October 4, 2022

Brundisium.net
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Come un bambinetto seguivo con lo sguardo i fiocchi di neve imbiancare, a destra, i rami dell’auricaria che con i suoi trenta metri svetta sulle palme e i banani del quartiere. E, a sinistra, lo spicchio di mare che lambisce il Seno di Ponente.
E come il pittore, sulla tavolozza, mischia i colori fino a trovare quello che gli brilla negli occhi, così il turbinio del vento, mescolando l’azzurro del mare con il biancore della neve, creava un cilestrino simile a quello del manto della Madonna.

 

Non mi preoccupavo dei disagi che intanto montavano nella città per l’inusuale nevicata. Godevo invece dello spettacolo e della fortuna di abitare in un angolo ancora verde del Casale. Finché la magia del momento non fu rotta dall’annunciatore del Telegiornale che parlava dell’ennesimo atto di violenza nei confronti di una donna, anzi, di una ragazza.

 

Il contrasto che immaginai tra il nitore della neve e il nero delle bruciature della benzina, insieme a quello tra il silenzio della strada e le grida della ragazza, mi richiamarono alla mente un passo dei “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini.

A memoria e sveltamente tirai fuori dallo scaffale della libreria il romanzo e lessi: «Distesa sul divano, con le mani sulle ginocchia, Mariam fissava i mulinelli di neve che turbinavano fuori dalla finestra. Una volta Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo si raccoglievano a formare le nubi, e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente…

A ricordo di come soffrono le donne come noi, aveva detto… Di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso».

 

Andai avanti nella lettura fino a quando Nana, la madre di Mariam, non disse alla figlia: «Come l’ago della bussola segna sempre il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna a cui addossare una colpa».

A questo punto la storia vissuta a Herat, in un Afganistan sconvolto dalla guerra dei talebani, sfuma in quella del presente raccontata dal giornalista del TG con dovizia di particolari, spinto da un dovere d’informazione che travalica la deontologia professionale divenendo un perverso esempio di come, nella realtà, si può sfogare l’odio nei confronti delle Donne: mogli, figlie, fidanzate o amanti che siano.

 

Questo assassinio di genere è un delirium di autonomia, il prodotto di una arcaica cultura del possesso che divora gli uomini fragili. È la paura di perdere i privilegi che si considerano acquisiti per legge divina. Sembra udirla la voce di questo “piccolo” macho: «Se non vuoi essere mia, cioè, se non vuoi essere controllata e dominata da me, allora ti uccido. Perché la tua libertà mette in discussione il mio essere di maschio e piuttosto che vedere frantumata questa mia identità preferisco eliminarti».

 

Così è da che mondo è mondo. Da migliaia di anni, anche nelle società avanzate quali la greca e la romana ­ fari della sapienza e della democrazia ­ la Donna ha sempre subìto. Né le conquiste degli ultimi tempi hanno cambiato la situazione. Direi, al contrario, che il femminismo l’abbia peggiorata.

 

È questa riduttiva visione della realtà che ha portato all’“invenzione” delle scarpette rosse quale messaggio non troppo subliminare e alla scelta del 25 novembre quale “Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne”. Perché proprio il 25 novembre? Perché in quella data del 1960 venivano uccise tre sorelle che si batterono con tutta la loro forza per la liberazione della Repubblica Domenicana dal potere del dittatore Farael Trujillo.

 

Su questo episodio s’innescò poi il progetto della messicana Elina Chauvet delle “scarpette rosse” (le Zapatos Rojas), ovvero di una distesa di scarpe rosse che identificano il numero delle violenze e delle morti che le Donne hanno subìto nella loro vita. Ogni paia di scarpe sta a indicare la forza di volontà di voler combattere paura e dolore per far sì che questo orrendo fenomeno sia del tutto sconfitto e che la Donna venga rispettata per la bellezza del suo essere.

 

Personalmente dissento dal simbolismo di questa Giornata (come di tante altre, per la verità). Il problema non si risolve esponendo, una volta all’anno, lungo una scalinata o all’interno d’un palazzo importante, decine e decine di paia di scarpe rosse. Non è certo il colore rosso, simbolo dell’amore e della passione, ma anche della possessione morbosa, a modificare il diktat che spinge questi uomini psichicamente gracili ad uccidere l’oggetto del loro amore malato. Così come non serve a nulla ad insegnare alle Donne a difendersi dallo stupro, quando invece bisognerebbe insegnare agli uomini a non stuprare le Donne!

