July 18, 2019

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Una bella giornata di sole regalataci da un febbraio che si potrebbe portare ad esempio di cambiamento climatico, il “climate change”che il negazionista Donald Trump rifiuta di considerare un campanello d’allarme. E invece io che, novello flâneur, a mo’di Baudelaire, vago oziosamente provando emozioni sempre nuove anche se luoghi e persone sono gli stessi.

 

D’un tratto mi accorgo d’essere nella scia (i piloti da caccia direbbero “in coda”) di due ragazzine che, messe insieme, non sommano nemmeno una trentina di primavere. Contrariamente alle mie consolidate abitudini in fatto di curiosità allungo leggermente il passo. Ecco ora sono a una distanza sufficiente per farmi giungere alle orecchie parole in libertà, troppo in libertà. Quelle che un tempo non si pronunziavano a casa e figuriamoci per strada.

 

Guardo meglio. Forse si tratta di ragazzini. L’abbaglio è possibile da quando s’indossa il globalizzato abbigliamento unisex: stesso taglio di capelli alla moicano, stessi grossi orecchini sistemati un po’ ovunque, stessi jeans strappati a favore dell’esibizione di tatuaggi che già alla luce del sole incutono paura, stessi anfibi con le stringhe penzoloni. No, sono femmine (inconsapevolmente ho adeguato il linguaggio alla realtà del momento). Lo attesta la tavolozza di colori con cui hanno imbrattato il ciuffo di capelli ancora non trasformato in una spazzola priva solo del manico. Sì, purtroppo sono femmine!

 

Mi concentro al massimo come un tempo facevo per acciuffare anche solo il senso del greco di Platone, ma questa prova è anche più difficile. Lo sforzo si esaurisce con la constatazione che si tratta di ragazze, ragazze ad un passo dal diventare donne. Lo deduco dal tono della voce che alterna suoni rochi e acerbi a registri decisamente femminili. E l’andatura dinoccolata che segue tempi ancora imposti da madre natura.

 

Ma sono i contenuti da trivio di quel linguaggio a sconvolgermi. Non è possibile esprimersi a quel modo, senza abbassare il volume della voce, senza ricorrere al bisbiglio delle parole più forti direttamente nell’orecchio della compagna, senza curarsi dei commenti della gente che incrociano!

 

Il premio Nobel per la Letteratura, Ivo Andric, diceva che «nulla più della lingua, induce allo spreco e al peccato». A sentire l’uso che della lingua fanno quelle due ci troviamo al centro del centro dell’inferno.

 

In realtà la volgarità e la violenza verbale sono un fenomeno antichissimo che sostituisce il ragionamento, e il pugno verbale dei ragazzi d’oggi – quello che colpisce dritto allo stomaco – diventa un modello per un pubblico indistinto che non possiede altri mezzi per attirare l’attenzione del gruppo. In altre parole rappresentano un chiaro segnale di debolezza e di sopraffazione di colui il quale le pronuncia, come se si ammettesse di non avere più argomenti razionali da far valere.

 

Non è un mistero che il nostro Paese sta lentamente decadendo in fatto di diritti umani, tolleranza e solidarietà. E il linguaggio ne dà il segnale. Un linguaggio fatto di disprezzo, denigrazione, insulti, fanatismo, odio, prevaricazione, rifiuto della razionalità. Sulla Rete siamo giunti a un tale punto di abominio verbale che molti si stanno ribellando cercando di recuperare l’idea della gentilezza, che non è solo formalità, ma rispetto.
Proprio quello che queste due ragazzi – che tutti i ragazzi – dimostrano di non avere.

 

Come giustamente osservava Francesco Sabatini, l’emerito presidente dell’Accademia della Crusca, «la parolaccia, adoperata opportunamente, potrebbe anche avere la funzione di strattonare l’interlocutore o di creare effetti espressivi; si sa che Dante, nella Commedia, ne usa diverse, ma “est modus in rebus”, non vorremmo certo porci sullo stesso piano del Poeta… E Leopardi, spesso e volentieri, infarcisce le sue lettere di male parole».

 

Certamente questo non è il senso del linguaggio di quelle due ragazzine e degli adulti dai quali le hanno ereditate. Qui la parolaccia è solo fine a se stessa, è trivialità gratuita, dimostrazione di falsa potenza.

