February 17, 2020

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Ai tempi dei Babilonesi si credeva che gli dei, per il troppo parlare degli uomini, avessero mandato il diluvio universale. Chissà quale punizione gli stessi dei avrebbero comminato a noi moderni avviluppati in un cicaleccio senza fine e, soprattutto, senza costrutto.

Assodato che il silenzio, quale necessario e fisiologico momento di raccoglimento in noi stessi e di ascolto degli altri, è oramai in via d’estinzione sorge spontanea la domanda sul perché di questo fenomeno. La risposta più immediata che ho trovato riguarda il terrore che l’altro ˗ il nostro interlocutore-nemico ˗ abbia solidi argomenti a suo carico. Molti più dei nostri. Da qui l’imperativo di sopraffarlo con una valanga di parole che lo costringano alla ritirata.

A parte questa prima considerazione il motivo per cui il silenzio sta lentamente scomparendo è che, in certe situazioni, può risultare troppo pesante da sostenere. E allora, per allontanare da noi questo senso di fastidio, si cerca il diversivo del rumore, del chiasso gratuito e fuori luogo. Come quando si applaude nel corso di un funerale o durante il minuto di raccoglimento per ricordare chi è uscito di scena. Si battono le mani per un conflitto interiore provocato dalla voglia di dire qualcosa (sempre quella narcisistica voglia…), malgrado la sacralità del momento richieda un silenzio composto e misericordioso.

Insomma il silenzio infastidisce fino a tal punto che, dove sia raccomandato tacere, si avverte l’impellente necessità di creare un rumore. Così, se durante un discorso pubblico o uno  spettacolo s’impone una pausa di silenzio, prima o poi qualcuno si mette a tossire, un altro sposta una sedia, un altro ancora, armeggiando col telefonino, produce fastidiosi clic.

Una moda, quella del rumore a tutti i costi, che si alimenta giornalmente attraverso la televisione propinatrice di programmi ˗ i nefandi talk show ˗ che costituiscono l’ideale palestra nella quale, grandi e piccini, vecchi e giovani, uomini e donne si addestrano a sopraffare gli altri con una voce che, per essere ancora più convincente, assume i toni del turpiloquio più greve. Ma anche in Rete il discorso non cambia. I social network, infatti, rappresentano la piazza virtuale dove ciascuno alza la voce per vendere la propria mercanzia.

La situazione ha oramai assunto una piega tale da farci riflettere sui comportamenti di quelli che un tempo venivano chiamati i “solitari di Dio”. Coloro che, per liberarsi del dualismo anima-corpo, intervenivano con il digiuno e l’astinenza. Come gli eremiti che rifiutavano perfino il vestiario. O gli stiliti, i monaci cristiani anacoreti che vissero nel vicino Oriente e avevano la particolarità di trascorrere la propria vita di preghiera e penitenza su una piattaforma posta in cima ad una colonna, rimanendoci per molti anni e spesso fino alla morte. O i monaci e le monache che si auto sigillavano (e seppure in misura ridotta, lo fanno ancora) nelle loro celle.

Ma è proprio necessario ricorrere a queste estreme forme di silenzio e isolamento? Provocatoriamente sono portato a rispondere di sì. Prima che il silenzio sparisca del tutto, visto che viviamo in un’epoca in cui è stato bandito e il mondo è oppresso da una pesante cappa di parole, suoni e rumori.

Per esempio, mi si accappona la pelle al solo pensiero delle centinaia di decibel che le moderne multisala  sparano nelle orecchie dei poveri spettatori. Con il risultato che anche un amplesso, sullo schermo, si trasforma da una sinfonia di sospiri appena percepiti in grida ancestrali di trogloditi! Che bisogno c’è di tenere così alto il volume? Sorrido al ricordo delle vecchie sale cinematografiche allorché all’operatore distratto si gridava “voce… voce…”.

Addirittura anche nel campo musicale l’ascolto è oggi sempre più recalcitrante agli spazi vuoti, senza pensare che la musica si gusta molto meglio quando tutto tace intorno a noi. La magia di farsi prendere dalle note di un concerto, dai suoni di un organo, dagli scherzi di un flauto o dai lamenti di un’arpa diventa così un momento sempre più raro, disturbato com’è da elementi estranei che rompono l’incantesimo.

L’oscurità è una realtà molto vicina a quella del silenzio e anche questa si sta allontanando a poco a poco dalla nostra esperienza giornaliera. Un tempo le luci erano rade e tremule mentre oggi sono invadenti e fisse. E le città, di notte, sono un agglomerato di bagliori. Ma anche le campagne sono trapunte di luci che delineano i contorni di case e perfino di viottoli. Per non parlare del firmamento, il rifugio per antonomasia delle anime in cerca di risposte esistenziali, che oggigiorno è precluso alla vista dalla bambagia luminescente delle luci artificiali.

Insomma il silenzio è diventato un incubo anche nel sonno. E oramai intimorisce una passeggiata lungo un solitario sentiero di montagna e perfino la permanenza nell’appartamento di città. E allora, per non rimanere soli ed essere sopraffatti dal silenzio, si accende una radiolina o un televisore di cui non importa vedere le immagini. L’essenziale è creare un rumore qualsiasi che ci faccia compagnia e non ci faccia pensare troppo.

Ma il massimo del “silenzio di ascolto” si ha quando la parola stessa si presenta silenziosa senza perdere nulla della sua vitalità. E questo succede nella lettura. Il lettore è solitario perché, mentre legge, crea con il libro un rapporto esclusivo. Ed è anche silenzioso perché la lettura, così come è praticata ai giorni nostri, esclude la pronuncia mormorata (eccezion fatta per le vecchine che biascicano le giaculatorie).

Nel silenzio di ascolto le parole dell’autore non sono cosa morta, ma vivono grazie agli accenti, alle assonanze, al ritmo sempre cangiante della narrazione. Ed anche la forma dei caratteri, l’interlinea, gli spazi contribuiscono a “prendere” il lettore, ad ammaliarlo, a trasportarlo, anche se per poco, in un altro mondo. Tutte sensazioni, queste, che permangono anche quando il libro si chiude perché, al silenzio dell’ascolto, subentra quello del ricordo, vale a dire la rielaborazione personale che il lettore fa del pensiero dell’altro.

Anche la scrittura è un cammino silenzioso. L’inchiostro scivola senza rumore sul foglio e il pennino (ma anche la più prosaica sfera della Bic) lo porta in giro senza gracchiare, consentendo allo scrittore di non perdere il filo del pensiero e, con la complicità del silenzio, di scavare quanto più profondamente dentro di sé.

Ci potranno essere dei ripensamenti? Potremo mai, ricorrendo a un azzardato accostamento proustiano, recuperare il silenzio perduto? Riusciremo a riappropriarci di una intimità che ci consenta di mettere in pratica un silenzio fisico in grado di non interrompere il discorso altrui, ma anche un silenzio interiore rivolto ad accogliere la parola altrui?

L’attrice Lucia Sardo ha pronunziato queste amare parole dettate, forse, dalla sua personale esperienza: “Io lo so che chi non rispetta gli altri e chi non ascolta gli altri non è stato ascoltato e non è stato rispettato”. Si tratta, dunque, di un circolo vizioso da cui bisogna sforzarsi di uscire. Bisogna restituire dignità al silenzio se non vogliamo perderci nel bailamme insulso del rumore quotidiano.

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