October 31, 2020

Brundisium.net
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«…Vi sono quelli che danno e nel dare non conoscono pena, né cercano gioia, né danno con consapevolezza di virtù, essi sono come il mirto che diffonde la sua flagranza nello spazio laggiù nella valle…». Queste sono le parole di Kahlil Gibran quando affronta il tema del donare. Sono universali perché valide per tutte le genti di ogni tempo.

 

E lo sono anche quando oggetto del donare sono i giocattoli che i genitori regalano ai figli. Ma perché si diffonda la flagranza del mirto occorre che il dono sia fatto per l’esclusiva felicità di chi lo riceve. Sia che si tratti dell’unico, modesto giocattolo che, al tempo della mia fanciullezza, veniva speranzosamente richiesto nella letterina di Natale, sia di quelli che oggigiorno compaiono nelle lunghe liste stilate sotto la dettatura delle pubblicità televisive.

Il donare, insomma, dev’essere un’attestazione d’amore. E anche se nella scelta dei regali i genitori sono inconsciamente influenzati da voglie personali, nell’appagamento dei desideri dei figli ci deve essere un atto di altruismo superiore anche alle leggi naturali del vincolo di sangue.

 

Ecco perché la notizia, divenuta virale, delle “Reborn doll” quale dono natalizio per le bambine, mi ha dapprima disorientato e poi impensierito sul tipo di società cui stiamo andando follemente incontro.

 

Di cosa parlo? Di non-bambole. Nate negli States (tanto per cambiare, le poche cose buone e le molte cattive giungono da lì!) agli inizi degli anni Novanta come oggetti di collezionismo, queste bambole sono costruite con l’intento di renderle quanto più possibile “umane”. Così alcuni modelli hanno venature visibili, piccoli sfoghi cutanei, labbra leggermente screpolate, accenni di crosta lattea sulla testa, e capelli in mohair o alpaca che al tatto sembrano veri. Insomma basterebbe un alito di respiro per dare loro la vita…
Tanto per rimanere coi piedi per terra va detto subito che uno dei modelli – la Gabriela di regina Swialkowski – bionda, occhi azzurri, altezza 26 centimetri, costa milleseicento euro!

 

Ma il fenomeno non si esaurisce con il desiderio, tutto sommato comprensibile, delle bambine che, influenzate da quello che i genitori permettono loro di vedere sui canali YouTube, finiscono poi per chiedere nelle letterine di Natale. Nossignore. L’aspetto più preoccupante è che le principali fan di queste bambole “ri-nate” siano addirittura le madri.

 

Donne che, pur di entrare in possesso dell’oggetto proibito (soprattutto per il costo), ricorrono alla versione in kit di montaggio. In tal caso una Gabriela si può ordinare ad Amazon ad un prezzo di appena 119,80 euro.

 

Salvo che, quando si apre la scatola, si scopre che nel kit c’è solo il bambolotto, privo di capelli, ciglia, connettori per braccia e granuli di vetro con cui riempire il corpicino. Già, perché se si usasse sabbia o ghiaia, nel corso degli anni si potrebbero sviluppare all’interno batteri o veri e propri animaletti…

 

Malgrado queste difficoltà (e spese) c’è una corsa delle mamme a ordinare tutto quanto occorre per realizzare una Reborn degna di questo nome. Una frenesia che bisogna camuffare perché la figlioletta deve rimanere all’oscuro della fatica materna fino a quando, la notte di Natale, sotto l’albero non si procederà alla chiassosa apertura delle decine e decine di pacchi.

 

E siccome l’assemblaggio non è poi tanto facile (un po’ come quello che avviene per i mobili dell’Ikea) si è venuta creando, tra le madri, una rete di mutuo soccorso online. “E il braccino come va attaccato…?”, “e le ciocche dei capelli come vanno infilate…?”, “e come dare il giusto rossore a guance e labbra…?”. Al massimo della collaborazione, c’è lo scambio di foto che viaggiano su Whatsapp per dimostrare lo stato d’avanzamento dei lavori e la bontà di quello già fatto.

 

Non credo che in questa febbrile (e, diciamo pure, maniacale) attività si possa trovare il valore del dono così come auspicato da Gibran! E la gioia del donare a Natale dove è andata a finire? Dove la sorpresa dei bambini? Dove l’intesa coi genitori?

 

A vedere il brutto di questa vicenda non sono solo io. Si comincia a dire che a comprare Reborn siano donne che non possono avere figli. Le “mamme Reborn” vengono definite malate di mente, e le bambole piccoli mostri.

 

La psicoterapeuta Flavia Maffezzoli considera «la scelta di adottare un neonato non vero un surrogato della maternità, che esalta l’egoismo e il timore di prendersi cura di una creatura vera… Le Reborn doll sono purtroppo un prodotto deteriore dei tempi che viviamo e delle nostre paure, rappresentano in molti casi un allontanamento dalla vita reale con tutto quello che di negativo ne consegue».
Ma se la mania delle Reborn rientrasse in una vera e propria patologia sintomatica di una maternità non avuta oppure oramai lontana nel tempo, perché non combatterla col ricorso all’adozione? In tal modo si uscirebbe fuori dall’equivoco di feticismo (purtroppo latente) e nel contempo si farebbe del bene ai piccoli che nessuna colpa hanno della loro condizione di falsi orfani.

 

Se invece – come mi auguro – non c’è (ancora) da noi il fenomeno delle madri Reborn-dipendenti, allora a Natale tornino a regalare alle figlie invece delle Barbie (anch’esse troppo compromesse con l’omologazione dettata dalle multinazionali) le bambolone (ce ne sono ancora) che un tempo facevano bella mostra sulle coperte “buone” dei letti o sui grandi comò. Meglio ancora, regalino quelle di pezza come le Pigotte dell’Unicef che in tal modo contribuiscono almeno a salvare le vite dei bimbi.

 

L’innato istinto materno delle bambine sarà soddisfatto lo stesso perché, come anche per quello guerriero dei maschietti, ciò che conta è la magia del regalo di Natale e l’amore con cui giunge fino a loro.

 

Guido Giampietro

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