7 Novembre 2026

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6 Novembre 2026 · evidenza1, Interventi

Un faro, spento, per la città? Faro, faro delle mie brame, cosa c’è nel mio reame? Di Sonne

Un faro, spento, per la città? Faro, faro delle mie brame, cosa c’è nel mio reame?

Simpatica la “discussione” pubblica sul già fu faro che da sopra forte a mare segnalava ai naviganti: 4 lampi bianchi, in sequenza, ogni venti secondi con una portata di 18 miglia marittime, altezza sul mare 28 metri.
E quel faro perfettamente visibile, già dal tramonto fino all’alba, dalle banchine della città e da qualche terrazzo. Dava a noi tutti il limes, limite al “mare aperto” suggerendo l’urgenza a provare a tenere sempre una rotta: rotta difficile per le continue “buriane” incombenti sulla nostra comunità socio – politica.
Eppoi, per qualcuno, dava la dimensione significante: porto – casa – anima; tutto ciò “viveva” come heimat-casa del padre, dolore per le continue offese nell’indifferenza dei più, nostalgia per quando lo snaturamento, dei tempi recenti e correnti, ancora non s’avvertiva, talora farsi fuggitivo nell’autoinganno dell’isolamento.

Ed oggi che succede? Siamo alla ricerca di un faro? Sentiamo il bisogno di un faro? Interessante.

Dobbiamo considerare un manufatto, per quanto datato, come memorabilia, cimelio o reliquia di un tempo che è stato?
Per dargli quale significato? Al di là della funzione che ha avuto?
Cosa, sul piano comunicativo, esperenziale e valoriale, dovrà essere, fare, svolgere? Quale il “senso” di un nuovo luogo (o location come si usa)?
Verso chi? Verso chi usa già una scritta luminosa del topos ai giardinetti per farsi tutti i selfie che vorrà? O per gite scolastiche fuori porta? Oppure musealizzare (bbrrr…) con qualche finanziamento “a vuoto a perdere”?

Alcuni pensano che far ri-vivere qualcosa della nostra comune memoria sedimentata (ricordi e manufatti, luoghi esperienze di vita quotidiana e parole, leggende e cronache) possa divenire una proficua articolazione, sensibile alle domande elementari del destino?

Chi s’occupa di quanto chiamiamo “cultura” avverte come forse altro va “praticato” in una città che non “sente” da tempo l’appartenenza, non banalmente campanilistica, ad una comunità: essere cioè città per tutti, di essere città friendly, amichevole, che accoglie?

Memoria, cos’è? E’ la (ab)bonaria nostalgia di ciò che non c’è e non può mai ri-essere? E’ l’accendere occasionale di buone volontà che s’uniscono in cerca di nostos (ritorno)? E’ l’auto illusione d’essere nel tempo storico del “qui ed ora” provando ad inviare segnali di fumo mentre imperversano bombardamenti e distruzioni che oscurano il cielo di giorno e lasciano insonni di notte; e non si può vedere né l’angelo sopra Berlino né la sommità del Monumento con la Madonna? Memoria è mettere un seme nei sentimenti che s’alimentano, purtroppo, di menzogne, piccolo e privato cabotaggio ed illusorie persuasioni?

Mentre tutt’intorno l’aridità dell’iper individualismo si mostra come deserto sott’assedio di inumana tecnologia, padroni senza volto e figuranti al loro soldo.

Citta alla ricerca di un faro, cioè di un orientamento? Città con una rotta? Cosa si vede dalla coffa?
Cos’è questo porto? Porto di nebbie? Porto impaludato?
Passata la Storia? Passato il Santo? Passata la festa?
E’ un porto, porto dove l’anima è stata avvelenata e diventata altro?

Un tempo qualcuno ha scritto: navigare necesse est, vivere non necesse; altro aggiunse: naufragium feci beni navigavi.
Permettendo: andar per cozzi pateddi o essere cozza pilosa? O gabbianu? O uarda stelli?

Dialogo: “Come è andata la pesca?” – “Cauri e oloutorie (cazzi di re)”.

 

Novembre 2026.

SONNE