La gigafactory di Brindisi viene presentata come uno dei pilastri della nuova filiera italiana ed europea delle batterie. Un investimento importante, che può rappresentare una straordinaria occasione di riconversione industriale per il nostro territorio.
Proprio per questo credo sia necessario andare un po’ più in profondità rispetto alla semplice posa della prima pietra.
Ieri sera ho letto la notizia del crollo in Borsa di Seri Industrial, arrivata a perdere oltre il 20%, dopo l’annuncio della fusione con la controllante SE.R.I. e del conseguente delisting.
La cosa mi ha incuriosito e sono andato a vedere più da vicino come è strutturata l’operazione della gigafactory di Brindisi.
La gigafactory e la linea di assemblaggio BESS saranno realizzate da Eni Storage Systems, la società nata dalla partnership tra Eni Industrial Evolution e FIB, società del gruppo Seri Industrial, partecipate rispettivamente al 51% e al 49%.
Poi c’è un altro soggetto.
É la FAENIX – European Energy Storage, la società che si occuperà della commercializzazione delle batterie prodotte in Italia, oltre che di supply chain, ingegneria e ricerca e sviluppo a supporto della filiera.E qui c’è un dato che merita attenzione: FAENIX è partecipata al 70% da FIB, società del gruppo Seri Industrial, e al 30% da Eni Industrial Evolution.
Quindi, semplificando:
ENI STORAGE SYSTEMS
→ realizza la capacità produttiva
→ Eni 51%
→ Seri/FIB 49%
FAENIX
→ commercializza i prodotti e gestisce parte delle attività a valle
→ Seri/FIB 70%
→ Eni 30%
È automaticamente un problema? Assolutamente no.
È tutto perfettamente legittimo? Certamente.
Ma è altrettanto legittimo chiedersi: come mai Eni, che dovrebbe rappresentare la garanzia industriale e finanziaria di lungo periodo del progetto, ha il 51% della società che realizza la capacità produttiva e poi scende al 30% nella società che commercializza i prodotti?
E di conseguenza: quanto realmente Eni punti sul progetto se la società commerciale che valorizzerà sul mercato la produzione è controllata al 70% dall’altro partner?
È una domanda, non un’accusa.
Anche perché quando si parla di un investimento industriale di questa portata, la presenza di Eni dovrebbe rappresentare per Brindisi non soltanto un nome importante sulla prima pietra, ma una garanzia di solidità, continuità e prospettiva industriale nel lungo periodo.
E allora c’è un altro aspetto sul quale sarebbe utile fare chiarezza.
Se, come è stato riportato da parte della stampa, le principali commesse e le decisioni relative alla costruzione degli impianti vengono definite altrove, quanto di questo investimento sarà realmente capace di generare ricadute economiche sul territorio?
Quanti lavori, forniture, servizi e professionalità saranno affidati ad aziende brindisine?
E soprattutto: la riconversione del sito industriale significa anche costruire una filiera locale oppure Brindisi rischia di diventare semplicemente il luogo fisico nel quale viene realizzato un impianto le cui decisioni, commesse e valore economico vengono gestiti altrove?
Sono domande ancora più importanti se le mettiamo insieme alla vicenda Seri Industrial.
Seri Industrial sta andando verso il delisting. Gli azionisti di minoranza usciranno dalla società quotata e il gruppo verrà ricondotto sotto il controllo della controllante SE.R.I., riconducibile alla famiglia Civitillo.
Che cosa significa, nel medio e lungo periodo, che uno dei partner industriali dell’operazione stia progressivamente riducendo il proprio impatto mentre l’altro sta uscendo dal mercato azionario e concentrando le finanze nelle mani di una semplice Spa gestita dai Civitillo?
Non sto dicendo che questo sia necessariamente un male.
Sto dicendo che merita di essere osservato, approfondito e spiegato.
La gigafactory può essere una straordinaria opportunità per Brindisi. Ma proprio perché lo è, credo che dobbiamo guardare oltre la posa della prima pietra e oltre gli annunci.
Chi mette i capitali? Chi assume i rischi? Chi decide? Chi costruisce? Chi produce? Chi vende? Chi incassa? E quanto di tutto questo valore rimarrà realmente a Brindisi e impatterá sul capitale umano?
Non c’è da essere né entusiasti a prescindere né catastrofisti.
C’è da essere vigili.
Ore.Pi
