October 4, 2022

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S. Maria del Casale: facciataLontano dagli occhi, lontano dal cuore, così cantava Sergio Endrigo nel lontano 1969. E forse sarà questa la ragione perché uno degli edifici medievali più importanti della Puglia non venga preso in seria considerazione dalla collettività brindisina.

Non dico quella che si arrabatta ad arrivare alla fine della giornata, ma l’altra, quella che si dovrebbe preoccupare dei beni che la Storia ha lasciato alla città.

 

Che poi quella magnifica chiesa non è tanto lontana dagli occhi visto che, con l’incremento del traffico aereo, la vediamo stagliarsi a ridosso della recinzione aeroportuale ogni volta che partiamo o rientriamo.
La vediamo noi, cittadini distratti e disamorati, ma soprattutto la vedono i turisti che non potranno mai comprendere né tanto meno giustificare il degrado nel quale campeggia una meraviglia che, a parte i pregi architettonici, rimane il luogo dove, nel maggio del 1310, s’insediò il tribunale che doveva procedere contro i Templari del Regno di Sicilia.

 

 

Unica voce fuori dal coro dell’apatia è quella della Sezione brindisina di Italia Nostra.

Questa Associazione, da tempo, ha posto all’attenzione delle amministrazioni comunali che si sono via via succedute e della Soprintendenza ai Beni Architettonici di Lecce la necessità di riqualificare l’area mettendo a punto un primo progetto di sistemazione (che avrebbe ceduto a titolo gratuito) firmato dall’arch. Maria Letizia Panajotti e presentato nell’ottobre 2010 in occasione di un convegno sul tema.

 

 

A tale invito non è seguita alcuna risposta da parte degli Enti interessati: Comune, Arcidiocesi, Soprintendenza, Aeronautica Militare, Aeroporti di Puglia e ONU!

 

Questo assordante silenzio farebbe pensare che tutti i destinatari della proposta avessero letto e condiviso “L’arte del tacere” dell’abate Joseph Dinouart. Anche se c’è da dire che non sempre il silenzio è proficuo.

 

 

parcheggio chiesa smcasale

Italia Nostra però non demorde e, dopo altri richiami, nel 2015 si fa promotrice di un secondo progetto (anche questo gratuito) realizzato dalla dott.ssa in architettura Elena Calderari.

E visto che il malvezzo del silenzio continua (la Fallaci avrebbe detto che tutti “sono rimasti zitti come lupi sdegnosi”), nel febbraio 2016 viene chiesto un incontro urgente al Commissario Prefettizio Cesare Castelli.

 

Per la cronaca va detto che, al posto delle latitanti Istituzioni, in compenso si muovono i singoli.

Sotto le elezioni del 2012 il candidato sindaco Roberto Fusco afferma infatti che la chiesa «non può che essere valorizzata riqualificando l’area circostante, che va ampliata, acquisendo le aree dove vi sono dei residui capannoni militari in rovina, demolendoli, e dando una migliore visibilità e centralità alla stessa chiesa che costituisce un monumento eccezionale non solo dal punto di vista architettonico, ma anche storico (crociate)…».
Gli fa eco Riccardo Rossi quando osserva che «occorre partire da un confronto con le autorità militari per la riqualificazione delle aree demaniali e dei fabbricati in totale disuso e stato di abbandono…».

 

Sistemazione provvisoria dell'accesso al sagratoAddirittura, nel settembre 2011, l’allora direttore generale di AdP, Marco Franchini, si sbilanciava affermando che «il sogno nel cassetto è quello di collegare l’aeroporto alla città e al Seno di Ponente attraverso un percorso pedonale che conduca al Casale e quindi al centro storico. Tutto questo sarà possibile quando le trattative in corso con l’Aeronautica, già a buon punto, ci consentiranno di liberare l’area a ridosso della chiesa di Santa Maria del Casale in cui creeremo un sagrato abbattendo i vecchi residuati esistenti eccetto il capannone utilizzato all’inizio del secolo per le prove motori…».

 

 

Ma cosa motiva l’immobilismo delle Istituzioni interessate ai progetti?

Certo non l’impegno finanziario, atteso che Italia Nostra si è preoccupata di prevedere interventi in economia, senza ricorrere a bandi nazionali o internazionali. E allora? Quien sabe!
Premesso che il motivo contingente dell’intervento di riqualificazione è stato dettato dall’insopportabile situazione del parcheggio selvaggio tutt’intorno al Santuario, in tal modo la Panajotti ha ritenuto, a suo tempo, di risolvere la questione.
Innanzi tutto, per quanto riguarda la strada proveniente da sud (la scorciatoia utilizzata dagli automobilisti per parcheggiare fin sotto la facciata della chiesa), la proposta è di trasformarla in una ciclopedonale, restringendola con l’inserimento di siepi di oleandri.