 

Il problema è molto più complesso. E lo dimostra il fatto che Ylenia, la giovane sulla quale è stata versata la benzina, agli inquirenti ha detto e ridetto che «Alessio è innocente. Non è stato lui a darmi fuoco». È in questa difesa del proprio persecutore (simile alla Sindrome di Stoccolma per la quale un soggetto prova un sentimento positivo nei confronti dell’aggressore) che s’avverte tutta la difficoltà per la risoluzione del problema. Una difesa, quella della ragazza, esternata con lucidità già in ospedale e poi nel corso della trasmissione televisiva condotta da una Barbara D’Urso che non ha perso tempo a dare il caso in pasto ad ascoltatori affamati di gossip.

 

Purtroppo anche questa assurda difesa dell’amore è amore. Anche se di un amore che è cecità dell’anima. Una ­ mi si lasci passare il neologismo ­ “agapepatia”, una sofferenza d’amore. E in ciò, tanto per rimanere nel mondo greco, mi allontano dalla visione che dell’amore aveva la poetessa Saffo: «Alcuni un esercito di cavalieri, altri di fanti, altri di navi dicono esser la cosa più bella sulla nera terra, io invece quello che s’ama» (frammento 16).

 

Ma, a rendere ancora più complesso il problema, sono le diverse sfaccettature che assume il fenomeno della violenza sulle Donne. Talvolta, nella mente del maschio, all’assassinio si sostituisce, di proposito, lo sfregio. Accade quando la vittima è particolarmente bella, come Gessica ­ l’ultima della serie aggredita dal suo ex ­ già miss Romagna e finalista per il concorso a miss Italia.

 

Per comprendere anche questo particolare aspetto della violenza può essere utile leggere questi versi delle Anacreontee: «Ai tori, la natura ha dato le corna, ai cavalli le unghie, / alle volpi velocità, ai leoni una temibile dentatura; / ha fatto i pesci adatti a nuotare, gli uccelli a volare, / agli uomini ha dato il senno, alle donne nulla. Ma ecco / che alle donne invece delle lance, invece degli scudi, / dà la bellezza. E la donna bella vince ferro e fuoco».
Purtroppo noi uomini “civili” del XXI secolo dobbiamo ammettere che talvolta è proprio la bellezza la causa degli sfregi. È come dire: «Mi lasci? Ed io non ti ammazzo, ma cancello la tua bellezza così che, per il resto dei tuoi giorni, non sarai né mia né di nessun’altro».
Assassinii e sfregi hanno dunque “inaugurato” anche questo 2017 e non vedo all’orizzonte progetti per (almeno) ridurre questa mattanza. E non sarà certo la ricorrenza annuale del 25 novembre a sconfiggerla, perché le Donne vanno amate e rispettate sempre. Non solo il 25 novembre, ma ogni giorno dell’anno.
Quanto alla favola di Hans Christian Andersen non mi farei influenzare da una certa critica che ha visto in “Scarpette rosse” alcuni temi di particolare interesse come “il rapporto con la propria energia vitale, la capacità di dare corpo e anima ai propri desideri, la gestione dei propri istinti, il contatto con la realtà…”. Per me rimane solo una bella favola che non si pone l’obiettivo d’affrontare il problema della violenza sulle Donne.

 

Nel lontano 1967, al Festival di Sanremo, gl’indimenticabili Rokes cantavano un pezzo che affrontava, senza toccare il tema della violenza, l’“incidente” dell’abbandono in amore. A quelle coinvolgenti note s’accompagnavano queste sagge parole: «No, non puoi sempre vincere! (no, mai!) / Tu non devi odiarmi se lei vuole bene a me / capita ogni giorno quello che è successo a noi! / Bisogna saper perdere! Non sempre si può vincere / come vuoi e quando vuoi. / Quante volte, lo sai, si piange in amore / ma per tutti c’è sempre un giorno di sole!…».

 

Ecco, lasciamo allora che le scarpette rosse tornino nel mondo delle favole, e agli innamorati delusi suggeriamo che “per tutti c’è sempre un giorno di sole!”.

 

Guido Giampietro

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