July 18, 2019

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“Gionto al margine dell’acqua, si spinse l’Arcivescovo col Cavallo fin dove stava il legno che conduceva il Santissimo Deposito, e havendo ricevuta la Sacra Hostia, la portò così a cavallo, sotto un ricco baldacchino solennemente per la Città di Brindisi, portando divotamente il freno da una parte il Re Lodovico e dall’altra Federico Imperatore. Per memoria del qual fatto si continuò nel tempo appresso l’uso di portarsi per la Città il Santissimo a Cavallo nel suo giorno festivo”.

Una tradizione, questa, che affonda dunque le origini nell’episodio avvenuto nel 1250, allorquando il Re di Francia Luigi IX – il “re santo” – al rientro dalla settima crociata (1248 -1254) – ebbe un approdo periglioso nei pressi delle isolette delle Pedagne. Uno scoglio denominato “Torre del Cavallo” e, successivamente,“Torre Cavallo” sulla cui porta figurava scolpito il Santissimo Sacramento nell’effigie di un Calice con l’Ostia che lo sormontava.

 

Lo storico brindisino GIO. M. Moricino (1560 -1628) scriveva che ai suoi tempi gli anziani ricordavano, per averla vista, la vecchia Torre con il Calice e l’Ostia scolpiti. Che poi quella Torre era stata logorata dalle intemperie, onde fu in seguito ricostruita. Ma che dispersa era andata in quei frangenti quella pietra scolpita, della quale più nessuno aveva saputo dove fosse andata a finire.

 

Ciascuno vede come sottilissima sia la linea di demarcazione tra gli eventi storici e storicamente accertati e quelli leggendari che, nel tempo, vanno ad arricchire i primi senza però minare la validità dei fatti, ma solo pennellandola con i colori della fantasia e, in questo caso, della religiosità. Per paradosso, una fantasia che diventa incontenibile quanto maggiore è il senso della cristianità che l’alimenta.
Di tutto questo non si sarebbe più parlato se l’anno scorso, nel corso della celebrazione della festività del Corpus Domini, il nostro Arcivescovo – Mons. Domenico Caliandro – non fosse caduto dal “Cavallo Parato” lungo l’antica via Montenegro che dalla piazza della Cattedrale conduce, con una ripida discesa, al porto. L’immobilità del cavallo – e questo ha evitato conseguenze più serie – non impedì a S.E. di pronunciarsi “a caldo” sull’abolizione di questa tradizione che, a suo dire, distrarrebbe i fedeli dalla venerazione del Santissimo Sacramento.

In una mia “Lettera aperta” indirizzata dalle colonne di questa testata a Mons. Caliandro qualche giorno dopo l’increscioso incidente, avvalendomi di un puntiglioso studio fatto dall’avv. Giuseppe Roma (“200 pagine di storia brindisina nella millenaria tradizione del Cavallo Parato” – Edizioni Brindisine 1969) evidenziai, da un punto di vista storiografico e non solamente religioso, la tesi che questa tradizione non dovesse essere interrotta in quanto unica al mondo nel suo genere. “Tanto dunque questa tradizione è più antica e più illustre… che né in Roma… né in alcun altro luogo della terra… ed è unica in tutto il mondo… e più preziosa…” (Gio. B. Casimiro, 1510 – 1585).

 

Non starò a ripetere quanto riportato nel mio articolo del 2018 (gli studiosi e i lettori potranno consultare gli originali della documentazione presso la Biblioteca Arcivescovile “A. De Leo”), ma un argomento intendo riprendere: la sospensione della processione per un lungo periodo di sei anni.