 

In tal modo si potrebbe ripristinare, con il placet della Curia, l’antica processione che, fin dall’8 settembre del XVII secolo (ricorrenza della Natività di Maria), partendo dalla Cattedrale e traghettato il breve tratto di mare del Seno di Ponente, faceva sosta presso la chiesetta di Cristo del Passo (o del Passio, attualmente di proprietà della famiglia Guadalupi), prima parrocchia del Casale per volontà dell’arcivescovo Tommaso Valeri.

La processione si concludeva sul sagrato di Santa Maria del Casale, nei pressi del quale si svolgeva anche una grande fiera incentivata dalla nutrita partecipazione della popolazione che, nel corso dell’anno, non aveva molte altre occasioni da dedicare allo svago.

 

 

S. Maria del Casale: retro absideL’intervento più importante consisterebbe invece nello spostamento della strada nord, da cui si accede al parcheggio custodito, per posizionarla più in basso secondo l’andamento dell’antica via Appia-Traiana.

«Questa operazione ­ commenta la Panajotti ­ consente d’interrompere lo scorrimento delle auto davanti alla chiesa, di contenere le dimensioni del parcheggio al servizio esclusivo di fedeli e turisti, pur conservando l’accesso al sagrato per particolari solennità e cerimonie”.

 

Le aree intorno alla chiesa e al sagrato sarebbero destinate in parte a prato calpestabile o trattate con granulato stabilizzato permeabile. A chi è capitato di dare uno sguardo a una cartolina illustrata d’antan (collezione “Valigia delle Indie”) di S. Maria del Casale si renderebbe conto che già nel passato, sul sagrato, oltre alla colonna in marmo pario dell’“Osanna” (attualmente visibile all’interno della chiesa), era tutto un tripudio di verde, margheritine e perfino di rigogliosi cespugli di agavi…

 

La relazione dell’architetto si conclude con l’accenno alle cancellate che impediscono di girare intorno alla chiesa e che perciò dovrebbero essere eliminate. E con l’apposizione di un vincolo indiretto di totale inedificabilità per un’area circolare, con centro la chiesa e raggio di 250 metri.

 

A questo punto non è ancora chiaro che si tratta di un intervento minimalista? E allora perché tutti tacciono, compreso il parroco che, invitato a un confronto, ha ritenuto, dopo la querelle con la Polizia municipale (che, intanto, ha inibito il transito delle auto lungo la strada sud), di non dovere più manifestare il proprio pensiero al riguardo?

 

 

Quanto spiegato nella relazione della Panajotti è ben evidenziato nella planimetria (courtesy of Italia Nostra) allegata al progetto e dai rendering eseguiti dalla dott.ssa Calderari.

Soprattutto, grazie a questi ultimi, ognuno, senza troppi sforzi di fantasia, può rendersi conto di quanto il paesaggio cambierebbe. Ognuno, ad eccezione di quei Signori che dovrebbero adottare le decisioni del caso.

 

 

S. Maria del Casale: Cartello zona militareIo, però, non mi accontento delle soluzioni minimaliste, visto che anche queste non riescono a realizzarsi.

Così vado oltre gli intendimenti di Italia Nostra. Molto oltre.

Pur avendo la Panajotti accennato all’eliminazione delle cancellate ritengo opportuno chiarire il mio pensiero in proposito.

 

Santa Maria del Casale è una sorta di enclave circondata da recinti, filo spinato e cartelli di “Zona militare”. Poco ci manca che sul sagrato compaia la scritta “Arbeit Macht Frei” che campeggiava sul cancello d’ingresso del campo di concentramento nazista di Dachau!

 

 

S. Maria del Casale:: recinzione e cancellataIl passaggio dietro la facciata posteriore è precluso da una cancellata cosicché è impossibile ammirare il finestrone dell’abside e i particolari architettonici di quel lato praticamente nascosto.

Vedo in questo una analogia con il lato oscuro della luna, del quale sappiamo poco o niente.
E tutto questo eccesso di sicurezza per salvaguardare un pezzetto di giardino pieno di attrezzi e materiale vario!
Ma la cosa più grave è che, dopo la cancellata, c’è la rete di recinzione aeroportuale con tanto di filo spinato.

