March 31, 2026

A quarantadue anni dal suo assassinio, la figura di Renata Fonte continua a interrogare le coscienze e a indicare una direzione precisa: quella della responsabilità pubblica esercitata senza compromessi. La sua è una presenza viva, che torna con forza ogni volta che il territorio si trova a fare i conti con nuove ombre di illegalità.

Assessora alla Cultura e alla Pubblica Istruzione del Comune di Nardò, Renata Fonte fu uccisa la notte del 31 marzo 1984 per aver difeso con determinazione il patrimonio ambientale di Porto Selvaggio, opponendosi agli interessi speculativi che minacciavano quel tratto di costa. La sua scelta fu netta, priva di ambiguità: stare dalla parte del bene comune, anche quando ciò comportava esporsi in prima persona.

Oggi, in un contesto in cui il brindisino torna a essere attraversato da segnali preoccupanti legati alla criminalità organizzata, il suo esempio acquista un significato ancora più netto. Le recenti vicende giudiziarie e le operazioni che hanno portato alla luce dinamiche mafiose radicate ricordano quanto sia fragile l’equilibrio tra legalità e sopraffazione. In questo scenario, il richiamo a Renata Fonte non è esercizio retorico, ma un invito concreto ad assumersi fino in fondo il peso delle proprie scelte.

La presenza dello Stato, testimoniata dalla missione della Commissione Antimafia nelle province pugliesi e dall’annunciata visita del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, si inserisce in un percorso necessario di contrasto e presidio. Tuttavia, è sul piano culturale e civile che si gioca una partita decisiva: quella della costruzione di una coscienza collettiva capace di riconoscere e respingere ogni forma di condizionamento criminale.

È in questa cornice che si colloca l’iniziativa istituzionale promossa dal presidente del Consiglio comunale di Brindisi, Gabriele Antonino, che ha depositato un ordine del giorno per dedicare uno spazio pubblico alla memoria di Renata Fonte. Un atto che assume valore se accompagnato da un lavoro più profondo: fare della sua storia un patrimonio condiviso, soprattutto tra le giovani generazioni.

L’impegno richiesto alle istituzioni, infatti, non si esaurisce nella dimensione simbolica. Significa promuovere percorsi educativi, coinvolgere le scuole, sostenere le associazioni che ogni giorno custodiscono la memoria delle vittime innocenti delle mafie e trasformarla in consapevolezza diffusa. Significa, in definitiva, tradurre l’esempio di Renata Fonte in prassi amministrativa e comportamento quotidiano.

La sua vicenda resta una delle pagine più alte della storia civile pugliese. Una storia che non appartiene al passato, ma continua a chiedere coerenza, coraggio e lucidità. Perché la legalità, come ha dimostrato Renata Fonte, non è mai una conquista definitiva: è una scelta da rinnovare, ogni giorno.

Comments are closed.