November 16, 2019

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Credo che ancora molti ricordino alcune scene del film “Il mago di Oz” in cui una ragazza, Doroty, interpretata da una giovanissima Judy Garland, per sfuggire a una strega si rifugia in un mondo fantastico. Fino a quel momento la pellicola scorre in bianco e nero: tutto è grigio, non solo nel cuore della giovinetta ma anche nel paesaggio tutt’intorno.

Poi, d’improvviso, la scena si tinge di colori, il mondo visibile diventa un caleidoscopio. Come le casette che spuntano come funghi, la stradina dai mattoni dorati, e il cielo e gli uccellini su cui sembra sia stata passata una mano di vernice azzurra. E tutto questo mentre in sottofondo risuonano le note di “Over the rainbow”.

 

Ebbene, la stessa meraviglia provata da Doroty è quella che mi prende ogni volta che imbocco lo stradone polveroso che, abbandonati svincoli e rondò, conduce a quell’oasi che è il Circolo Ippico della contrada Mitrano. Una struttura ricavata da un’appendice della torre d’avvistamento dell’antica masseria fortificata “Lu Plema o Prema” i cui fabbricati risalgono alla prima metà del Cinquecento.

 

Migliore collocazione non poteva trovarsi per questa sede sportiva immersa in un polmone di verde che va degradando verso il mare. Non per niente questo terreno, con tutta la sua variegata vegetazione, si è meritata la denominazione di “elemento caratteristico del paesaggio agricolo brindisino”. Peccato che la bella torre, pur essendo abitata dai proprietari, si trovi in uno stato di sconfortante degrado.

 

Ma torniamo alla magia dei colori. Certo, bisogna essere predisposti a vederli anche dove non ci sono, bisogna volerlo, si devono cercare. E, alla fine, quella che sembra una fantasticheria diventa realtà.

 

A completare il quadro, di lì a poco, c’è l’incontro con i cavalli che di questo mondo sono i protagonisti. Mi siedo vicino alla staccionata del maneggio e li osservo. Mi convinco sempre più che definire i cavalli animali sia riduttivo. E il pensiero corre all’esperienza vissuta qualche mese fa in occasione dell’incontro tra Marco, un giovane disabile e Renatha, una docilissima cavalla.

 


Quell’incontro segnò emotivamente anche il Presidente del Circolo – il cav. Francesco Ragione – che nella sua pluriennale esperienza di cavaliere non aveva mai assistito a una scena così “forte”. «La cavalla ha iniziato ad “annusare” Marco dai piedi in su – mormorava tra sé e sé – Percependone da subito la “diversità” ha voluto studiarla nel modo a lei più congeniale, fermandosi solo quando i loro occhi si sono incontrati. I cavalli sentono. Basta vedere le orecchie dritte di Renatha cui risponde la gioia del ragazzo».

 

È sull’onda di queste emozioni che al Presidente è tornato alla mente il desiderio, mai sopito, di affiancare alla Scuola di Equitazione un Centro di ippoterapia idoneo a migliorare le condizioni di vita di soggetti, grandi o piccoli, diversamente abili. In altre parole di cominciare a parlare, anche a Brindisi, della “Pet Therapy”.

 

No, col termine “Pet” non mi riferisco all’acronimo di Tomografia a emissione di positroni. La Pet Therapy (Pet è un termine inglese che sta per animale d’affezione) è una disciplina che ha visto l’introduzione di molti animali (asini, cani, gatti, conigli…) nei processi di terapia assistita, ma il cavallo rimane uno dei migliori compagni di viaggio in quanto il legame che crea con l’uomo è uno dei più empatici.

 

La riabilitazione equestre (sia nella forma dell’ippoterapia o dell’equitazione terapeutica o di quella pre-sportiva) è una terapia che coinvolge il paziente nella sua globalità di mente e corpo. L’idea di utilizzare i cavalli in medicina – spiega Maria Pia Onofri – pediatra e neuropsichiatra – risale addirittura al tempo di Ippocrate. Il concetto di fondo è quello di utilizzare il cavallo al passo, facendo sì che il cavaliere sperimenti una sensazione simile a quella del cammino umano.

 


In Italia, meglio di Pet-Therapy si parla di Interventi Assistiti con gli Animali (IAA) che consente di distinguere tra diverse tipologie di approcci, a seconda che prevalga la componente cosiddetta ludico-ricreativa (attività assistita con gli animali, AAA), quella educativa (educazione assistita con gli animali, EAA), o quella terapeutica (terapia assistita con gli animali, TAA).

 

Credo che i familiari del diversamente abile (ma questa terapia viene utilizzata anche nei progetti di prevenzione al bullismo!) debbano fare questa esperienza che può portare solo vantaggi a chi soffre di malattie che la medicina tradizionale non è ancora in grado di vincere. Un metodo naturale che trova il suo habitat proprio nella natura. Che c’è di meglio di una passeggiata “al passo” nel verde dei campi, ascoltando i mille suoni degli animali che lì vivono, sentendo i profumi che vengono dal mare?

 

In questo modo sparisce la compassione che spesso si prova di fronte a questi soggetti. Infatti non si tratta di pietà ma di un “sentire con”, di mettersi sulla stessa lunghezza d’onde di chi percepisce la realtà solo in un modo diverso. Altro che compassione! Direi piuttosto partecipazione, immedesimazione, unità di spirito. E quando questo miracolo accade è bello poter dire “Io vado avanti, e la disabilità me la lascio dietro”.

 


Insomma nell’incontro tra il cavallo e il disabile ci si rende conto che c’è sempre grazia oltre la disgrazia e poesia oltre la malattia. E poi non si dice che la “speranza canta sempre sottovoce”? Sta a noi e a chi ci sta vicino esaltare quella voce, renderla predominante, ossessiva, fino a fare diventare la speranza una certezza di vita.

 

Questo può fare la Pet Therapy e la voglia di vincere le difficoltà. Questo può succedere in quel posto magico di Mitrano.

 

Guido Giampietro

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