Non credo che ci sia al mondo un edificio, per di più un Bene d’interesse artistico nazionale, che si trovi in queste condizioni!

Ma come? Blateriamo che in Europa muri e recinzioni devono sparire e poi ce le abbiamo in casa?
Perché mi è proibito fare il giro esterno della chiesa?

Perché la Bellezza deve andare sottobraccio con i segni di un brutto passato?

 

Cristo del Passio o San NicolicchioE che dire dei caseggiati che, tetri e anch’essi protetti da una lunghissima recinzione di filo spinato, si snodano come i bungalow d’un villaggio turistico lungo la stradina che portava in processione i fedeli dopo la sosta nella chiesetta di Cristo del Passio?
Non si comprende questa eccessiva ostentazione di sicurezza visto che l’aeroporto non è più militare, ma “civile aperto al traffico militare”. Naturalmente con ciò non voglio dire che la recinzione debba essere rimossa. Ci mancherebbe. Ma spostarla di una decina metri o, meglio ancora, alle spalle delle baracche, nulla cambierebbe ai fini della sicurezza e, viceversa, darebbe più “respiro” a tutta l’area che gravita intorno alla chiesa.

 

 

Sala prova motori SacaStoricamente le baracche risalgono all’ottobre del 1935 allorché l’organizzazione della SACA previde il sito di via Provinciale San Vito come “Cantiere di costruzione” e, per l’appunto, quello dell’Idroscalo come “Cantiere di riparazione”.

In quest’ultimo, tra gli altri, fu costituito un “Reparto Motori”. Nel 1943 il complesso (all’incirca 30.000 mq) fu denominato O.R.M. (Officina per la riparazione dei motori). Il fiore all’occhiello era costituito dalla “Sala prova” per i turbogetti (realizzata intorno al 1953-55), inglobandola in una struttura ad “L” in tufo e cemento armato, insonorizzata e dotata d’ingressi ausiliari d’aria.
Perché questo richiamo storico?

Perché quella Sala prova motori è un monumento di archeologia industriale, alla pari dell’ex capannone Montecatini e, come tale, andrebbe salvato.

A chi spetterebbe l’onere della ristrutturazione è cosa difficile da decidere.

 

Personalmente penso che, più di un onere, dovrebbe costituire un onore contribuire al salvataggio di quel manufatto. Sia che a farsene carico sia l’Aeronautica Militare che il Comune, gli AdP o la stessa ONU. Ma questa, come direbbe Kipling, è un’altra storia.
Per le vergognose baracche, invece, il discorso è diverso. Quelle vanno comunque abbattute, delendae sunt!

E, insistendo su suolo demaniale, credo che non ci siano dubbi su chi debba farsi carico di questa operazione.
Vanno abbattute perché, con la loro sparizione, darebbero maggior risalto alla facciata della chiesa.
Vanno abbattute perché da decenni non vengono utilizzate e sono solo ricettacolo di ratti e serpenti.
Vanno abbattute perché c’è presenza di amianto le cui polveri vengono trasportate in città dai venti di tramontana.
Vanno abbattute perché sul terreno così liberato si potrebbero fare ­ così come prospettato dalla Panajotti ­ delle indagini geognostiche per verificare la presenza di resti archeologici esistenti almeno fino al XIV secolo.

 

 

S. Maria del Casale: baraccheL’operazione spaventa l’A.M. e il Comune?

Allora inventiamoci una soluzione all’italiana.

Chiamiamo Christo, non quello della chiesa del Passio, ma l’artista che questa estate ha realizzato quel discutibile ponte sul lago d’Iseo e che impacchetta gli edifici di mezzo mondo.

Magari c’impacchetta, a costo zero, quelle miserabili baracche e contribuisce così anche a una conoscenza globalizzata di Santa Maria del Casale.
Una boutade, quest’ultima, che serve ad alleggerire l’argomento della riqualificazione ambientale del Santuario e, ribadisco, di tutte le servitù militari che ne offendono la bellezza.
Potrà sembrare ai più che coltivo una speranza impossibile? O la mia è una professione di lucida follia?

 

Con questo intervento non intendo stravolgere il programma “minimalista” di Italia Nostra, cui va tutta la gratitudine per la perseveranza con cui porta avanti questo problema.

Mi auguro, al contrario, che riesca, prima o poi, a scuotere le coscienze.

Per quanto riguarda il “mio” progetto, invece, se ne riparlerà…

 

Guido Giampietro

Articolo del 05/12/2016 ore 22.04

 

 

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