November 17, 2018



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«… Rimarremo quello che siamo: un conglomerato destinato a discutere, con grandi parole, di grandi riforme a copertura di piccoli giuochi di potere e d’interesse. L’Italia è finita. O forse, nata su dei plebisciti-burletta come quelli del 1860-61, non è mai esistita che nella fantasia dei pochi sognatori, ai quali abbiamo avuto la disgrazia di appartenere. Per me non è più la Patria. È solo il rimpianto di una Patria».
Queste parole, dure come pietruzze di diamante, si trovano alla fine del poscritto con cui Indro Montanelli, nel 1947, concluse l’ultimo volume mandato alle stampe insieme a Mario Cervi (“L’Italia dell’Ulivo”).

 

Di primo acchito sembrano pronunciate ieri o addirittura stamattina, subito dopo avere ascoltato l’ultimo notiziario radio o avere preso visione della rassegna stampa sullo smartphone. L’impasse istituzionale in atto nel non “volere” mettere su un Governo in grado di riprendere le redini della Nazione in un momento delicato non solo per l’Italia, ma per l’Europa, per il mondo intero, ne è la dimostrazione.

 

Forse la crisi e lo sconforto ad essa associato sono gli stessi a cui si riferiva Montanelli che, nel 1947, si ritrovava nell’agone politico l’“Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini. Vale a dire un movimento populista che non si discostava da quelli ancora più populisti dei nostri giorni. O forse sono la stoffa di un brutto abito – confezionato coi fili dei geni di Leonardo ma anche dei capi della Mafia – che non abbiamo mai smesso di indossare.

 

D’altro canto, se ci guardiamo intorno, dobbiamo convenire che le vicissitudini politiche del momento sono figlie delle medesime problematiche sociali e di costume regalateci dalla globalizzazione. E che lo stesso scontento e la stessa rabbia li ritroviamo, con nomi diversi, un po’ dappertutto nel mondo.

 

Solo che da noi rabbia e scontento sono più alti. Sono quelli di un intero Paese che, politicamente, non ha la forza di risollevarsi, come invece hanno saputo fare gli altri perdenti dell’ultimo conflitto, Germania e Giappone in primis. Anche se, a guardare bene, ci sono alcune “giustificazioni”. Giustificazioni che però non devono indurci a fasciarci la testa, ma a reagire.

 

Tra quelle politiche metto in testa le difficoltà che, fin dall’approvazione, ci ha creato la Costituzione. Sì, proprio quella che, grazie alla compiacenza di chi si accontenta delle favolette e s’illude di contare ancora qualcosa, continua a essere considerata la migliore del mondo.

 

Senza impelagarci in disquisizioni giuridiche dico subito che, nel campo legislativo, il sistema bicamerale, sicuramente utile per correggere alcuni errori di una Camera, ha finito per diventare, in quel trionfo della lentezza, un ulteriore motivo di ritardo all’iter dei disegni di legge. Poteva andare bene quando i padri Costituenti, in assoluta buona fede, lo concepirono, ma sicuramente non è più in linea con le esigenze di oggi. Che vanno affrontate con provvedimenti celeri e risolutivi.

 

E cosa dire dell’altro potere, quello giudiziario? Il garantismo, portato a forme parossistiche, è assicurato da tre gradi di giudizio che, per la concomitante presenza di altre gravi disfunzioni (mancanza di personale e di mezzi tecnologici), finisce per creare una falsa giustizia e blocchi nei gangli vitali del Paese. Oltre a ingenerare nei cittadini la sfiducia verso quello che dovrebbe costituire il primo dovere di uno Stato: l’assicurazione di una giustizia veloce e “giusta”. Così che prende sempre più consistenza la massima di La Rochefoucauld: «Nella maggior parte degli uomini, l’amore della giustizia non è altro che timore di patire l’ingiustizia».