 

Qualcuno potrà storcere il muso a sentirmi affrontare un tale argomento. Come se combattere questo andazzo sia una forma estrema di wrestling senza regole. Allora come comportarsi? E’ meglio fare finta di niente come in una pratica zen? E’ meglio il silenzio perché forse questo non è peccato? O non è meglio concordare con Oriana Fallaci quando grida che “vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo”?

 

Tutti parlano di tutto – e quasi sempre a vanvera – meno che del linguaggio sporco. Forse perché pensano che siamo giunti a un punto di non ritorno e, che alla fine, il conformismo multiculturista ha avuto la meglio. Che il linguaggio si è evoluto, come è giusto che sia. Che parlare male del linguaggio infarcito di parolacce rappresenta una forma di ipocrisia. Che devono essere tollerate perfino le canzoni piene di volgarità.

 

E invece è un obbligo delle persone perbene provare a invertire la tendenza. Pungendo con l’ago – così come si faceva ancora agli inizi del secolo scorso – le labbra dei bambini che avevano proferito la parolaccia? No di certo. Troppi mali ha creato quel metodo! I ragazzi rappresentano l’anello debole della catena. L’aspetto nuovo non è la trivialità in sé ma il mezzo che la trasmette e che crea conseguenze a valanga nei destinatari. E tra questi mezzi non compare ai primi posti nemmeno la famiglia. Volendola rappresentare in termini statistici dovremmo dire che è uscita fuori dal paniere dei valori sociali dell’Istat e sostituita dai mezzi di comunicazione moderna. I genitori non hanno più la forza per contrastare il linguaggio delle parolacce. E ancora meno ce l’hanno Scuola e Chiesa, i precettori buoni d’un tempo.
E’ ora la televisione a dettare le regole e, tra le tante generaliste, sono proprio quelle di Stato a fare da (cattivo) esempio. Oltre che nella scelta dei film che oramai non seguono più i dettami delle fasce protette, sono soprattutto le trasmissioni d’intrattenimento che, grazie a presentatori compiacenti e opinionisti solo di nome, rinfocolano un linguaggio che oramai ha toccato il fondo.

 

Sono patetici i goffi tentativi dei conduttori a volere riportare il linguaggio dei loro ospiti nei binari della decenza. E muovono al sorriso quando fanno finta di riprendere chi supera la linea rossa. Sono loro i veri colpevoli di una situazione che, per necessità di audience, appare quasi del tutto compromessa.
La soluzione del problema, dunque, oltre che familiare, diventa politica, se la politica conserva ancora il significato dell’organizzazione ottimale dei bisogni dei cittadini. A cominciare dunque dagli “onorevoli” che tali non sono, bisogna dare il buon esempio e sanzionare le TV pubbliche e i giornali che godono dei finanziamenti statali a tornare al linguaggio “pulito”.

 

Ad imitare, insomma, il sindaco di quel paesino di novemila anime dell’Emilia Romagna che ha emesso una ordinanza che vieta ai suoi cittadini di esibire violenza verbale e aggressività gratuita. «E chi trasgredisce?» gli chiede il giornalista. E lui: «La massima pena sarà la lettura di un libro o la visita in un luogo bello, perché la bellezza aiuta a pensare generosamente…».

 

Già, la bellezza. Non ci avevo pensato. Mi verrebbe da fermare le due ragazzine e leggere loro queste parole di papa Wojtyla: «Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la percezione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani».
E se non capissero a pieno queste parole bisognerebbe condurle sul lungomare e chiedere loro di ricordare (ri-cordare significa mettere di nuovo nel cuore) i tempi di una fanciullezza “pulita”, fatta di sogni puliti. Bisognerebbe invitarle a “fotografare” quello che vedono. No, non con un selfie, ma “a parole vostre”, come dicevano le maestre di un tempo. E osservare il loro imbarazzo nel descrivere, nella lingua dei padri, il colore del mare, o il volo radente di un gabbiano o il cupo suono della sirena di una nave che entra in porto. Sono sicuro che riconoscerebbero l’inadeguatezza del loro magro e sporco linguaggio di contro alla bellezza della nostra lingua.

 

Guido Giampietro

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