La storia di Brindisi dimostra una verità semplice e scomoda: nei momenti decisivi, un sindaco o sta dalla parte della propria comunità o diventa esecutore di decisioni prese altrove. Nel tempo, tre sindaci – diversi per cultura politica, schieramento e contesto – hanno dimostrato che è possibile scegliere Brindisi anche pagando un prezzo personale e politico.
Negli anni Ottanta Errico Ortese, sindaco socialista, ebbe il coraggio di fermare i lavori della centrale di Cerano e il trasporto delle ceneri. Lo fece quando parlare di salute e ambiente era considerato fastidio ideologico e quando il sindaco non aveva l’autonomia di oggi, ma era ostaggio dei partiti. Fu costretto a fare marcia indietro, ma il suo atto resta una denuncia politica anticipatrice: la salute dei brindisini veniva sacrificata in nome degli interessi industriali.
Anni dopo Domenico Mennitti, sindaco di centrodestra e fondatore di Forza Italia, arrivò a uno strappo ancora più clamoroso: si mise apertamente contro Silvio Berlusconi e contro la linea del suo stesso governo pur di difendere Brindisi dal rigassificatore nel porto. Non accettò diktat, non barattò la salute della città con una ricandidatura, non arretrò di fronte alle pressioni del partito. Mise in discussione il proprio futuro politico pur di affermare un principio netto: quel sito era incompatibile con Brindisi. Un gesto che oggi appare ancora più raro e per questo ancora più significativo.
Più recentemente Riccardo Rossi ha diffidato Eni Versalis per le accensioni anomale delle torce nel petrolchimico, imponendo prescrizioni e richiamando l’azienda alle proprie responsabilità. Anche in questo caso, senza attendere disastri certificati o superamenti formali dei limiti, è stato affermato un principio fondamentale: la salute dei cittadini viene prima di qualsiasi interesse industriale.
Tre sindaci, tre stagioni politiche diverse, un’unica linea di demarcazione: quando la città è in gioco, il sindaco deve scegliere se stare con la comunità o con il potere.
Per questo oggi è legittimo e doveroso pretendere dal sindaco Marchionna una posizione chiara, netta, inequivocabile, soprattutto nei confronti di Enel. Non esistono più alibi, né margini per posture attendiste o subalterne. Il sindaco non è un terminale del governo né un rappresentante di partito: è il primo garante della sicurezza, della salute e del futuro dei cittadini.
Siamo davanti a una scelta storica che segnerà il destino di una comunità di lavoratori, lo sviluppo industriale e la vivibilità della città per i prossimi decenni. In questo passaggio non è consentito galleggiare.
Come hanno dimostrato Ortese, Mennitti – che ebbe il coraggio di sfidare persino Berlusconi – e Rossi, il colore politico non conta nulla quando in gioco ci sono lavoro, salute e dignità di un territorio.
La posizione da assumere è una sola e non può essere edulcorata: o vengono garantiti futuro, sicurezza reale e tutele concrete ai lavoratori e ai cittadini, oppure si procede senza ambiguità allo smantellamento e alla bonifica. Tutto il resto sarebbe una resa politica e istituzionale, e una grave rinuncia alla responsabilità che la storia oggi impone.
Roberto Quarta
