February 15, 2026

San Siro, Inter-Juventus, 3-2. Il risultato dice una cosa, la partita ne racconta un’altra. Al 42’ del primo tempo Kalulu allunga un braccio su Bastoni, Bastoni cade, La Penna estrae il secondo giallo. Il VAR non può intervenire. La Juventus resta in dieci e da lì in avanti la gara cambia peso e direzione. Nell’intervallo e nel dopopartita volano parole grosse, accuse, tensioni nel tunnel. La cronaca si ferma qui. Il resto è un discorso che riguarda il calcio ma non soltanto il calcio.

Da anni il nostro campionato si muove su una linea sottile in cui la differenza tra fallo e contatto, tra caduta e crollo, tra astuzia e finzione, diventa sempre più difficile da leggere. Non è una novità ma oggi ha assunto una dimensione sistemica. La simulazione non è più il gesto estemporaneo di un giocatore, è diventata un comportamento diffuso, una grammatica del gioco. Si impara presto, si perfeziona con l’esperienza, si legittima con la consuetudine. L’obiettivo è indurre una decisione, costruire un episodio, forzare una lettura. La partita si gioca anche su quel piano.

Le parole di Saelemaekers, centrocampista del Milan, pronunciate con disarmante lucidità, dicono esattamente questo: se senti un tocco, vai giù. Se gli altri lo fanno, lo fai anche tu. Se restare a terra aumenta le possibilità che l’arbitro guardi, resti a terra. È una dichiarazione semplice, quasi ingenua, e proprio per questo potente. Più che un’accusa, è una fotografia. Dice che il sistema incentiva quel comportamento, lo rende razionale, quasi inevitabile. Non serve gridare allo scandalo per capirlo: basta guardare le partite.

Il VAR, nato per ridurre l’errore, ha migliorato alcune decisioni e ne ha complicate altre. Ha corretto episodi clamorosi, ha ridotto l’arbitrio su gol, rigori, fuorigioco millimetrici. Ma non ha toccato la radice del problema, perché la radice non è tecnica, è culturale. Il VAR interviene sui fatti, non sulle intenzioni. Può rivedere un contatto, non può misurare la buona fede. Può correggere un fallo di mano evidente, non può valutare la scelta di cercare quella mano. Può richiamare l’arbitro su un contatto netto, non può entrare su un secondo giallo come quello di San Siro. E allora resta la discrezionalità, che è inevitabile, ma diventa terreno fertile per sospetti, dietrologie, rancori.

Il punto è che il calcio, come ogni grande fenomeno popolare, riflette la società da cui nasce. Se la società premia il risultato a ogni costo, se la furbizia viene scambiata per intelligenza, se l’apparenza conta più della sostanza, anche il campo assorbe quella logica. La simulazione diventa una forma di adattamento. Non è più vergogna, è mestiere. Non è più deviazione, è strategia. E quando diventa strategia, smette di essere percepita come problema. Diventa parte del gioco.

Si potrebbe rispondere con nuove regole, con ulteriori strumenti di controllo, con una tecnologia ancora più permeante. Ma il rischio è quello di inseguire il sintomo e non la causa. Più si moltiplicano le telecamere, più cresce la tentazione di usarle come arma, di recitare per l’occhio elettronico. Il gioco si spezza, si frammenta, perde senso. Si trasforma in un processo continuo, in cui ogni azione può diventare oggetto di revisione, di contestazione, di sospetto. Alla fine nessuno si fida più di niente.
Occorre un cambio di cultura che non nasca in una riunione arbitrale ma fuori dal campo. Parte dalle scuole calcio dove si insegna ai ragazzi cosa significa competere. Passa dai dirigenti che scelgono se difendere sempre e comunque i propri o se accettare l’idea di una responsabilità condivisa. Arriva ai calciatori, che sono modelli visibili e influenti, e che possono decidere se restare in piedi o cercare il contatto. Riguarda anche i media che hanno il compito di raccontare senza alimentare il sospetto come spettacolo, senza trasformare ogni episodio in una sentenza.
Il calcio non declina perché sbagliano gli arbitri o perché il VAR non è perfetto. Declina quando perde il suo patto di lealtà, quando la fiducia tra chi gioca, chi dirige e chi guarda si incrina. Declina quando la vittoria diventa l’unico metro e tutto il resto si piega a quel fine. In quel momento il gioco si svuota, resta la scenografia.

Inter-Juventus è stata una partita intensa, piena di qualità, di gol, di ribaltamenti. Ma resterà nella memoria per un episodio che ha spostato il baricentro del racconto. È il segno di un equilibrio fragile. Si può discutere per giorni se quel contatto meritasse o no un secondo giallo. Si può invocare il VAR, cambiare il regolamento, riscrivere i protocolli. Ma se non si affronta la cultura che rende conveniente cadere al primo tocco, ogni correzione resterà parziale.

Il calcio è uno specchio. Restituisce ciò che siamo, non ciò che vorremmo essere. Per questo la soluzione è prima di tutto fuori dal campo. Una cultura sportiva che rimetta al centro il gioco, il rispetto, la misura. Una cultura che renda meno conveniente simulare e più naturale restare in piedi. Solo così la tecnologia tornerà a essere un aiuto e non una stampella. Solo così il risultato tornerà a raccontare la partita, non a nasconderla.

 

Roberto Romeo

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