 

Il Cavallo Parato – scrive il Roma – nel dì del Corpus non trionfava più per le vie della città e tuttavia presente nel ricordo e nel cuore degli afflitti brindisini, quando giunse a Brindisi, Arcivescovo Coadiutore prima e Amministratore Apostolico poi con futura successione, Mons. Orazio Semeraro, Arcivescovo titolare di Faleri, che molti anni prima era già stato in Diocesi in qualità di Vicario Generale. A lui, appena nominato dalla S. Sede Amministratore Apostolico dell’Archidiocesi, si rivolse il Capitolo Metropolitano con un indirizzo nel quale, tra l’altro, si chiedeva il ripristino della tradizionale processione del SS. Sacramento col “Cavallo Parato” nella festa del Corpus Domini. Detta processione, nella forma tradizionale fu proibita in data 30 aprile 1964, suscitando nel popolo una malcontenta irritazione e un forte e acre spirito di protesta che durano tuttora. La supplica fu firmata da Mons. Giacomo Perrino.
L’Amministratore Apostolico Mons. Semeraro, dopo essersi munito di tutta la documentazione storica nel frattempo raccolta, ripropose la questione alla Sacra Congregazione recandosi anche a Roma per poter meglio sostenere di persona le buone ragioni della Chiesa brindisina. E la Sacra Congregazione Romana, in data 26 aprile 1969, riaffermò la validità della processione del Cavallo Parato.

 

“Chiamatemi Tiresia”, come direbbe il commissario Montalbano nelle “Conversazioni su Tiresia” di Andrea Camilleri. Ebbene, io non sono l’indovino Tiresia anche perché non sono cieco, ma dopo quell’esternazione di Mons. Caliandro dello scorso anno, avevo capito che la decisione dell’abolizione della processione del Cavallo Parato era stata già presa nel momento della caduta dando così un calcio alla tradizione di oltre settecento anni.

 

“Chiamatemi Tiresia” ma io i motivi che giustificano l’abolizione di quella tradizione li avevo già previsti, anche se non completamente. Infatti mai e poi mai avrei pensato che ad aprire la processione ci sarebbe stato sì il cavallo parato, ma senza l’Arcivescovo in sella e senza nemmeno un suo sostituto. Avrebbe aperto la processione un cavallo bianco e basta!

 

Mi diceva il cav. Francesco Ragione, Presidente del Circolo Ippico di Mitrano (quello che dal 1970 e fino al 1992 ha provveduto a fornire il cavallo e tutta l’assistenza tecnico-logistica per il buon esito della processione che, con gli Arcivescovi Semeraro e Todisco non ha subito alcun incidente!) che solo in un caso un cavallo può partecipare ad una processione. Ed è quello del corteo funebre del suo padrone. E anche in questo caso il cavallo non apre la processione ma segue, senza nessuno in sella, il feretro. Quando, nel 1966, in quel di Cortina d’Ampezzo, morì per un banale incidente di sci la giovinetta Alessandra, figlia del campione d’equitazione Raimondo D’Inzeo, a seguire la bara c’era il suo cavallo, quello che aveva montato, felice, negli anni della giovinezza.

 

Ma come giustifica questa novità la Chiesa brindisina? “Senza tralasciare l’importanza della tradizione e della storia – si afferma nel Comunicato stampa diramato solo giovedì scorso – nei cui solchi camminiamo ancora oggi, noi Sacerdoti della città di Brindisi, con l’assenso dell’Arcivescovo, abbiamo condotto una prolungata e condivisa riflessione, valutando l’opportunità o meno di dar seguito ancora alla processione in sella al “cavallo parato”, anche in seguito a ciò che è accaduto lo scorso anno. Non volendo cancellare la tradizione, e al contempo volendo conferire maggiore attenzione e onore al Santissimo Sacramento, il cavallo “parato” aprirà la processione, invitando i presenti a guardare e onorare il Signore Gesù che, sotto il segno del Pane, è vivo e vero, presente in mezzo a noi e si fa nostro compagno di viaggio”.

