November 17, 2018



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  Credevo di sapere e non sapevo dell’importanza che la Base di Pronto Intervento Umanitario delle Nazioni Unite (UNHRD) riveste per Brindisi, la Puglia e l’Italia. Credevo di sapere e non sapevo che questa Base è uno strumento del World Food Programme al servizio della comunità internazionale per la preparazione e la risposta alle emergenze umanitarie.

Accoccolato sul divano mi sono oramai abituato alla concomitanza tra l’insorgere di una crisi collegata ad eccezionali calamità naturali o ad eventi bellici nelle più sperdute zone del mondo e il rombo dei grossi velivoli da trasporto che decollano dal nostro aeroporto.

Ma non ero a conoscenza che quei velivoli, carichi dei beni di primissima necessità, si alzavano in volo dopo solo 24-48 ore dall’inizio dell’evento. Come se si trattasse di un decollo su “scramble” di un velivolo da caccia militare! Né che la Base UNHRD di Brindisi (operante all’interno dell’aeroporto militare e dell’ex base USAF di San Vito dei Normanni) lavorasse in stretto collegamento con altre cinque basi di pronto intervento umanitario dislocate a Dubai (Emirati Arabi Uniti), Kuala Lumpur (Malesia), Accra (Ghana), Panama e Las Palmas (Spagna).

Parimenti non potevo conoscere che dalla Base UNHRD di Brindisi, negli ultimi cinque anni, si è registrata una media di 92 operazioni l’anno di cui circa 30 eseguite per conto dell’Italia. E che la Base dispone di un importante Training Center dove si formano gli operatori umanitari e si simulano interventi in contesti di crisi.

Così come non ero a conoscenza che la Base convive con il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSG) – una base logistica a supporto delle operazioni di pace – rappresentando un vero e proprio hub dell’ONU a Brindisi.
Tutto questo l’ho appreso in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre u.s. con la quale quest’anno l’organizzazione del WFP (World Food Programme) ha voluto coinvolgere gli operatori dell’informazione locale.

Nell’interessante esposizione condotta dai giornalisti Vichi De Marchi, Andrea Tornese e Carlo Ciavoni si è, tra l’altro, commentato il rapporto “Counting the Beans” (“Un conto salato: il vero costo di un piatto di cibo nel mondo” – http:/wfp.org/plateoffood) riferito a 52 paesi in via di sviluppo, con l’obiettivo di fornire ai consumatori dei paesi ricchi e industrializzati un’idea della percentuale di reddito medio, calcolato in termini giornalieri, necessario per potersi permettere un piatto base di cibo nei paesi più poveri del mondo.

E cosa è emerso? Prendendo a riferimento il costo del cibo a New York, i dati del WFP rilevano come un residente nello stato americano spenda 1,20 dollari per preparare un piatto base come una zuppa di legumi (con ingredienti quali fagioli o lenticchie, un pugno di riso o cereali, acqua e olio).

Un cittadino del Sud Sudan, invece, per preparare lo stesso piatto, spende l’equivalente del proprio reddito di due giorni. Vale a dire come se un cittadino di New York spendesse 348,36 dollari per la sua zuppa di legumi, o 222,05 dollari se confrontato con il potere d’acquisto di un cittadino del nord-est della Nigeria o ancora 62,37 dollari se comparato con un abitante dello Yemen!

 


«Questi dati – ha detto David Beasley, Direttore Esecutivo del WFP – dovrebbero causare shock e indignazione. Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurre i conflitti e ricostruire le economie, così che i mercati possano riprendere a funzionare a pieno ritmo e le comunità a prosperare».

 

Troppo buono Mr. Beasley. Io dico che noi, cittadini civilizzati dell’opulento Occidente, dovremmo semplicemente vergognarci di questa situazione.
Anche se la strategia del WFP è oggi cambiata nel senso che in quei disgraziati Paesi non s’inviano più cibi (a parte biscotti o similari prodotti altamente energetici), ma strumenti per superare l’emergenza del momento e porre le basi per una agricoltura stanziale, non posso fare a meno di richiamare l’attenzione sugli sprechi alimentari. Questi, infatti, non costituiscono solo un problema etico o economico, ma rappresentano anche un danno molto pesante per l’ambiente: significano buttare via terreno, acqua ed energia.

 

Per quelli che hanno vissuto la giovinezza negli anni dell’immediato dopoguerra questo spreco di cibo appare assurdo. A quei tempi il pane, acquistato nella giusta quantità, non aveva il tempo d’indurire. E le mele rosse e lucide erano solo quelle che portava nella cesta la strega della favola di Biancaneve. Quelle che circolavano sulle tavole, invece, avevano colori meno accesi e tunnel invisibili scavati da vermi buongustai.
Lo stesso discorso valeva per gli altri tipi di frutta, piena zeppa di noccioli che ne rallentavano la masticazione, a tutto vantaggio però di una degustazione più lenta e salutare. O di quella “strapazzata” prima di giungere sul banco del fruttivendolo e tuttavia, senza alcuna riserva di natura estetica, regolarmente acquistata e consumata.

