May 24, 2026

C’è una scena che racconta il cambio d’aria attorno all’intelligenza artificiale. Eric Schmidt sale sul palco dell’Università dell’Arizona per parlare ai laureandi. È un ex CEO di Google, uno di quegli uomini che fino a pochi anni fa sarebbero stati accolti come profeti del futuro. Ma appena il discorso scivola sull’intelligenza artificiale, qualcuno comincia a fischiare.

 

La cosa colpisce perché quei fischi non arrivano da una platea nostalgica, né da persone spaventate dal digitale per ragioni anagrafiche. Arrivano dai nativi digitali, dalla generazione cresciuta dentro Internet, dentro gli smartphone, dentro i social, dentro l’idea che ogni nuova tecnologia fosse quasi automaticamente sinonimo di libertà, connessione, opportunità.

 

Per anni la Silicon Valley ha raccontato l’intelligenza artificiale come il passaggio successivo di quella stessa promessa: più produttività, più creatività, più accesso al sapere, più tempo liberato. Una narrazione quasi inevitabile. Eppure, davanti a molti giovani, quella promessa oggi suona in modo diverso. Dietro le parole “innovazione” e “progresso” loro sentono un’altra frase, molto più brutale: state costruendo il sistema che potrebbe renderci superflui.

 

E qui nasce il cortocircuito culturale.

 

Internet, almeno nella sua mitologia iniziale, sembrava aprire porte. I social promettevano relazioni, visibilità, comunità. Lo smartphone era vissuto come un’estensione della persona, un potenziamento continuo della vita quotidiana. L’intelligenza artificiale, invece, arriva già carica di una paura diversa: automazione del lavoro, riduzione delle posizioni junior, svalutazione delle competenze cognitive, sostituzione delle attività creative, precarizzazione di tutto ciò che fino a ieri sembrava richiedere studio, talento, esperienza.

 

La rabbia, spesso, nasce dal modo in cui la tecnologia viene presentata. Da un lato i miliardari, i manager e i guru del settore che costruiscono strumenti capaci di cambiare il mercato del lavoro in profondità. Dall’altro gli studenti, i neolaureati, i giovani professionisti a cui viene chiesto di essere flessibili, di adattarsi, di reinventarsi, come se l’adattamento fosse una virtù astratta e non una fatica concreta. Quando un dirigente della tecnologia sale su un palco universitario e spiega ai ragazzi che il futuro sarà meraviglioso grazie all’AI, molti di loro non sentono una visione. Sentono una rimozione. Sentono che qualcuno sta prefigurando un mondo in cui loro rischiano di entrare dalla porta di servizio, oppure di non entrare affatto.

 

C’è una frase di Günther Anders che sembra scritta per questo momento: “L’uomo è antiquato”. Anders la usava per descrivere lo squilibrio tra la potenza tecnica prodotta dall’essere umano e la sua capacità morale, politica ed emotiva di governarla. Applicata all’intelligenza artificiale, quella frase diventa inquietante. Non perché le persone siano davvero superate, ma perché una parte della società sta iniziando a sentirsi trattata così: come un ingombro lento dentro un sistema sempre più veloce.

 

I fischi dei giovani, allora, incombono come un segnale. Dicono che la vecchia retorica del progresso automatico non funziona più. Dicono che una generazione abituata a vivere nella tecnologia non è disposta ad accettarla come destino religioso. Dicono che l’innovazione, quando viene calata dall’alto senza giustizia sociale, senza protezione del lavoro, senza redistribuzione del potere, smette di apparire come futuro e comincia ad assomigliare a una minaccia.

 

La scena è stranissima proprio per questo. A ribellarsi non sono i “nemici reazionari” della tecnologia, ma i suoi figli. Persone che hanno imparato a informarsi online, a creare contenuti, a studiare con strumenti digitali, a costruire identità dentro piattaforme globali. E proprio loro oggi avvertono che qualcosa si è spezzato. La tecnologia libererà tempo oppure renderà il lavoro umano più fragile, ricattabile, intermittente? Aiuterà i giovani a entrare nel mondo o chiuderà le porte proprio nel momento in cui dovrebbero cominciare?

 

Ogni rivoluzione tecnologica porta con sé promesse e perdite. La differenza è che questa volta la perdita è percepita in anticipo. Prima ancora che il cambiamento sia compiuto, una generazione sente già il rischio di essere scavalcata. Come se il futuro potesse procedere senza aspettarla. Come se la storia, invece di offrire un posto ai nuovi arrivati, stesse preparando un espediente per farne a meno.

 

Da qui nasce quella che potrebbe diventare una delle fratture culturali più importanti dei prossimi anni: una ribellione tecnologica dentro la generazione tecnologica stessa. Una protesta contro il potere che decide come usarle, contro l’idea che ogni innovazione debba essere accolta con gratitudine solo perché porta il marchio del futuro. La vera novità è proprio questa: i nativi digitali hanno smesso di applaudire per riflesso. Hanno capito che crescere dentro la tecnologia non significa doverla subire. Hanno iniziato a distinguere tra progresso e propaganda. E quando sentono che qualcuno confonde le due cose, fischiano.

 

 

Roberto Romeo

Comments are closed.