July 14, 2024

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“Giù dietro l’angolo a mezzo miglio da qui, guardate i lunghi treni che corrono e li osservate scomparire. I pistoni continuano a girare in tondo, le rotaie d’acciaio sono fredde e dure”. (Doobie Brothers)

Prima della chiamata per il servizio militare, Dario pensò di inoltrare la domanda di ammissione per entrare a far parte dell’Aeronautica Militare. Alcuni mesi dopo arrivò la cartolina-precetto con destinazione Vigna di Valle nel comune di Bracciano.

Nella lettera di convocazione c’erano i biglietti del treno di andata e ritorno che dovevano essere presentati e obliterati presso le stazioni di partenza e arrivo. Dario non era abituato a viaggiare. L’unico viaggio lo aveva fatto a bordo di una vecchia littorina delle ferrovie Sud Est per Lecce. Ancora poco sveglio, informato e smaliziato, non pensò di presentarsi allo sportello della stazione per convalidare il biglietto. Il controllore del treno, comprendendo che si trattava di un aspirante quanto ingenuo ed impacciato aspirante militare, guardandolo negli occhi con spirito sarcastico disse: ”Figghiu mia, no te visciu buenu cu la divisa”.

Dario capì presto il significato di quella profezia. Mal consigliato, il viaggio in treno fu quasi un’odissea: Lecce – Foggia con l’espresso; Foggia – Aversa con un locale; Aversa – Roma con il rapido e Roma – Bracciano con un diretto. Dopo quasi undici ore di viaggio, l’aspirante recluta sembrava pronto per un concorso nelle ferrovie rispetto a quello per cui aveva deciso di partecipare.

L’impatto con la vita militare fu alquanto devastante. Ad attenderlo nei pressi del lago laziale c’erano centinaia di aspiranti avieri formati da elementi diversi per provenienza, cultura ed abitudini di vita.

Dopo alcune migliaia di metri a bordo del classico camion grigio aperto, scese nel cortile di una grande caserma per l’adunata. In marcia, stanco, sudato e sempre con la valigia in mano, Dario e tutti i ragazzi furono messi in fila per l’appello, prima dell’assegnazione delle brande nelle grandi camerate poco illuminate. Dopo le prime visite mediche fu offerto il rancio che molti evitarono di prendere: girava voce che ci avevano sputato dentro mezza cucina. Le forze intanto abbandonavano i più deboli. La notte fu per molti un vero e proprio incubo: gavettoni e scherzi di cattivo gusto colpirono un po’ tutti. La voglia di tornare a casa cresceva di ora in ora.

Dopo il suono della tromba, durante l’alzabandiera, fu offerta la colazione che comprendeva una confezione di fette biscottate e un bicchiere di latte, forse arricchito da un composto di bromuro medico, considerato l’effetto su alcuni soggetti. Il secondo giorno di visite mediche passò in fretta tra radiografie, analisi del sangue, ironia e ilarità da parte dei medici militari su alcuni ragazzi che non saranno ammessi alla prova finale.

Un medico con i gradi sulle spalle sul camice bianco, con un accento marcatamente romano, tra l’ilarità dei colleghi, sentenziò a Dario: “Sei un casino, come facciamo a prenderti?”.

Il vero responso arrivò sotto il pennone nel cortile della caserma. I non idonei venivano chiamati a gran voce, quasi un atto di umiliazione, ma per molti rappresentò anche una liberazione che si sprigionava attraverso un urlo liberatorio come quello di Dario che in quei due giorni aveva avuto un’idea precisa di cosa non avrebbe mai voluto fare nella vita.

“Le grandi ruote continuano a girare, portami a casa per vedere i miei parenti, canta canzoni sulla terra del Sud”. (Lynyrd Skynyrd)

Prima di intraprendere il viaggio di ritorno, Dario si fermò a Roma per visitare la città eterna. Appena uscito dalla stazione Termini rimase attratto dal bagliore dei pantografi dei tram che accarezzavano i fili elettrici. Una fugace visita al Colosseo, ai Fori Imperiali e alla Basilica di San Pietro, gli diedero quel senso di libertà associata a una nuova consapevolezza fatta di piacere, curiosità e sapere. Il viaggio di ritorno verso sud fu diverso rispetto a quello di andata. Questa volta il treno era in grado di collegare direttamente il Lazio alla Puglia.

Dalla capitale, Dario si portava la promessa di una zingara conosciuta in via della Conciliazione: “Avrai tanta fortuna”
“Grazie” – rispose Dario – “ma non ho abbastanza soldi da darti”
“Non ha importanza” – rispose la zingara – “quando tornerai a casa avrai un altro zaino da preparare”.

Il ragazzo con i brufoli e i capelli rossi aveva voglia di ricominciare a vivere. Erano tante le cose da cui ripartire. In quella masseria del Salento non voleva più raccogliere il letame dal cortile dei maiali, le capre che portava al pascolo non potevano essere le sole amiche e quel canto del gallo non doveva più disturbare il dolce sonno di un ingenuo sognatore. Dario aveva perso tutto troppo presto: la scuola, gli amici, il padre e una madre assente, a volte troppo impegnata a cambiare pretendenti tra gli ulivi: “Chiangiti femmini ca n’atru masculu si vota e vi saluta e pi ricordu di st’amori lassa nu dulori nuevu” (Marinaria)

Era tempo di pensare a una nuova vita. La collocazione di un esilio che non era solo geografico divenne ben presto chiaro: era il paesaggio della solitudine umana in uno scenario bellissimo quanto immobile e senza futuro. Non era più il tempo dei rimpianti nel ricordare la figura del padre, questa volta taciturno per sempre: “Non potevi rimanere un poco qui? Sai ho da dirti cose inutili. Io voglio la tua tosse, le tue sigarette rosse”. (Marco Maffei)

—SEGUE—

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