October 31, 2020

Brundisium.net
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Inizio con una riflessione dello scrittore Emanuele Trevi: “Nelle terre del Nord il rispetto degli orari è legato al senso (teologico) della responsabilità. Da un lato è stato detto che l’ossessione della puntualità, se oscura ogni altra considerazione, rende impossibile la vita. I più forti hanno ribattuto che la vita, senza puntualità, sarebbe semplicemente inconcepibile. Fare il tifo per una di queste due filosofie senza capire nulla dell’altra è una posizione assolutamente stupida e superficiale.
“La puntualità è un’«invenzione», una delle conseguenze capitali della riforma protestante, e le sue particolari esigenze spirituali si diramano da quello straordinario epicentro che fu la Ginevra di Giovanni Calvino. La puntualità non è assimilabile al carattere ansioso, o alla prestanza fisica, o al colore dei capelli. In altre parole, i tedeschi non nascono puntuali: esattamente come i greci o noi che abitiamo a Roma non nasciamo ritardatari.
“Anche se del tutto o in parte secolarizzate, le società con radici calviniste (o più generalmente protestanti) derivano la loro puntualità da un edificio teologico e morale supremamente complesso e sfaccettato, fondato su una radicale sfiducia nella natura umana in quanto tale. Quei terribili signori delle banche tedesche potranno apparire anche dei sadici, ma sono gli eredi di una rivoluzione religiosa e antropologica che va annoverata tra le pietre miliari della nostra storia.
“I guai cominciano quando si comincia a indagare dall’altro lato della barricata: quello occupato dagli insolventi, dai ritardatari cronici, da coloro che sono abituati a considerare una data del calendario al massimo come un suggerimento, e mai come un obbligo morale e metafisico…
“Ciò che per un’intera civiltà è una virtù collettiva praticata fin dall’infanzia, tanto che nessuno si sognerebbe di metterla in discussione, dalle nostre parti si trasforma in qualcosa di squisitamente individuale e, in ultima analisi, in un sintomo nevrotico”.

 

 Qualunque siano le cause la virtù della puntualità, con qualche distinguo, si trasforma, ai tempi nostri, in un vero e proprio segnale di maleducazione. Non per niente, nei ricordi del banchiere J. Laffitte riferiti a Luigi XVIII, la puntualità è definita la cortesia dei re (“L’exactitude est la politesse des rois”).

 

Il distinguo cui mi riferisco deriva dalla persistente dicotomia tra Nord e Sud del Paese. Così, tanto per fare un esempio chiarificatore, se al Teatro Regio di Parma (come ho avuto modo di constatare personalmente) l’orario dello spettacolo è fissato per le 21, alle 21 – statene certi – si alzerà il sipario. E qualche (molto eventuale) ritardatario sarà fatto accedere in sala solo in concomitanza col primo intervallo.

 

Se, invece, l’orario d’inizio di uno spettacolo, per esempio in scena al Nuovo Teatro Verdi della nostra città, è fissato per le 20,30 si può essere certi che inizierà con trenta-quaranta minuti di ritardo. E alcuni raggiungeranno tentoni i loro posti anche a spettacolo iniziato…

 

Perché avviene questo? Forse perché, come afferma Trevi, non siamo protestanti…? O forse perché siamo mediterranei e la vita la prendiamo allegramente rifiutandoci di assoggettarci a legacci e laccioli? E perché, più degli altri, in noi è radicato il senso della libertà?

 

Invece è proprio la mancanza di questo senso a guidarci. È il liberticidio che ci governa. Insieme allo scarso rispetto verso gli altri e alla maleducazione spesso agevolata proprio da chi avrebbe l’obbligo d’essere d’esempio.
Perché si confonde l’orario d’inizio spettacolo, stampigliato sul biglietto, con l’apertura degli accessi al foyer? Tra l’altro il nostro, unico al mondo per quel suo incomparabile balcone sugli scavi romani, dovrebbe essere aperto molto prima. Intanto per preservare il pubblico dall’inclemenza del tempo e poi per soddisfare proprio a quelle che sono le prerogative di un foyer.

 

Il foyer o ridotto, infatti, è per definizione il locale adiacente alla Sala teatrale (o cinematografica) dove gli spettatori hanno la possibilità di intrattenersi prima e dopo lo spettacolo e durante le pause.

 

È il luogo deputato ai commenti sul lavoro rappresentato e sugli attori chiamati a interpretarlo. Oppure al chiacchiericcio generico sui fatti del giorno. O alla passerella delle toilette delle signore. Anche se la qualità dei capi in mostra ha oggi perso lo charme degli anni passati e l’abbigliamento degli uomini è peggiore del peggiore casual.
Insomma, a meno che non si voglia dare ragione a Oscar Wilde per il quale la puntualità ruba il tempo, c’è da chiedersi perché in tante altre manifestazioni della quotidianità non esistano forme di ritardo.

 

Avete mai atteso qualche minuto di troppo per le celebrazioni che si svolgono nelle chiese? Eppure le Tavole di Mosè non accennava minimamente alla puntualità.

E riuscite a immaginare che un evento sportivo – uno qualsiasi – inizi a discrezione del direttore di gara?
E che i mezzi del servizio pubblico (treni, aerei, bus, navi), a meno di situazioni di forza maggiore, partano ad orari diversi da quelli stabiliti dai tabelloni?

O che la campanella/sirena delle scuole venga suonata a piacimento dai bidelli, pardon, dai collaboratori scolastici?
O che i piloti combat readiness (pronti al combattimento) lascino la palazzina-allarmi in ritardo sui cinque minuti concessi per raggiungere la linea voli, indossare il casco, controllare che tutte le spie del cockpit siano verdi, farsi affiggere dallo specialista al seggiolino eiettabile, ricevere dalla Torre di Controllo l’ok allo scramble e infine mordere la pista con la potenza dei motori e del postbruciatore spinti al massimo?

 

Perfino i funerali, ignorando il dolore dei familiari per il distacco, lasciano in perfetto orario la casa del caro estinto.
E allora perché nei teatri, specie in quelli del Sud, si tramanda questa barbara usanza? Perché le prove degli orchestrali, quando ci sono, non iniziano in anticipo? Perché le addette al trucco e parrucco non antepongono la puntualità ai capricci nevrotici degli attori? E perché tutte le maestranze tecniche se la prendono con comodo?

 

C’è ancora bisogno di spiare, come ai vecchi tempi, tra il drappeggio del sipario trattenuto dalle mani i vuoti della platea e, complice il regista, attendere che si vadano riempiendo, anche se di portoghesi?

 

Bisogna proprio aspettare che il pubblico (compresi i ritardatari!) cominci a battere le mani per significare che la misura della pazienza è colma?

 

Eppure, se ci fosse la buona volontà di rimediare a questo malvezzo, l’escamotage ci sarebbe. Basterebbe ridurre il ritardo di quattro-cinque minuti alla volta. Con questo accorgimento, nel giro di una stagione, la riprovevole abitudine sarebbe eliminata e la stessa direzione del teatro ne trarrebbe vantaggio recuperando quanti (e non sono pochi) si sono allontanati nel tempo mal sopportando questo segno di inciviltà.

 

Guido Giampietro

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