March 15, 2026

Ogni volta che un negozio chiude, il territorio perde qualcosa: un servizio, un presidio, un lavoro, un pezzo di vita quotidiana. E questo riguarda tutti, anche chi compra online.

Negli ultimi anni il commercio di prossimità sta vivendo una pressione crescente. Un cambiamento iniziato con l’espansione dei centri commerciali, che hanno spostato flussi e abitudini di acquisto fuori dai centri urbani, e poi aggravato dall’avvento dell’e‑commerce, che ha accelerato ulteriormente la perdita di competitività dei negozi fisici. A tutto questo si aggiunge un mercato che non è più equilibrato: le imprese fisiche sostengono costi fiscali, contributivi e amministrativi molto più alti rispetto ai grandi operatori digitali, che possono muoversi in filiere meno trasparenti e con obblighi più leggeri. Uno squilibrio che ha alterato la concorrenza e ha svuotato città e territori.
Come ricorda il Presidente della Confesercenti nazionale Nico Gronchi, quando il digitale opera dentro un quadro di obblighi meno pesanti, meno visibili o più facilmente eludibili, la concorrenza smette di essere pienamente leale. Ed è esattamente ciò che, da presidente della Confesercenti della provincia di Brindisi, denuncio da anni: non può esistere un mercato in cui alcuni attori giocano con regole più leggere mentre altri sostengono l’intero peso fiscale e amministrativo.

Le imprese del commercio, del turismo e dei servizi che animano i nostri centri urbani rispettano ogni giorno norme precise, pagano imposte, danno lavoro, mantengono servizi di prossimità e garantiscono sicurezza e presidio sociale. Sono loro a sostenere l’economia reale dei territori. Eppure, proprio queste imprese sopportano il carico più pesante: adempimenti fiscali continui, contributi, burocrazia, obblighi sulla sicurezza, tracciabilità dei prodotti, normative ambientali e procedure amministrative sempre più complesse.

Sono i costi per rispettare tutte le regole, costi inevitabili e verificabili per un negozio fisico. Per molti operatori digitali, invece, questi obblighi risultano più leggeri, meno controllati o distribuiti lungo filiere difficili da monitorare. È qui che nasce una parte importante dello squilibrio competitivo che denunciamo da anni, un divario che il consumatore non vede ma che pesa enormemente sulle imprese del territorio.
I numeri lo confermano: mentre la Digital Service Tax ha generato circa 455 milioni di euro, le imprese fisiche versano oltre 8 miliardi tra imposte locali e Irpef. Una sproporzione evidente, che si traduce in un vantaggio competitivo ingiustificato per chi opera online con costi più bassi e controlli meno stringenti.

Ma c’è un punto che oggi appare con sempre maggiore evidenza in tutto il Paese: queste asimmetrie non sono solo un problema economico, ma anche un problema urbano e sociale. Quando la concorrenza è distorta, i primi a soffrire sono i negozi di prossimità, in particolare il settore moda, già messo in difficoltà da margini ridotti e da un sistema di vendite ormai dominato da saldi anticipati, Black Friday, promozioni continue e sconti permanenti dei grandi marketplace. E quando chiudono i negozi, non si perde solo un’attività economica: si svuota un pezzo di città. Aumentano i locali sfitti, diminuisce la vitalità dei centri storici, si indebolisce la coesione sociale.
È questo il punto che, da presidente della Confesercenti della provincia di Brindisi, porto da anni all’attenzione delle istituzioni: la desertificazione commerciale non è un destino inevitabile, è la conseguenza di un mercato sbilanciato. E se non si interviene sulle cause – asimmetrie fiscali, normative e regolatorie – nessuna politica urbana potrà invertire la tendenza.

Per questo condividiamo e rafforziamo la proposta avanzata da Confesercenti nazionale: istituire un Osservatorio europeo sulla concorrenza leale e sulle politiche fiscali, capace di monitorare l’evoluzione dei mercati, misurare l’impatto delle asimmetrie tra canali fisici e digitali e proporre interventi concreti per ristabilire condizioni di equità.
Ma proprio perché conosciamo bene la realtà dei territori, sappiamo che un Osservatorio europeo, da solo, non basta. Le 27 economie dell’Unione hanno sistemi fiscali, culture commerciali e modelli distributivi profondamente diversi: l’Europa può definire standard comuni, ma non può leggere con precisione ciò che accade nelle città, nei quartieri, nelle vie dello shopping che si svuotano. Le asimmetrie si manifestano qui, non nei palazzi di Bruxelles.
Per questo è indispensabile rafforzare gli osservatori nazionali e regionali, oggi privi di risorse, strumenti e continuità operativa. Sono loro che possono misurare gli impatti reali sui territori, analizzare i settori più esposti, leggere i fenomeni di desertificazione commerciale, valutare le ricadute delle politiche urbane e proporre interventi immediati e mirati. Solo un sistema multilivello – europeo, nazionale e territoriale – può garantire una concorrenza realmente leale e una tutela effettiva delle imprese di prossimità.
Difendere il pluralismo distributivo non è una battaglia corporativa: è una necessità economica e sociale. Un sistema sano ha bisogno di una pluralità di canali, formati d’impresa e presìdi commerciali diffusi. Ha bisogno di negozi che restino nei quartieri, di imprese che generano lavoro stabile, di ricchezza che rimanga nei territori.

Perché quando pochi grandi soggetti concentrano quote crescenti di mercato beneficiando di regole più leggere, il risultato è sempre lo stesso: meno concorrenza reale, meno imprese di vicinato, meno economia nei territori. E tutto questo parte da una scelta semplice, quotidiana, che riguarda ciascuno di noi: il prezzo più basso non è sempre il prezzo migliore.

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