanto attraverso contenuti progettati per non farci scorrere oltre. Mai come oggi abbiamo avuto a disposizione una quantit\u00e0 cos\u00ec sterminata di informazioni. Il rischio \u00e8 diverso: sapere moltissime cose senza averne approfondita quasi nessuna. Avere una familiarit\u00e0 superficiale con tutto. Riconoscere un nome, una frase, un quadro, un concetto e scambiare quel riconoscimento per conoscenza.<\/p>\n<p>Sappiamo che esiste. Pensiamo quindi di saperlo.<\/p>\n<p>Eppure la cultura \u00e8 ci\u00f2 che rimane quando la memoria passa. \u00c8 quello che una lettura, un quadro, una musica lasciano nel nostro modo di pensare quando ne abbiamo dimenticato i dettagli. \u00c8 una sedimentazione lenta, e proprio per questo ha bisogno di tempo. Perch\u00e9 qualcosa resti dentro di noi, dobbiamo fermarci.<\/p>\n<p>Il reel pu\u00f2 raccontarci chi era Dostoevskij. Pu\u00f2 riassumere l\u2019Inferno di Dante, ma non ci restituisce quella strana esperienza per cui una terzina scritta sette secoli fa improvvisamente parla di noi. Forse la vera forma di ribellione culturale dei prossimi anni sar\u00e0 una cosa antichissima: leggere venti pagine senza controllare il telefono. Ascoltare qualcuno parlare per un\u2019ora. Guardare un quadro senza fotografarlo. Arrivare alla fine di un ragionamento senza chiedergli, dopo quindici secondi, di essere gi\u00e0 interessante.<\/p>\n<p>La Divina Commedia pu\u00f2 stare in un reel? Naturalmente pu\u00f2.<\/p>\n<p>Ma la domanda \u00e8 un\u2019altra.<br \/>\nSiamo ancora disposti, dopo quei novanta secondi, ad aprire il libro?<\/p>\n<p><strong>Roberto Romeo<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Novanta secondi per Dante. Sessanta per spiegare Caravaggio. Trenta per raccontare Freud. Un minuto e mezzo per capire la guerra fredda, Nietzsche, l\u2019Impero romano, Pasolini, la fisica quantistica. Se resta qualche secondo, magari anche Proust. La cultura oggi corre. Ma il punto non \u00e8 soltanto che corre: \u00e8 che abbiamo cominciato a pensare che tutto possa essere capito alla stessa velocit\u00e0. Scorriamo. Un ragazzo balla, una pubblicit\u00e0, la Divina Commedia, una ricetta, Gaza, tre curiosit\u00e0 su Van Gogh, un cane che cade dal divano, la crisi della democrazia occidentale. Tutto occupa lo stesso rettangolo luminoso, tutto aspetta lo stesso gesto del pollice. Su o gi\u00f9. Resto o passo. Mi interessa o non mi interessa. Il giudizio dura una frazione di secondo. \u00c8 forse questa la trasformazione pi\u00f9 profonda: non abbiamo soltanto accorciato i contenuti. Abbiamo accorciato il tempo che siamo disposti a concedere loro. Il reel, in s\u00e9, non \u00e8 il nemico. 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