Brindisi, 01/06/2011

De Netto (Pdl): "Il Pdl non esiste"

Inutile fare giri di parole: il PDL ha perso.
E la sconfitta è dovuta - solo per farne un breve condensato, ovviamente incompleto - ad almeno quattro fattori:
1) L’aver connotato politicamente una tornata che doveva essere e rimanere esclusivamente amministrativa: un cittadino, infatti, deve poter scegliere con serenità il sindaco migliore, e non dare un giudizio sull’operato del Governo nazionale
2) L’aver gestito in maniera pessima la crisi libica, dando l’impressione di essere governati non più da un ottimo leader carismatico in grado di essere protagonista sulla scena internazionale, ma da un paio di ministri pronti ad accodarsi alle decisioni prese in qualche strano circolo ricreativo fuori dal nostro Paese.
3) L’assenza di una struttura organizzativa del PDL in grado di essere aperta, partecipata, includente, che non fosse cioè soltanto ristretta alla cerchia dei parlamentari o agli amici del ministro di turno.
4) La mancanza di un vero investimento sui giovani “militanti”, e di una vera politica culturale a livello di territorio.
Ma forse, la sconfitta del PDL ha la sua causa più grande nel rifiuto ontologico del modello dell’impegno politico e sociale. Sarà una sorta di contrappasso, ma è davvero strano il fatto che proprio un leader come Berlusconi, così scatenato contro una certa parte della magistratura e pronto a sottolineare gli eccessi negativi della stagione di tangentopoli, poi ne abbia colto l’eredità culturale principale.
E cioè quella di considerare l’impegno politico e di partito un qualcosa di negativo, di sbagliato, di vecchio, e certamente sintomo di qualcosa da nascondere o di privilegi da difendere.
Il Premier ha sempre detto – ed è la verità - di essere stato attaccato dai magistrati non appena ha deciso di scendere in politica; ma anziché tentare di ribaltare l’idea che l’impegno politico fosse una cosa poco limpida, si è di fatto allineato – da “imprenditore provvisoriamente prestato in soccorso della politica” - all’idea principale che, dal 1992, si è fatta strada nell’opinione pubblica proprio grazie all’azione di certe procure.
Se pensiamo non solo agli attacchi ai c.d. politici di professione (giusti quando si è in Parlamento da troppo tempo), ma ad ogni forma di struttura-partito, ci rendiamo conto che l’idea di fondo che ha retto il centrodestra partitico di Berlusconi è proprio quella venuta fuori da tangentopoli: la politica è sporca, brutta, ed i partiti sono solo comitati di affari. Ed è quindi giusto attaccarli e, quando possibile, anche cancellarli.
Senza forse rendersene conto, in altri termini, Berlusconi conduceva, con altri mezzi e con toni differenti, la medesima battaglia di qualche magistrato…
Ecco che quindi si spiega l’avversione alla struttura, ai congressi, al riconoscimento delle “correnti”, ai percorsi di militanza: Berlusconi, in questo, ha incarnato - consapevolmente o meno - il più degno erede del “giustizialismo antipolitico” di tangentopoli.
E siccome sui territori tutto era (e fino ad oggi lo è ancora) ad immagine e somiglianza di quello che c’era a Roma, quasi che ognuno potesse assurdamente e con arroganza sentirsi un piccolo Silvio, è stato negato ovunque ai militanti veri - a volte persino ad un’intera generazione - di avere una minima possibilità di dimostrare ciò che fossero in grado di fare.
Figuriamoci quando la gente, mantenendo autonomia di giudizio e libertà di azione, non era amica dell’On. Tizio o del Sen. Caio: meglio avvalersi di gente raccattata per caso o pescata da altri partiti, piuttosto che riconoscere la presenza "politica e militante" altrui.
Ma è chiaro a tutti che, pur dovendo necessariamente evitare ogni ritorno alla vecchia partitocrazia e ai vecchi modelli di partito fatti di pacchetti di tessere e scontri interni, un ruolo alla politica partecipata va necessariamente dato e riconosciuto: che si chiamino partiti, associazioni, comitati, fondazioni, circoli, non si può fare a meno della partecipazione e dell’aggregazione aperta e plurale.
Altrimenti il rischio è proprio quello di condannare la politica a subire i dicktat di forze esterne, quali la magistratura, l’economia, la finanza, le lobby, i poteri forti.
In attesa di trovare un’alternativa ai modelli liberaldemocratici in crisi perché fatti di utopie e forse di mera democrazia rappresentativa, meglio quindi la politica autentica, all’antica, che un minimo di legame con il popolo deve necessariamente mantenerlo.
Ma questo significa che l’Italia deve fare i conti con il proprio passato, ammettendo, tutti, che quello che c’era prima della Seconda Repubblica non era un grande magma tutto cattivo e sporco, ma che molto spesso i protagonisti del vecchio sistema hanno contribuito a scrivere pagine importanti della vita del Paese.
Il PDL, da parte sua, dovrebbe una volta per tutte lasciar perdere questa componente “giustizialista ed antipolitica”, tornando a credere nella vita di partito – inteso ovviamente non come struttura appesantita e farraginosa - e nell’impegno politico, sociale e culturale movimentista, fatto 365 giorni all’anno.
Selezionando i suoi dirigenti, i suoi rappresentanti ed i candidati di conseguenza.
Solo così facendo, eviteremo di trovarci di fronte ad una classe dirigente fatta di amici e parenti dei parlamentari nominati, e di personaggi improvvisati in ruoli istituzionali, non in grado di adempiere al proprio compito per il bene comune. Del resto fino ad oggi, - a parte il caso eccezionale ed unico di Berlusconi - nessuno è stato in grado di smentire il fatto che i migliori politici, i migliori amministratori, i migliori esponenti istituzionali, vengono sempre da una lunga militanza.
Ed ecco che, se è vero che inizia una nuova fase per il centrodestra – ma probabilmente per la politica italiana - , questa non potrà che essere quella dei militanti, della competenza, della capacità e del merito.
Con buona pace di tutti quelli che si erano illusi che queste cose andassero consegnate alla storia, perché c’era sempre un amico senatore in grado di piazzare gli imbecilli nel posto giusto.
I quali dovranno iniziare a capire che la politica si inizia a fare non facendosi riempire di inutili medaglie, ma scrivendo un volantino e preparando la colla per attaccare i manifesti.

COMUNICATO STAMPA LUCA DE NETTO - DIRIGENTE PROVINCIALE PDL