 

“Non volendo cancellare la tradizione..?”. Ma che cosa hanno scritto? La tradizione è stata di fatto cancellata mettendo all’inizio del corteo un cavallo bianco senza nessuno in sella!
E aggiungo che ora, per coerenza, si dovrebbero rivedere anche le altre tradizioni religiose della Diocesi brindisina dal momento che un altro motivo della soppressione del Cavallo Parato è stato quello della “distrazione” dei fedeli dallo spirito religioso che, solamente, dovrebbe albergare nei cuori al passaggio del SS. Sacramento. Non credo che l’unicum di cavallo-Arcivescovo-Ostensorio e le foto scattate per fermare questo momento abbiano a che fare con la scarsa religiosità dei brindisini. I brindisini, di cavalli ne hanno visti tanti e se ora li fotografano con il cellulare è perché sentono la necessità di fissare quel momento particolare e unico in cui il SS. Sacramento si trova sulla groppa di un bianco cavallo e il loro arcivescovo li benedice.

 

Semmai più folcloristica è la processione a mare con i Santi Patroni della città. Sicuramente c’è meno spiritualità tra quella folla che passeggia sul lungomare alzando gli occhi non al Cielo, ma a un cielo pieno di palloncini di varia foggia e, in attesa di bearsi dei colori e dei suoni dei fuochi pirotecnici. Forse quel tipo di manifestazioni folcloristico-religiose andrebbero modificate visto che la gente non sa nemmeno bene chi sono, da dove provengono e perché sono stati innalzati agli onori degli altari in nostri Patroni S. Teodoro e S. Lorenzo. Ma questa, come direbbe Kipling, è un’altra storia.

 

E ora cosa succederà il prossimo anno? È stata informata la Sacra Congregazione dei Riti di questa novità? Ma, soprattutto, come reagirà il popolo dei fedeli, ma anche quello dei cittadini che continuano ad assistere a un metodico smantellamento della città? Per non apparire “retrogrado” (in tal modo sono stato classificato dopo la pubblicazione del mio articolo dello scorso anno!) mi piace fare parlare la poetessa Rachelina Gatti che, nel periodo della precedente soppressione della processione del Cavallo Parato, in tal modo si esprimeva:
“Passunu l’anni, ma li Brindisini
ancora no si pònnu fà capaci;
lu giurnu ti la festa ti lu Còrpusu
sontu nirvusi e nò si tannu paci!
La prucissioni ti ddà grandi Festa
li pàri comu n’arvulu spizzatu,
ti quando, toppu tanta e tanta siéculi,
lu Cavaddu Paratu hannu llivatu.
………………………………………..
Pinnulu è quistu ca nisciùnu gnotti,
eti nu fattu propria bruttu assai:
nu ritu ccussì bellu e ccussì anticu
nisciùnu l’era a ffà muréri mai.
………………………………………..
«Ma mò amu vistu ca li Brindisini
Sò tutti vocca e privi t’energia;
spàrlunu tutti pi ddu giurnu sulu,
e po’ va spiccia tuttu a fissarìa.
……………………………………….
E allora nò ddurmiti, discitàtivi,
Brindisini; vù siti cari e bueni.
Ma a ncerti circustanzi dimustràti
Ca nò tiniti sangu ntrà li veni.

 

Da sempre combatto contro ogni fatto, episodio o semplice tentativo indirizzato a sminuire l’importanza che questa città ha avuto in Italia e non solo. Certo mai avrei pensato che avrei dovuto fronteggiare, oltre l’amministrazione comunale, quella militare e i privati che guardano solo al proprio tornaconto, anche l’autorità religiosa. Ma, sia ben chiaro, lo faccio senza acrimonia e solo con lo spirito di pensare al bene della casa comune.

 

Per questo motivo continuerò a combattere questa mia solitaria battaglia. Per questo motivo faccio mie le parole che De Gregori canta in “Sempre e per sempre”: “Ho visto gente andare, perdersi e tornare… ma tu non credere / se qualcuno ti dirà / che non sono più lo stesso ormai… Sempre e per sempre / dalla stessa parte mi troverai”.

Ed io sarò sempre dalla parte di chi vuole salvare le tradizioni, specie quando profumano di storia e al tempo stesso di un pizzico di leggenda!

 

Guido Giampietro

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