November 13, 2018



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Sabato, 27 ottobre, si è tenuta la manifestazione di solidarietà contro ogni forma di violenza. Ad accompagnare il corteo formato dai ragazzi delle comunità africane e dagli attivisti che hanno aderito all’evento, c’erano centinaia di brindisini che hanno risposto “presente” al lodevole appello lanciato dagli organizzatori.

Il momento è emblematico: nel corso delle scorse settimane, in città si è assistito ad una serie di episodi incredibili. Nel corso di una sola mattinata, da una parte, un extracomunitario frantumava con una mazza i lunotti delle auto in sosta, proprio a due passi dal Comando Centrale dei Carabinieri. Dall’altro lato della città, al quartiere Commenda, una ragazzina di 16 anni denunciava una molestia da parte di tre uomini incappucciati per i quali, stranamente, da subito si aveva già la “certezza” che fossero immigrati. Tanto è bastato per scatenare, sui social, un’ondata di commenti, in buona parte aggressivi e rabbiosi, quasi di furia cieca.

 

Inutile rispondere a chi scriveva “bisogna cacciarli tutti” che la responsabilità penale è personale (art. 27 Cost.). Impossibile controbattere, a chi proponeva di punire il colpevole dei danneggiamenti alle auto “impalandolo vivo”, che la pena deve essere proporzionata alla gravità del reato commesso.

 

Pochi giorni dopo, mentre ancora la violenza verbale avanzava sui social, una spedizione punitiva, per mano di due brindisini, si è abbattuta su due ragazzi immigrati, obiettivi di una caccia all’uomo che li ha colpiti esclusivamente per il colore della pelle.

 

Questo, dunque, è stato uno dei messaggi della manifestazione: impedire agli impulsi che, naturalmente, possono nascere da notizie d’impatto come quella di una (presunta) molestia ad una minorenne, di trasformarsi in azioni di repressione portate avanti da privati cittadini. A maggior ragione se questi comportamenti sono mossi da sentimenti di intolleranza e razzismo serpeggiante. Chi è sceso in piazza lo ha fatto per schierarsi dalla parte di chi rifiuta ogni tipo di violenza e prevaricazione e non si arrende alle semplificazioni della realtà che generano solo disinformazione e divisione. C’è stata la risposta di una parte di cittadinanza ed è stata positiva, ma bisogna comunque chiedersi come mai un’iniziativa solidale di questo tipo non abbia mosso una partecipazione ancora maggiore.

 

Di sicuro non si può cedere alla rassegnazione di credere Brindisi una città che assiste, passiva, al crescendo di fenomeni di violenza diffusa, poiché è in atto una divisione sociale senza precedenti, che dal quadro nazionale si sposta nei singoli perimetri locali. Se c’è un Ministro dell’Interno della Repubblica che soffia sul fuoco del malcontento e manipola le notizie come creta per modellare fake news, non c’è da stupirsi se il messaggio di “italiani contro extracomunitari” arriva in ogni casa del Paese.

 

Forse anche noi “buonisti” abbiamo le nostre responsabilità, poiché ancora non abbiamo trovato gli strumenti più adatti a fermare questa ondata di nuove e vecchie intolleranze. Le diverse manifestazioni, iniziative e campagne di sensibilizzazione che si organizzano quotidianamente in tutto il territorio sono, da sole, sufficienti a combattere questo “fanatismo nazionalista 2.0”? Evidentemente no, serve anche un altro tipo di risposta.

 

La risposta non può che essere nello sviluppo: economico ma soprattutto sociale e culturale. In una città ricca e nella quale il benessere è diffuso, i cittadini vivono bene e non hanno modo o tempo di odiare nessuno, tanto meno chi lavora – o si impegna a trovare un’occupazione – e conduce un’attività, a prescindere se sia “diverso” (da chi, poi?). Una città che cresce, non lascia nessuno indietro.

 

L’immigrazione deve essere, a tutti gli effetti, un valore aggiunto, accompagnata da politiche di inserimento reali che già il programma SPRAR contribuisce ad attuare. Con il Decreto Salvini questo sistema andrà incontro ad un forte ridimensionamento, mentre, in concreto si aggraveranno le condizioni dei richiedenti asilo trattenendoli per un tempo infinito nei centri di permanenza per il rimpatrio. Così si dice di volere più ordine ma si finisce per creare segregazione.
Ma un vero successo nel contrasto alle intolleranze si avrà soltanto intervenendo sulla mentalità delle persone, in particolare sulla (ri)educazione del singolo individuo, partendo dalle giovani generazioni. É qui ritorna la discussione sull’opportunità di puntare finalmente sull’educazione civica nelle scuole, argomento che sta facendo sempre più breccia nel periodo attuale.

 

Ai bambini si dovrebbe insegnare che la nostra Costituzione sancisce l’inviolabilità della libertà personale, la libertà di espressione e quella religiosa, l’uguaglianza aldilà di ogni “razza” (a proposito, non sarebbe ora di cancellare questa parola?) e la parità dei sessi.

 

Ma soprattutto si dovrebbero formare i ragazzi ai valori della condivisione sociale e del rispetto del prossimo, ai doveri che ognuno di noi ha in quanto membro di una comunità, piccola o grande che essa sia.
Quello di cui abbiamo, attualmente, bisogno lo ha espresso la senatrice Liliana Segre, in un suo discorso al Senato: “…aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri”.

 

Un’esortazione che potrebbe realizzarsi con l’inserimento, nelle scuole primarie dell’educazione civica e della c.d “educazione sentimentale”. Perché ancor prima di imparare un mestiere o studiare per avviarsi ad una professione, siamo in primo luogo, cittadini e, soprattutto, portatori di sentimenti, conduttori di emotività.

 

 

Marco Della Rosa
Segreteria Cittadina Partito Democratico Brindisi

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