1973 1994, ℎ ̀ , ’70
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Il mondo del basket brindisino oggi si ferma. E lo fa in silenzio, come si fa davanti alle persone che non hanno mai cercato il centro della scena, ma che di quella scena sono state l’anima più autentica.
Angelo Pellecchia non era un allenatore, non era un dirigente, non era un giocatore. Eppure senza Angelo Pellecchia una fetta enorme della storia del basket brindisino semplicemente non sarebbe esistita.
Dal 1973 al 1994 è stato lo storico custode della palestra Galiano, negli anni in cui quel parquet era il cuore pulsante della pallacanestro cittadina. Gli anni Settanta, soprattutto, quelli dei tornei, delle sfide interminabili, delle gradinate gremite, del basket vissuto come rito popolare prima ancora che come sport. Quelli di Elio Pentassuglia e la generazione di ragazzi terribili che hanno fatto grande il basket brindisino.
Angelo era il primo volto incontrato da chiunque varcasse quella soglia: bambini, ragazzi, studenti, atleti. Colui che apriva la porta. Colui che accendeva le luci. Colui che, prima ancora che iniziasse una partita o un allenamento, rendeva possibile il basket.
Un ruolo che non faceva rumore, ma che teneva in piedi tutto.
La Galiano non era solo una palestra. Era un rifugio, una scuola di vita, un tempio popolare della pallacanestro brindisina. E Angelo ne era il guardiano silenzioso.
Conosceva ogni angolo, l’odore dei palloni consumati, il suono dei ferri dopo una tripla ben costruita, il brusio che precedeva le grandi sfide dei tornei estivi e invernali. Conosceva soprattutto le persone: i loro sogni, le loro paure, le loro delusioni. E a tutti regalava la stessa cosa: rispetto, presenza, umanità.
Intere generazioni sono cresciute passando da quella porta, proprio in quegli anni in cui il basket brindisino costruiva le sue fondamenta più solide. Alcuni sono diventati cestisti, altri allenatori, altri semplicemente uomini e donne migliori. Tutti, però, hanno incrociato lo sguardo di Angelo Pellecchia. Uno sguardo che non giudicava, ma accoglieva.
Perché Angelo rappresentava quel basket fatto di sacrificio, di volontariato, di amore puro. Quello che non finisce nei tabellini, ma resta inciso nella memoria collettiva.
Avrebbe compiuto 89 anni. Ottantanove anni vissuti al servizio dello sport e delle persone, senza mai chiedere nulla in cambio, con la dignità di chi sa che il proprio contributo, anche se invisibile, è fondamentale.
Oggi il pensiero va con affetto sincero ai figli Patrizia e Dario – ex cestisti, testimoni diretti di quella passione trasmessa senza clamore – al nipote Andrea e a tutta la famiglia Pellecchia, abbracciata idealmente da una città intera.
Pane e Basket oggi saluta uno dei suoi pilastri invisibili.
Perché il basket non è fatto solo di canestri e vittorie. È fatto di chi apre la palestra quando fuori è ancora buio. Di chi custodisce un luogo come fosse casa. Di chi crede, profondamente, che un pallone possa cambiare una vita.
Ciao Angelo.
La Galiano non sarà più la stessa.
Ma ogni rimbalzo, ogni passo sul parquet, ogni ragazzo che entrerà per la prima volta in palestra porterà con sé un pezzo della tua storia. E della storia più vera del basket brindisino.
(Si ringrazia L’amico Dario per le foto)
Da: Pane e Basket
