October 16, 2026

Ritardi nella diagnosi, inadeguato utilizzo di strumenti diagnostici, costante sottovalutazione dei rischi. Con queste motivazioni il Tribunale di Brindisi ha condannato l’azienda sanitaria locale a risarcire una famiglia brindisina con 1,6 milioni di euro per la morte di un paziente avvenuta l’11 agosto di 9 anni fa.

Un caso drammatico che ha generato un dolore immenso nella famiglia della vittima ma anche tanta rabbia per una tragedia che molto probabilmente si sarebbe potuta evitare. Ad assistere la famiglia in tutti questi anni è stato il gruppo Giesse, leader in Italia nella tutela dei familiari di vittime di malasanità, che ha permesso loro di ottenere il risarcimento a cui avevano diritto.

La storia clinica
Tutto inizia il 18 luglio 2017 quando il 50enne si reca al Pronto Soccorso del Camberlingo, a Francavilla Fontana, con forti dolori addominali. Da lì in poi una serie di gravi imperizie lo porterà alla morte in meno di un mese. Innanzitutto, i medici confondono una peritonite diffusa con una gastroenterite e spostano il paziente prima in Ortopedia, poi in Nefrologia.
“All’ingresso il paziente avrebbe potuto ottenere un adeguato inquadramento clinico mediante l’esecuzione di una TC – spiegano i consulenti tecnici d’ufficio – Sarebbe infatti stato possibile identificare le fasi iniziali di una perforazione colica destra (…) la TC, come già sottolineato, è stata eseguita dopo 10 giorni dall’ingresso in Pronto soccorso”.
Solo in quel momento i medici si accorgono della drammaticità del quadro clinico del paziente e lo trasferiscono in Chirurgia, scegliendo tuttavia una tecnica operatoria inadatta. Un altro errore. Dopo lo shock settico, arriva un ulteriore peggioramento e il paziente muore.
“Pare evidente anche ad un non esperto della materia – si legge nella sentenza del giudice Maurizio Rubino – che il quadro patologico sia stato ampiamente sottovalutato fin dall’accesso in Pronto Soccorso del 18 luglio 2017 e che, se fosse stato subitaneamente indicato come meritevole di approfondimento diagnostico, avrebbe portato a ben altro esito e non al decesso del paziente”.

Il commento di Giesse
“Spesso i casi di malasanità rappresentano situazioni difficili da affrontare per chi le vive in prima persona – spiega Giuseppe Vacca, di Giesse – Non sempre, inoltre, le persone hanno gli strumenti o le conoscenze necessarie per capire se ci siano i presupposti per far valere i propri diritti. Così, molti finiscono per arrendersi prima ancora di aver avuto la possibilità di comprendere davvero la propria situazione. E questo è un aspetto particolarmente delicato: al danno subìto rischia di aggiungersi un’ulteriore ingiustizia, quella di non riuscire a far valere i propri diritti, non per mancanza di ragioni, ma per mancanza di informazioni, orientamento o sostegno”.
“Il nostro compito, come consulenti, è anche questo – conclude Vacca, di Giesse – aiutare le persone a capire quanto accaduto, ascoltarle, indirizzarle verso le professionalità competenti. Non tutti i casi si traducono necessariamente in una responsabilità sanitaria o in un risarcimento, ed è proprio per questo che una valutazione seria e approfondita è fondamentale”.

 

COMUNICATO STAMPA GIESSE

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