Da vent’anni accompagna il Festival del Fico Mandorlato di San Michele Salentino: la maglietta con lo slogan “I love fica mandorlata” è diventata un simbolo della manifestazione, capace nel tempo di far parlare del prodotto tipico e del territorio. Oggi però quel claim è finito al centro di una polemica politica, dopo le critiche dell’assessora alle Pari Opportunità che lo ha ritenuto superato e non più coerente con la sensibilità attuale.
Credo che questa discussione meriti una riflessione diversa, lontana dalle contrapposizioni.
Quel marchio appartiene a un’altra fase della comunicazione. Vent’anni fa la provocazione, il gioco di parole, il doppio senso erano strumenti utilizzati per attirare attenzione, rompere gli schemi e farsi ricordare. Ha funzionato: il Fico Mandorlato è diventato riconoscibile anche grazie a quella scelta comunicativa.
Ma il tempo passa e anche i linguaggi cambiano. Oggi un territorio che vuole crescere, consolidare la propria identità e valorizzare le proprie eccellenze deve forse puntare meno sull’effetto sorpresa e più sulla qualità del racconto, sulla storia, sulla cultura e sulla capacità di costruire una reputazione solida.
Questo non significa considerare quello slogan uno scandalo, né cancellare la memoria di un percorso che ha avuto un suo valore. Significa semplicemente prendere atto che ogni marchio, come ogni progetto, attraversa fasi diverse: c’è un momento in cui serve stupire e un momento in cui serve consolidare.
La polemica, però, rischia di essere la strada sbagliata. Trasforma una legittima riflessione sull’evoluzione della comunicazione in uno scontro politico che non aiuta né il Festival né il territorio.
Le comunità crescono quando sanno guardare avanti senza rinnegare il passato, ma anche senza rimanerne prigioniere.
