November 17, 2018



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E, secondo voi, dove sto pensando? Forse in una Biblioteca? In effetti dovrebbe essere questo il luogo più deputato alla riflessione, ma non a Brindisi. Perché qui, da oltre due anni, è chiusa al pubblico. E poiché mi vergogno anche solo del fatto che in questa città manca la più basilare tra le istituzioni culturali, preferisco abbandonare questa nota dolens e parlare invece dei luoghi con cui l’ho sostituita.
L’ho scambiata con i bar che da qualche tempo, al piacere del caffè, abbinano anche quello della lettura dei quotidiani che, per uno che ama scrivere oltre che leggere, offrono un’informazione scevra delle fake news di cui sono invece infarciti i social network.

Così mi ero illuso che sarebbe stato, e invece… A Brindisi il Caffè – in altri luoghi terreno fecondo per la gestazione della scrittura e il piacere della lettura, in quanto unisce solitudine e socievolezza e una interiorità raccolta ma nello stesso tempo immersa nel mondo – non offre condizioni di serenità e appagamento dello spirito.
Soprattutto in questo periodo ferragostano, con i rumori della città ovattati a causa dell’esodo casereccio verso il mare di buona parte dei suoi cittadini, i locali pubblici come i bar, oltre alla frescura elargita dai condizionatori, dovrebbero regalare, senza alcun sovrapprezzo, la goduria di un’aura silenziosa come quella che nel Medioevo si respirava sotto le altissime campate delle chiese gotiche.

 

Purtroppo, nei Caffè di Brindisi, quest’aura non si riesce proprio a percepirla.
Al Caffè, diceva un grande scrittore viennese, Peter Altenberg, si è soli, al proprio tavolino isolato come una zattera nel fluire delle cose, ma anche in compagnia, circondati da altri e dal sommesso brusio dell’esistenza. È importante ogni tanto fare pulizia delle ragnatele che avviluppano i nostri pensieri, così come un baco o un virus rende lento il processare del nostro computer. Da qui il bisogno di un antivirus che, nella fattispecie, è rappresentato dagli altri esseri umani che, rispettando la regola del non troppo vicino e non troppo lontano, possono interloquire con noi aiutandoci a capire e, poi, a far capire agli altri.

 

Purtroppo questo modus vivendi non appartiene ai Caffè di questa città.
Il Caffè è da sempre stato la moderna agorà, la piazza greca in cui, nella quotidianità del mercato, si discuteva del senso della vita, ponendo le classiche domande su chi siamo, da dove veniamo e verso dove andiamo. Certo, le risposte non sono state ancora trovate, ma è il metodo della ricerca, della maieutica che, a distanza di migliaia di anni affascina e fa della Grecia, ancora oggi, non l’ultimo Paese di questa insignificante Europa fatta di bárbaroi, ma la nazione che ha insegnato a ragionare e a porre le domande più importanti sull’esistenza.

 

Domande che nei Caffè di Brindisi che finora ho avuto modo di visitare sarebbe ridicolo solamente pensarle.
Il Caffè, piccolo o grande che sia, prestigioso o “storico” come il Caffè Greco di Roma o il Florian di Venezia, il Fiorio di Torino, quello degli Specchi di Trieste, oppure modesto come quello di una piccola città di provincia, è un luogo dove si sta in pace, si legge, si scrive, si chiacchiera, si presentano libri. E per queste qualità è anche un luogo propizio all’arte. Insomma, rappresenta il cuore della città, un cuore robusto, dai battiti tranquilli.

 

Un altro scrittore viennese, Polgar, lavorava per ore al Caffè e, quando era stanco, usciva e andava al Caffè per distrarsi…
A Brindisi, quando si esce dal Caffè è solo per disperazione!
Perché il condizionatore è impostato su temperature che darebbero fastidio perfino a un Inuit, e il volume della televisione è a palla.
Perché i barman e le barwomen, anche quando chiedono cosa servire tirano fuori voci da tenori e soprani.
Perché gli avventori, soprattutto se tifosi, inscenano vere e proprie risse vocali su quale squadra ha i numeri per vincere il campionato.
Ma, soprattutto, perché il risciacquo delle tazzine del caffè dà l’impressione di trovarsi proprio sotto le cascate del Niagara. E mentre le tazzine finalmente riposano asciugandosi ed io ne approfitto per detergere il mio sudore è il macina caffè che rimpiazza quel rumore con uno più pesante, da caterpillar.

 

Le ho provate tutte, anche a ridurre il numero dei decibel ficcandomi nelle orecchie, fino quasi a farli scomparire, gli auricolari dello smartphone, ma il risultato è stato modesto.
Montesquieu diceva che «il Caffè è l’unico luogo dove il discorso crea la realtà, dove nascono piani giganteschi, sogni utopistici e congiure anarchiche senza che si debba lasciare la propria sedia». Io la sedia l’ho temporaneamente abbandonata perché non sono interessato né ai piani giganteschi e nemmeno ai sogni utopistici. A farmi venire qualche pensierino sono semmai le congiure contro questa masnada di maleducati che ha snaturato la funzione di luoghi in cui la degustazione del caffè (caldo come l’inferno – diceva Talleyrand – nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l’amore) doveva accompagnarsi al piacere della conversazione o all’occasione per l’incipit di un memoir.

 

Ma non è detto che la sedia non torni ad occuparla perché altrimenti come si fa a cambiare, non dico il mondo, ma questa mentalità cafonesca? Combatterò a modo mio, con scritti atti a svegliare le coscienze. Perché il caffè della Moka sorbito nel silenzio irreale nella mia cucina non ha nulla a vedere con l’espresso gustato insieme a un amico, amorevolmente accarezzati dall’urbano cicaleccio di una caffetteria, anche se non proprio storica.

 

 

Guido Giampietro

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