October 4, 2022

Brundisium.net
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Avevo in animo d’iniziare questo pezzo con “C’era una volta…”, l’incipit di tutte le favole che si rispettano, quelle in cui primeggiano da una parte i buoni – principi e principesse – e dall’altra i cattivi, streghe e popolo ignorante.
Ma mi sono ravveduto per tempo perché, anche se in questa favola dei nostri giorni e della nostra terra ci sono un principe e un popolo, non mi è ben chiaro chi sia il buono e chi il cattivo.

 

Prima l’analisi. Un bel mattino d’autunno, quando la campagna è un tripudio di colori e nell’aria persiste il profumo rugiadoso del mosto, da un castello vero (quello di San Vito dei Normanni) e da un principe, pure egli vero (Giuliano Dentice di Frasso), viene emanato un bando con cui si chiede al popolo, anch’esso vero, il pagamento dei canoni delle proprietà immobiliari concesse in enfiteusi qualche tempo prima, e mai riscossi.

 

“Qualche tempo prima” è un eufemismo che sta per sessanta, ottanta e forse più di cento anni durante i quali concedente ed enfiteuta si sono di fatto ignorati senza nulla pretendere da una parte e nulla corrispondere dall’altra. Improvvisamente, nell’anno di grazia 2017, il principe si sveglia (la colpa è sempre di questa sonnolenza che prende principi e principesse) e reclama giustamente il suo, dal momento che questa enfiteusi è perpetua.

 

Se ci fosse il buon don Abbondio, oltre a notizie su quel tale Carneade ne chiederebbe anche sull’enfiteusi. In effetti, di che si tratta? E perché viene a turbare la pace del popolo che ha tanti pensieri nella testa?

 

Frugo nella memoria, riprendo in mano il pesantissimo tomo del Trabucchi sul quale, una vita fa, avevo studiato le Istituzioni di diritto civile. Leggo, anzi, rileggo e trasecolo.
Si ha enfiteusi – dice il giurista – quando il proprietario, che non vuole direttamente interessarsi di un bene immobile, ne cede ad altri il godimento, con l’obbligo di pagare un canone e di migliorare il fondo. La costituzione, che è fatta in perpetuo o per lungo tempo (è chiamata anche locazione perpetua) è quasi una virtuale alienazione”.

 

Tra i tanti diritti/doveri che fanno capo all’enfiteuta c’è quello dell’affrancazione o riscatto. Esso consiste nella facoltà concessa all’enfiteuta di diventare proprietario puro e semplice del fondo, pagando la somma che risulta dalla capitalizzazione del canone annuo.
Insomma, pur trattandosi di un istituto di chiara provenienza feudale, è tutto minuziosamente previsto e regolamentato dal codice. In punta di diritto è tutto giusto. E le pretese del principe sono sacrosante. È il popolo che ha torto, torto marcio. Anche perché, se facciamo riferimento all’etimo di enfiteusi si scopre che deriva dal greco έμφυτευσίσ che significa piantare, innestare. Si parla cioè di una “locazione per piantagione e frutto” e non di civili abitazioni che su quei fondi sono state poi edificate…

 

Però resta sempre vero quello che diceva Solone: «Le leggi scritte non differiscono in nulla dalle tele di ragno» perché trattengono «i deboli e i piccoli» mentre si lasciano lacerare «dai potenti e dai ricchi». E qui mi tornano in mente anche le parole di Sordi/marchese del Grillo allorché ricorda al popolo che «io so’ io e voi non siete un c…».

 



In pratica cosa sta succedendo? Sta succedendo che a questi enfiteuti sono arrivate le lettere del principe che reclama i canoni arretrati per la concessione del fondo. Un fondo sul quale, nel frattempo, dopo decenni di silenzio assordante, si sono costruiti o sono stati ereditati anche alloggi.

 

Si scopre così che quasi tutto San Michele Salentino è dei Dentice di Frasso e che i padroni delle case, pur conservando la proprietà dei muri e di tutto quello che vi contengono, non lo sono però del terreno su cui sorge l’abitazione!
Ma, secondo il diritto, tutto questo è giusto!

 

E la problematica non si limita a San Michele Salentino. Si scopre che in altri comuni del brindisino, quali Ceglie, Mesagne, Francavilla, Latiano, San Vito, Carovigno quasi l’80 per cento dei fondi, anche quelli urbanizzati, sono di proprietà dei Dentice di Frasso…
Ma, secondo il diritto, tutto questo è giusto!