 

E con tutto il rispetto per Matteo (Vangelo 5,10), non compiaciamoci del «Beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam, quoniam ipsorum est regnum coelorum». Senza giungere all’estremismo di Tolstoj («Dov’è un tribunale è l’iniquità») c’è da dire che, specie nel campo del diritto amministrativo, le sentenze dei TAR, per bibliche lunghezze procedurali e talora anche per disparità tra i giudicati, costituiscono uno dei danni più gravi che lo Stato può infliggere ai propri cittadini. Della serie: non ci sono punizioni per chi sbaglia e non ci sono premi per chi merita.

 

Inutile dire che queste anomalie dell’apparato statale non fanno che alimentare e accrescere, giorno dopo giorno, il malessere. Un malessere che però non è solo italiano se Stéphane Hessel, non molto tempo fa, ha pronunciato il grido “Indignez-vous”, rivolto soprattutto ai giovani. Perché è con l’indignazione che si muove la Storia.

 

Ma allora scontento e rabbia non hanno ragion d’essere? Le “giustificazioni all’italiana” li stemperano come fa un pestello con l’acqua contenuta in un mortaio? Be’ non è proprio così, anche se queste parole che mi piace citare dovrebbero aiutare ad essere più cauti nei giudizi: «Non c’è più alcuna speranza per l’avvenire del nostro Paese se la gioventù di oggi prenderà il potere domani poiché questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, terribile». Quale politico nostrano l’ha sentenziato? Esiodo, nel 720 a.C…!

 

Ed ora riprendo la mia tesi delle giustificazioni perché alle mancanze istituzionali si aggiungono anche quelle di natura sociale: Famiglia, Scuola, Chiesa.

 


A partire dalla famiglia che tanto ha perso degli originari e rassicuranti compiti soprattutto in ordine all’educazione dei figli. Il risultato? I ragazzi, attraverso le manifestazioni di bullismo e violenza di gruppo, sono orfani non dei genitori in senso stretto, ma del senso per vivere. E brancolano alla disperata ricerca di una vocazione che nessuno li ha aiutati a elaborare. Così rimpiazzano il vuoto della famiglia alleandosi con il cellulare. E i video (sia di uno stupro o di una violenza verbale verso i professori) diventano virali su social e canali d’informazione, proprio perché nessuno si sforza di comprenderne le motivazioni.

 

Non si capisce, meglio, i genitori non capiscono che questi video equivalgono a una richiesta di soccorso. Spetta ad essi, superando egoismi e narcisismi, tornare a indirizzare il desiderio di vita vera che alberga in ogni ragazzo. Tenendo presente che la strada per ottenere i migliori risultati non è quella di un permissivismo talvolta ridicolo, ma quella del dialogo e del ripristino di un patto generazionale oramai perduto. Anche se a mio avviso è sempre d’attualità la massima dei Proverbi (13, 24): «Qui parcit virgae, odit filium suum» (chi risparmia la verga odia suo figlio)…
Con questa politica familiare di disattenzione (e diciamolo pure, di falso amore) nei confronti dei ragazzi si mette a nudo una piaga sociale e si riducono al lumicino le speranze per l’avvenire del nostro Paese (e, in primis, dei ragazzi che, nella migliore delle ipotesi, abbandonano casa). Ma questo è solo uno dei correttivi da apportare alla rotta della nave Italia.

 

Un altro, intimamente legato al primo, riguarda la Scuola. Non ci si può scandalizzare di come vanno le cose se non si dà la dovuta importanza a questo istituto d’importanza vitale. La scuola – si grida da più parti – è diventata il Bronx, piena di ragazzi candidati a divenire delinquenti o già in possesso della relativa certificazione.

 

Intanto c’è da precisare che il Bronx o il West continuano ad essere accasati negli States dove ai fenomeni nostrani di bullismo si contrappongono, grazie alla prepotenza delle lobbies delle armi, stragi di studenti e professori. Anche se queste possono sembrare giustificazioni fuori luogo, stanno a significare che scontento e rabbia dovrebbero albergare in maggiore misura nelle coscienze di quei cittadini.

