Inaccettabile concedere uno spazio pubblico a operazioni revisioniste: la città difenda la memoria, la Costituzione e i valori antifascisti
Esprimiamo una condanna ferma, profonda e non rituale per l’evento in programma oggi presso la Sala Università di Palazzo Nervegna, che ospita la presentazione del libro “Mussolini e il fascismo. L’altra storia” di Caio Giulio Cesare Mussolini.
Non siamo davanti a una semplice iniziativa editoriale. Siamo di fronte a un’operazione culturale e politica che si colloca nel solco di una rilettura revisionista e riduzionista del ventennio fascista. E il fascismo non è una stagione tra le altre: è stato dittatura, repressione, cancellazione delle libertà, persecuzione razziale, guerra, distruzione morale e materiale del Paese. È contro quella tragedia che è nata la Repubblica. È da quella ferita che è stata scritta la nostra Costituzione.
Per questo riteniamo grave e inaccettabile che uno spazio pubblico istituzionale – uno spazio pubblico intitolato a Gino Strada che con la sua testimonianza di vita ha incarnato ben altri valori – venga concesso per un’iniziativa che rischia di tradursi in una forma di normalizzazione simbolica di quel passato. Gli spazi pubblici non sono contenitori neutri: sono luoghi della comunità democratica, figli della sconfitta del nazifascismo e della vittoria della Resistenza. Affidarli a operazioni che “rileggono” il fascismo significa compiere una scelta precisa, non un atto amministrativo neutro.
L’apologia del fascismo è un reato previsto dal nostro ordinamento. Le istituzioni hanno il dovere di evitare ambiguità e di non offrire legittimazione, neppure indiretta, a narrazioni che attenuano o relativizzano la natura violenta e liberticida del regime.
A rendere ancora più inquietante questa vicenda è il metodo con cui l’iniziativa è stata promossa: nessuna comunicazione pubblica trasparente, nessun confronto aperto, nessuna informazione diffusa agli organi di stampa locali, ma un passaparola riservato, locandine circolate sottotraccia, quasi si trattasse di un evento da proteggere da sguardi indiscreti. Se un appuntamento è davvero motivo di orgoglio culturale, lo si annuncia alla luce del sole. Quando invece lo si tiene nascosto, qualche interrogativo è inevitabile.
Non può essere ignorato, inoltre, il linguaggio utilizzato in alcune ricostruzioni giornalistiche, dove chi dissente viene definito “zecche”. È un termine carico di disprezzo, intriso di un lessico ideologico che richiama stagioni oscure del nostro Paese. Le parole contano. E quando il confronto democratico viene anticipato dalla delegittimazione dell’avversario, è evidente che non siamo nel campo della cultura libera e pluralista, ma in quello della provocazione politica.
In altre città italiane analoghe iniziative hanno suscitato proteste nette e motivate da parte di sindacati, associazioni, forze democratiche. È accaduto a Foggia, come in altri territori, dove la coscienza civile ha reagito con forza al tentativo di riportare nel dibattito pubblico narrazioni indulgenti verso il regime. Non si tratta di censura, ma di responsabilità democratica.
Siamo di fronte a una accelerazione preoccupante di un revisionismo che tenta di scardinare i presìdi simbolici e culturali costruiti in ottant’anni di Repubblica. È un processo che va contrastato con lucidità e fermezza, perché ogni cedimento sul piano simbolico prepara arretramenti sul piano civile.
Per questo rivolgiamo un appello chiaro e appassionato a tutte le forze democratiche e costituzionali della città, alla società civile, al mondo dell’associazionismo, ai giovani, alle donne e agli uomini che credono nei valori della Carta repubblicana: manteniamo alta l’attenzione. Difendiamo insieme i presìdi democratici. Non lasciamo che il silenzio o l’indifferenza aprano spazi a un ritorno, anche solo simbolico, a un passato che ha prodotto dolore, repressione e lutti.
La libertà di espressione è un principio sacrosanto. Ma non impone alle istituzioni di offrire palcoscenici pubblici a operazioni che rischiano di normalizzare ciò che la Repubblica ha respinto nel momento stesso in cui è nata. Difendere la memoria non significa sottrarsi al confronto: significa impedire che la storia venga deformata fino a perdere il senso delle responsabilità e delle sofferenze che ha prodotto.
Chiediamo all’Amministrazione comunale di Brindisi di chiarire pubblicamente le ragioni della concessione dello spazio e di assumere una posizione netta, trasparente e inequivocabile a tutela dei valori antifascisti e costituzionali che fondano la nostra comunità ritirando la concessione della sala.
La memoria non è un esercizio retorico. È un impegno quotidiano.
E Brindisi, città democratica e antifascista, non può permettersi ambiguità.
Segreteria CdLT CGIL Brindisi e tutte le categorie provinciali
ANPI Brindisi
Libera
ARCI
AUSER
