March 23, 2026

Quanto accaduto in questo strano pomeriggio domenicale, in riferimento alle dichiarazioni di Catalano, non sorprende. È una scena già vista, quasi un copione che si ripete senza variazioni: qualcuno riporta, a distanza di settimane, una frase “contro Brindisi o i brindisini” e da lì parte la reazione a catena. Comunicati, editoriali, post sopra le righe. Poi arrivano le scuse, cala il sipario e tutto scivola via, fino alla prossima levata di scudi.

 

Nessuna sorpresa, davvero. Conosciamo bene questo meccanismo.
Sappiamo anche di avere una classe politica spesso silente, pronta a chiudersi nei caminetti quando ci sono da affrontare nodi veri, ma capace di ritrovarsi compatta e rumorosa appena arriva una provocazione dall’esterno. Una reazione quasi automatica, da riflesso. Brindisi, quando viene colpita, reagisce sempre.
E sì, questo dice qualcosa di importante: il senso di appartenenza non si è spento, c’è ancora un nervo vivo.

 

Il problema è che, puntualmente, ci si ferma lì. Si condanna, si chiede scusa, si alza il tono. Andare oltre, entrare nel merito, capire perché certe parole trovano spazio fuori da qui, è un passaggio che non conviene a nessuno.

E invece è proprio da lì che bisognerebbe partire.

 

Perché, prima di pretendere scuse dagli altri, dovremmo avere il coraggio di guardare dentro casa nostra. Una parte della classe dirigente brindisina, negli anni, ha inseguito interessi particolari più che l’interesse generale. Non sempre, ma con una frequenza tale da lasciare traccia. E quella traccia oggi si vede: una città che fatica a stare al passo, mentre altrove si consolidano risultati.

Dentro questa realtà, certe uscite “da fuori” diventano quasi prevedibili. Non sono accettabili, ma trovano terreno. Si inseriscono in una percezione che si è costruita nel tempo e che non si cancella con una replica, per quanto ferma e doverosa.

Le prese di posizione di queste ore hanno un senso. Il silenzio sarebbe stato un segnale sbagliato. La dignità di una città si difende.
Ma la dignità non si esaurisce in una risposta. Si conquista. Si costruisce nel tempo, con coerenza. E soprattutto si misura nella capacità di contare.

Contare a Brindisi, certo. Ma anche a Bari, a Roma, a Bruxelles. Nei luoghi dove si decidono le politiche industriali, le infrastrutture, le risorse. Lì si misura il peso di un territorio. Lì si capisce se una comunità incide oppure resta ai margini.

 

Qualcosa, negli ultimi tempi, si muove e va riconosciuto. Restando alla Regione, dopo anni in cui la città non aveva rappresentanza in consiglio e la provincia non esprimeva ruoli apicali, oggi si intravedono segnali diversi. Non è un traguardo, è un inizio.

Poi vale sempre la stessa regola, semplice e severa: le partite si vincono se hai peso, se sei nei luoghi in cui si decide, se lavori con continuità. Non con gli sfoghi, non con i post indignati, non aspettando che qualcuno da fuori si ricordi di te.

Il resto sono chiacchiere. E le chiacchiere, a Brindisi, le conosciamo fin troppo bene.

 

Oreste Pinto

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