 

E allora di cosa ci scandalizziamo? Per anni abbiamo eroso la credibilità dell’autorità. Così diventa normale irridere chi la rappresenta perché, purtroppo, non rappresenta più nulla. È diventato normale che un pischello ignorante mortifichi un professore schiacciato non dalla spavalderia di quello ma dall’impotenza di un sistema oramai incapace di reagire. Tanti anni fa mia madre raccontava che, ai suoi tempi, per episodi molto meno gravi, uno scolaro veniva bandito da tutte le scuole del Regno. Altro che ricorso ai Consigli di classe o alla “disapprovazione” di un Ministro dell’Istruzione che con le sue puerili bugie (e mi fermo qui!), non è stata proprio di esempio ai ragazzi!

 

In questo, sì, c’è la rabbia per il punto (di non ritorno?) al quale siamo giunti. Per la debolezza che fa arrendere la classe docente di un intero Istituto di fronte alla tracotanza di genitori che – ancora non se ne rendono conto – stanno per perdere i loro figli.

Naturalmente vanno sempre sentite le due campane. Cioè non vanno messi sotto accusa sempre e solo gli studenti quando poi, nello stesso ambiente, fioccano episodi di adulti violenti. E che dire del professore che approfitta di una studentessa fragile, di un’insegnante che picchia l’alunna disabile, della maestra che, in classe, guarda sul suo pc video porno e di chi, nell’asilo, malmena i piccolini affidatile dalle famiglie?

 

Sì, certo, questo provoca sconcerto e rabbia. Ma…
Ma anche la Chiesa cattolica ha le sue responsabilità. Non è più quella che, con il catechismo e tutte le attività ludiche, scoutistiche e didattiche affiancava le famiglie nell’educazione, non solo religiosa, dei ragazzi. Che anzi i mortificanti esempi offerti da tempo da alcuni suoi indegni rappresentanti contribuiscono ad allontanarla sempre più dalla mente e dal cuore dei fedeli. E non si venga a dire che un vescovo che in chiesa si esibisce in un repertorio di canzonette o una suora che compare come ospite in un programma televisivo dedicato al ballo servano a portare più pecorelle ai pascoli del Signore.

 

Forse, scomparsi per ragioni anagrafiche i buoni preti di campagna, bisognerebbe fare rientrare in patria i missionari perché qui, più che nei deserti e nelle giungle, c’è oggi bisogno della loro opera. «La Chiesa – ha scritto qualche giorno fa Papa Francesco agli studenti dell’Istituto “Salvemini” di Alessano (LE) – ha bisogno di una rinnovata primavera e la primavera è la stagione dei giovani… Voi giovani dovete rischiare nella vita. Oggi dovete preparare il futuro. Il futuro è nelle vostre mani…». Unica eccezione – ma questo Papa Francesco l’ha lasciato solo intendere – è che anche la Chiesa chiuda con la stagione dell’inverno.

 

Le “giustificazioni” – politiche e sociali – da me addotte non vogliono coprire la bruttezza di una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma suggerire che in un Paese senza progetti e senza speranze non si va da nessuna parte. Se potessimo parlare a quei ragazzi troveremmo crisi e ferite di cui nessuno si è preso cura quando era il momento. Per gli adulti è forse un po’ tardi anche perché il loro rifiuto di vivere è in parte legato a fattori sociali (tra tutti la mancanza di lavoro) che solo uno Stato efficiente può risolvere. Alla fine, comunque, scopriremmo che in ognuno di noi è ancora accesa una scintilla di orgoglio, quello d’essere cittadini di uno Stato che, per i suoi trascorsi, è stato un faro di civiltà per il mondo intero.

 

Questo è il motivo che mi ha spinto, inconsapevolmente, a titolare questo pezzo “La rabbia e l’orgoglio”. Quando Oriana Fallaci ha scritto il pamphlet diceva che era in atto un processo di decadenza della civiltà occidentale, soprattutto europea. E accusava duramente la classe politica italiana, gli intellettuali e anche la Chiesa cattolica di alimentare o tollerare tale decadenza. E così chiudeva: «Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta».
Concordo quasi su tutto.

Quasi” perché alla rabbia e all’orgoglio d’italiano mi permetto d’aggiungere una sola parola: speranza!

 

Guido Giampietro

One Comment

  • Rispondi
    dido
    22 maggio 2018

    perfettamente d’accordo.