 

L’assurdo è che l’affaire non riguarda i nostri cari connazionali del Centro e del Nord ed invece assume rilevanza per alcuni stranieri che hanno acquistato in buona fede casette e trulli costruiti su quei fondi. C’è da chiedersi come mai dai rogiti stipulati dai notai per gli atti di compravendita non sia emerso questo vincolo. Una situazione che mi fa venire alla mente i contenziosi tuttora in corso per gli immobili di Acque Chiare e per l’edificio in costruzione alle spalle della fontana Tancredi…

 

Intanto per non aggiungere al danno la beffa, nei giorni scorsi, con l’intermediazione della Cgil è stato raggiunto un accordo tra gli eredi della casata nobiliare ed alcuni enfiteuti. L’“una tantum” calcolata sulla base di un parametro (25 euro a metro quadrato per gli immobili e 3mila euro a ettaro per i terreni) è quella che, d’accordo le parti, consente l’affrancazione del bene.
Ancora una volta, secondo il diritto, tutto questo è (o sarebbe) giusto.

 


Non però per il comitato “No Enfiteusi” ed il sindaco di San Michele Salentino, Giovanni Allegrini, che così ha commentato questa operazione: «Ci dissociamo nella maniera più assoluta dall’iniziativa della Cgil… In occasione del mio intervento in consiglio comunale ho pregato tutti di portare avanti insieme al comitato, ai tecnici e ai professionisti, un’unica linea, perché qui se ognuno va per i fatti suoi non ne veniamo a capo… Noi puntiamo all’annullamento totale del canone, ma come ben sappiamo, l’enfiteusi è un istituto giuridico, peraltro perpetuo, e a mio avviso sarà difficile non pagare niente, ma stiamo lottando e auspichiamo che si paghi un canone più equo e corretto, con una cifra simbolica, che si aggiri quanto più possibile al valore reale del terreno».

 

Idee, quelle del primo cittadino, leggermente contraddittorie. Sono d’accordo con lui solo sulla necessità di una unitarietà d’azione. La qualcosa mi fa ricordare un episodio della giovinezza.
Frequentavo la terza media quando, in occasione di uno sciopero (per la liberazione di Trieste, o l’invasione dell’Ungheria, o per chissà chi o cosa), eludendo il cordone messo in atto dai “grandi” per impedire l’accesso nell’istituto, insieme ad altri due fessacchiotti, giungemmo nell’aula deserta convinti d’aver fatto il nostro dovere di studenti modello. Rimanemmo di stucco quando il professore ci redarguì facendo entrare nelle nostre testoline il concetto che in simili frangenti vale la regola “o tutti o nessuno”. Morale: fui interrogato e, più per il malcelato disappunto del prof che per la mia preparazione, rimediai una ingiusta insufficienza.

 

E la politica si è fatta sentire? Stranamente sì. A detta di Giuseppe L’Abbate – capogruppo M5S in Commissione Agricoltura alla Camera – dopo aver consegnato centinaia di firme di braccianti pugliesi nelle mani del sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione, il Governo si sarebbe assunto l’impegno, in occasione della legge sui domini collettivi, a rivedere la normativa sull’enfiteusi «al fine di risolvere le molteplici criticità sia per quanto concerne i soggetti del rapporto enfiteutico che per la tipologia dei terreni».

 

Il fatto è che la politica ha i suoi tempi, che si allungano a dismisura quando si tratta di provvedimenti che riguardano il Mezzogiorno… E allora? Allora bisogna pagare, cercando di giostrare sul quantum.

 

Perché? Forse non mi sono spiegato bene: perché, secondo il diritto, tutto questo è giusto. O quasi.

 

Il motto della Famiglia Dentice di Frasso è «Noli me tangere», non mi toccare, una locuzione attribuita a Gesù nei confronti di Maria Maddalena subito dopo la resurrezione. Ma se la vocazione della Famiglia è veramente quella di non essere toccati, per amore della Giustizia (quella che in Italia sta diventando merce rara), non si dovrebbe abbracciare anche il principio di «non toccare gli altri»? Specialmente nella borsa e dopo sì lungo tempo.

 

 

Guido Giampietro

 

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