“Verdi in Città” riapre una pagina della storia contadina del territorio, segnata dalla protesta, dalla repressione e dalla morte di tre giovani braccianti. Sabato 1 agosto, alle ore 21, piazza Duomo a Brindisi ospita “La guerra del vino”, spettacolo di e con Fabrizio Saccomanno, con le musiche originali eseguite dal vivo dal violoncellista Marco Schiavone. Il lavoro torna al 9 settembre 1957, quando le tensioni legate al crollo del prezzo dell’uva attraversarono San Donaci e numerosi centri del Nord Salento, fino agli spari delle forze dell’ordine contro la folla.
La rassegna di teatro e musica è promossa dalla Fondazione Nuovo Teatro Verdi con il sostegno del Comune di Brindisi e la collaborazione del Polo Biblio-Museale, della Basilica Cattedrale di Brindisi e di Puglia Culture. L’ingresso è libero, senza prenotazione.
Liberamente tratto dall’omonimo libro di Alfredo Polito e Valentina Pennetta, “La guerra del vino” ricostruisce le lotte contadine che alla fine degli anni Cinquanta coinvolsero la provincia di Brindisi e il Nord Salento. Saccomanno attraversa documenti, testimonianze e ricordi, componendo il ritratto di un mondo nel quale il lavoro nei campi segnava il tempo delle giornate, l’economia delle famiglie e l’identità di interi paesi. All’inizio della vendemmia del 1957, il prezzo per l’acquisto delle uve era talmente basso da non consentire ai produttori di coprire neppure le spese sostenute. Il Salento forniva grandi quantità di vino agli industriali del Nord, che utilizzavano il prodotto locale per rafforzare altre produzioni. Ai contadini restavano la fatica, i debiti e un margine sempre più angusto di sopravvivenza. La protesta nacque dentro questa condizione e si diffuse velocemente: scioperi, comizi, blocchi stradali e manifestazioni attraversarono San Donaci, Cellino San Marco e numerosi centri vinicoli.
Il 9 settembre la tensione raggiunse il punto più alto. A San Donaci, l’arresto di una donna provocò la reazione dei manifestanti. Le forze dell’ordine aprirono il fuoco. Mario Calò, Luciano Valentini e Antonia Calignano furono uccisi. Centotré contadini vennero denunciati, trentasei arrestati. Quella giornata entrò nella storia come l’eccidio di San Donaci e divenne il momento più drammatico della cd. guerra del vino, il conflitto che opponeva piccoli produttori e braccianti a un sistema economico incapace di riconoscere il valore del loro lavoro.
Con il suo teatro, Fabrizio Saccomanno cerca le persone dietro i numeri e le vite interrotte dietro le formule della storia. La vicenda collettiva prende forma attraverso dettagli concreti: la vendemmia, i carri carichi d’uva, le famiglie in attesa, le piazze percorse dalla rabbia, le voci che si rincorrono nei paesi. Al centro dello spettacolo anche il problema della memoria. A quasi settant’anni di distanza, vengono progressivamente meno i testimoni diretti, gli uomini e le donne che parteciparono alle proteste o ne videro gli effetti. Con loro rischiano di scomparire parole, gesti e frammenti di esperienza che nessun documento può restituire completamente.
Saccomanno affida alla narrazione il compito di ridurre la distanza fra il pubblico di oggi e quella vendemmia del 1957. La sua voce si muove con la forza del racconto orale, assumendo accenti e punti di vista differenti. Quelli di contadini, madri, giovani, funzionari, giornalisti, uomini politici. Ogni voce contribuisce a fissare il clima di quei giorni e a far emergere una protesta nata dalla fame e dalla richiesta elementare di ricevere un compenso dignitoso. Giorgio Bocca scrisse su “L’Europeo” che i morti di San Donaci chiedevano verità. In Puglia arrivarono esponenti politici, dirigenti sindacali e giornalisti, Giorgio Napolitano e un giovane Sandro Curzi.
Pochi giorni dopo l’eccidio, Giuseppe Di Vittorio, storico sindacalista del Sud, denunciò con fermezza l’uso della forza contro lavoratori che reclamavano il diritto di sopravvivere: «Non si illuda il governo di poter risolvere la crisi di un settore fondamentale dell’agricoltura nazionale cercando di soffocare con la forza le legittime richieste di milioni di piccoli e medi viticultori». Il suo intervento sulla guerra del vino rimase fra gli ultimi discorsi pubblici e consegnò quella vicenda alla storia delle lotte sociali del secondo dopoguerra.
Il violoncello di Marco Schiavone restituisce la tensione delle piazze, la fatica del lavoro e il dolore che segue agli spari. Voce e musica procedono insieme, dando alla materia storica una dimensione fisica e immediata. “La guerra del vino” interroga il rapporto fra una comunità e il proprio passato. Il teatro sottrae all’oblio nomi, parole e vite, perché quella vicenda non resti chiusa negli archivi, ma continui a interrogarci sul lavoro, sulla dignità e sulla responsabilità delle istituzioni.
Ufficio Stampa & Comunicazione
Fondazione Nuovo Teatro Verdi – Brindisi