 

Prima di chiudere questa parentesi sugli sprechi alimentari mi piace ricordare un episodio della mia fanciullezza. D’estate i miei genitori, quale regalo per la promozione, mi offrivano un viaggetto, ma non a Parigi e nemmeno a New York. Le città, dicevano, non fanno bene allo spirito come la campagna. Mi sistemavano sull’accelerato per Mesagne, non prima di avermi riempito la testa di mille raccomandazioni per quello che poteva succedermi nel lungo viaggio.
Avevo otto-dieci anni, l’età in cui si assorbe come una spugna tutto quello che gli occhi vedono e le orecchie sentono e che non si dimentica più per il resto della vita. Come il “rito” che si compiva puntualmente tutti i giorni. Infatti all’ora del pranzo tutta l’allegra compagnia di genitori, nonni, tate, zii, cugini attaccabrighe e cuginette che deliziosamente sbocciavano alla vita, si riparava dalla calura sotto l’impenetrabile chioma di un ciliegio.
Alla testa della lunghissima tavolata gli zii padroni della masseria – marito e moglie – mangiavano le pietanze attingendole direttamente dallo stesso grande piatto. Forchettata dopo forchettata, boccone dopo boccone. Guardavano contenti la nidiata dei ragazzini finalmente tranquilli e continuavano il loro pasto in duplex, scambiandosi ogni tanto qualche ammiccante sorriso.
Però non consumavano tutto perché ciò che rimaneva nel fondo del piatto veniva travasato nella ciotola posata per terra a disposizione del resto della famiglia: due grossi cani che erano in paziente attesa e, soprattutto, abituati a mangiare solo quello lasciato dai loro padroni…
Anche a quel tempo credevo di sapere, ma non sapevo. Non riuscivo a capire la stranezza di quel comportamento. Dovevo fare ancora i conti con lo spreco degli alimenti che sarebbe sopraggiunto col boom economico. E col fatto che gli animali potessero mangiare un cibo diverso da quello degli umani.

 

Per cui oggi, quando entro in un centro commerciale, evito accuratamente di avvicinarmi alle zone dove scaffali stracarichi espongono prelibatezze ad uso e consumo esclusivo dei nostri amici animali. Animali di cui, per la nostra stupida mania di umanizzazione, modifichiamo la natura accelerandone la fine.

 


Se solo ci sforzassimo d’invertire questo trend scellerato non avrebbero più senso nemmeno gli spot che ci propinano le visioni della sindrome del biafra, cioè le grosse pance dei bambini causate dall’insufficiente apporto di proteine o i loro volti assaliti impietosamente da mosche e insetti vari.
A questo pensavo quando, in ordine sparso, venivamo condotti nei grandi depositi di UNHRD dove vengono accatastati i beni che gli organismi internazionali e i “donatori” di qualsiasi provenienza mandano da ogni dove. Si tratta di beni di prima necessità per la risposta alle emergenze: medicinali, kit da cucina, tende, coperte, depuratori per l’acqua, prefabbricati…

 

Ma da UNHRD di Brindisi partono anche le squadre di pronto intervento umanitario, le cosiddette Rapid Response Team. Sono le prime a recarsi nei luoghi dei disastri umanitari per fornire un aiuto immediato e preparare il terreno e le attrezzature per l’arrivo degli altri operatori. Nel 2017 queste squadre hanno effettuato missioni per un totale di 488 giorni!
E, a sentire quello cui questi volontari vanno incontro, non si tratta propriamente di viaggi di piacere. Perché ai disagi delle temperature esterne di 40-50 gradi si devono aggiungere quelli della sporcizia ed i pericoli dovuti alla frequentazione di zone in cui sono in atto guerre e guerriglie. Per non parlare che in alcuni territori sta ritornando l’incubo dell’ebola…

 

La visita alle infrastrutture della Base si è conclusa con il Lab, il laboratorio che testa prodotti che possono aiutare nelle emergenze e studia nuove soluzioni per rendere più efficiente la catena di approvvigionamento e distribuzione (supply chain).

 

In questo ambiente lavorano poche persone che non si sa se catalogare come scienziati o maghi. Sicuramente si tratta di professionisti che studiano come realizzare tende per immagazzinare gli aiuti evitando che si surriscaldino al sole del deserto, o contenitori per facilitare il trasporto e pronti per essere riutilizzati per altri scopi come, ad esempio, convogliare il calore del sole su una pentola per cucinare con meno combustibile o legna, o luci di emergenza le cui batterie si ricaricano immergendole in un bicchiere d’acqua…

E questo gioiellino si trova a Brindisi, sul sedime dell’ex Base USAF di San Vito dei Normanni. Lì dove, per decenni, i politicanti si sono affannati a trovare soluzioni per rivitalizzare un luogo che gli americani avevano reso più bello (antennone a parte) di un miraggio nel bel mezzo del deserto. Facoltà universitarie, campus, cittadelle degli sport, e chi più ne ha più ne metta… Meno male che il Governo dell’epoca si sia reso disponibile a trasferire l’UNHRD da Pisa (con grande stizza di quella città) a Brindisi, altrimenti staremmo ancora a sentire starnazzare le oche.
E che cosa, all’epoca, vinse la concorrenza delle altre città europee che avrebbero dato chissà cosa per ospitare un’agenzia dell’ONU? Le stesse che, quando si discute con dati obiettivi e non per sollecitazioni poco trasparenti, hanno privilegiato, nei millenni, questa città poco amata dai suoi stessi cittadini: la posizione geografica e geopolitica che la rendono unica al mondo!

 

Guido Giampietro

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