{"id":268977,"date":"2026-10-17T14:02:50","date_gmt":"2026-10-17T12:02:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.brundisium.net\/?p=268977"},"modified":"2026-10-17T14:10:34","modified_gmt":"2026-10-17T12:10:34","slug":"la-dittatura-del-a-me-invece","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.brundisium.net\/index.php\/la-dittatura-del-a-me-invece\/","title":{"rendered":"La dittatura del &#8220;A me invece&#8230;&#8221;. Di Roberto Romeo"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un modo di stare nelle conversazioni che racconta molto del tempo in cui viviamo. Lo si riconosce facilmente: qualunque argomento si introduca, dopo pochi minuti il discorso finisce nella vita di chi abbiamo davanti. Si parla di una citt\u00e0 e lui racconta quando ci \u00e8 stato con la famiglia. Si cita un libro e ricorda quello che leggeva a vent\u2019anni. Si accenna a una malattia e compare immediatamente la sua. Si racconta il successo di qualcuno e ne arriva uno suo o di un familiare, simile o pi\u00f9 importante. Si parla di un problema pubblico e il ragionamento scivola su ci\u00f2 che \u00e8 accaduto a lui, alla sua famiglia, al suo lavoro, ai suoi amici, al suo vicinato, ai suoi affini.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>L\u2019argomento iniziale resta sullo sfondo. Il centro, ormai, \u00e8 diventato un altro: lui.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non \u00e8 necessariamente vanit\u00e0. E nemmeno sempre narcisismo nella sua forma pi\u00f9 ridondante. \u00c8 piuttosto una sorta di appropriazione autobiografica del dialogo: qualsiasi materia venga messa sul tavolo viene rapidamente declinata nella propria esperienza personale. \u00c8 naturale, spesso utile, qualche volta persino necessario. Il punto \u00e8 l\u2019incapacit\u00e0 di non farlo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Qualunque strada prenda la conversazione, esiste un raccordo che conduce alla stessa destinazione. Il meccanismo pu\u00f2 perfino sembrare partecipazione. \u00ab\u00c8 successo anche a me\u00bb \u00e8 una delle frasi con cui cerchiamo di avvicinarci all\u2019esperienza degli altri. Ma c\u2019\u00e8 una differenza profonda tra usare la propria esperienza per comprendere meglio ci\u00f2 che viene raccontato e usare ci\u00f2 che viene raccontato come occasione per riprendersi il discorso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nel primo caso ci si avvicina all\u2019altro. Nel secondo lo si sostituisce.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questa deviazione continua a rendere il fenomeno interessante. L\u2019interlocutore ascolta abbastanza da trovare un appiglio, poi cambia asse. Non segue davvero il racconto: aspetta il punto nel quale possa inserire il proprio. Il dialogo smette cos\u00ec di essere uno spazio comune e diventa una successione di pretesti autobiografici. Christopher Lasch parl\u00f2, alla fine degli anni Settanta, di una \u00abcultura del narcisismo\u00bb. Il suo ragionamento era molto pi\u00f9 ampio della semplice vanit\u00e0 individuale: descriveva una societ\u00e0 nella quale il s\u00e9 diventava sempre pi\u00f9 bisognoso di attenzione e conferme.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Oggi una delle manifestazioni pi\u00f9 usitate di quella centralit\u00e0 potrebbe trovarsi proprio qui: nella difficolt\u00e0 di sostenere una conversazione senza riportarla continuamente alla propria sfera. Ma c\u2019\u00e8 anche un problema di ascolto. Ascoltare davvero significa lasciare che un argomento mantenga per qualche minuto la sua direzione. Significa non impadronirsene. Se qualcuno racconta un dolore, non \u00e8 necessario produrne subito uno nostro. Se parla di una persona interessante, non occorre trovare qualcuno di ancora pi\u00f9 interessante che abbiamo conosciuto noi. Se racconta un viaggio, possiamo perfino limitarci a chiedere com\u2019era.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sembra elementare. Eppure diventa sempre pi\u00f9 raro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Forse perch\u00e9 viviamo in una societ\u00e0 che ci allena continuamente all\u2019autorappresentazione. Ogni esperienza viene raccontata, esibita, commentata. Ogni opinione concorre a definire chi siamo. Ogni fatto pu\u00f2 diventare materiale per la nostra storia personale. Alla lunga, questa abitudine entra anche nel modo in cui stiamo nelle relazioni. L\u2019altro parla, ma ci\u00f2 che dice viene immediatamente trasformato in materia prima.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Esiste tuttavia un\u2019altra chiave di lettura. Negli ultimi anni si \u00e8 molto depotenziata la variabile \u201ccomunit\u00e0\u201d. L\u2019individuo \u00e8 rimasto da solo davanti al compito di dare senso a ci\u00f2 che vive. Per questo la propria esperienza finisce spesso per diventare il metro esclusivo con cui leggere tutto il resto. Ci si fida pi\u00f9 di ci\u00f2 che si \u00e8 vissuto che di ci\u00f2 che si osserva da fuori. E cos\u00ec il racconto personale acquista un\u2019autorit\u00e0 che tende a occupare anche lo spazio del confronto.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La questione spesso trascende la buona educazione e diventa culturale. Perch\u00e9 se ogni argomento acquista valore soltanto nella misura in cui ci riguarda, perdiamo lentamente la capacit\u00e0 di interessarci a ci\u00f2 che non parla di noi. E il mondo, per fortuna, \u00e8 fatto soprattutto di cose che esistono indipendentemente da noi. E forse una conversazione comincia davvero solo quando chi abbiamo davanti non usa ogni frase come una rampa di accesso al proprio piedistallo biografico. Quando il discorso pu\u00f2 restare, almeno per un po\u2019, dove era cominciato. Senza deragliare sempre verso il proprio ombelico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>Roberto Romeo<\/strong><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un modo di stare nelle conversazioni che racconta molto del tempo in cui viviamo. 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