Don Sturzo, in un discorso del 1922, nel descrivere un’Italia politica che si scopriva senza Parlamento, nel mentre lo stato stesso era sul punto di dissolversi, affermò che “la politica era diventata come un’arte senza pensiero, senza uomini istituzionali, senza partiti”. Concetto, questo, che torna, purtroppo, terribilmente utile ed attuale per capire cosa rischiamo per aver fatto del popolo, tra i concetti più nobili della tradizione politica, un feticcio privo di senso, un corpo astratto abbandonato. Appare abissale, in effetti, la differenza tra il “popolarismo” inteso da don Sturzo, teso alla promozione del bene di tutti i membri della società attraverso la cooperazione e la collaborazione delle varie classi sociali e il “populismo”, oggi imperversante, preteso dagli avventurieri dei giorni nostri, difesi da una sorta di avanguardismo digitale, composto da squadrismi del web, cui la violenza delle parole non fa difetto.
Una pericolosa situazione che impone la mobilitazione di tutte le coscienze e di tutte le energie democratiche per dar voce alla crescente domanda di giustizia e di riscatto sociale. Un movimento, in sintesi, che ha bisogno di quel supplemento riveniente dalla sensibilità cristiana che mette in primo piano la centralità della persona, la dignità dell’uomo e la difesa dei deboli.
Diversamente si corre il rischio di affogare, come in effetti sta avvenendo, vedi per esempio il massiccio astensionismo che si appalesa in ogni tornata elettorale, in una sorta di nichilismo passivo, in cui la nausea prevale sul dissenso ed il disgusto frena la ribellione.
E qui, sull’eclissi degli ideali e sulla disumanità dei nostri tempi, ciascuno può cogliere i riferimenti che crede, secondo le proprie “nostalgie”. Le cronache politiche attuali parlano da sole. Sia in Italia che nel resto del mondo.
Cronache politiche che raccontano anche la condizione socio/economica di molte città, con particolare riferimento a quelle del sud Italia, che definire precaria appare un eufemismo. Tra queste non poteva mancare la nostra Brindisi che paga oltre misura anni ed anni di amministrazioni civiche che non hanno saputo guardare oltre la punta del proprio naso, ammesso che abbiano tentato di farlo.
L’assoluta mancanza di progettualità e di visione futura che hanno caratterizzato i vari governi cittadini non sono state una mancanza strategica: sono state una rinuncia implicita al governo del cambiamento. In effetti, non avendo colto, per incapacità o per fini poco nobili, le dinamiche del comparto industriale in particolare, ma anche tutte quelle riferite all’intero welfare, si è finito per agire sempre in ritardo, limitandosi a gestire l’emergenza invece di costruire direzioni, subendo il futuro come una forza esterna invece di essere interpretato e orientato.
La mancata visione futuristica che, comunque, può non significare prevedere tutto, ha inevitabilmente ingenerato l’impossibilità di leggere i segnali deboli, di investire in competenze, di accettare il rischio dell’innovazione, di costruire traiettorie di lungo periodo.
In conseguenza, mancando queste capacità o, peggio, in presenza di ignoranza deliberata, il cambiamento non è stato governato, è stato solo subìto. Ed il prezzo nel tempo è stata la perdita di competitività e di possibilità.
Ferisce profondamente l’amor proprio, prima ancora dello status di cittadino, ascoltare o leggere il continuo susseguirsi di annunci e proclami da parte di taluni organi istituzionali brindisini: stanziamenti di fondi per opere urbane, dichiarazioni di interesse da parte di aziende pronte ad investire. Tutto questo stride violentemente con la realtà di Brindisi, una città immersa in una profonda crisi socio-economica della quale sono corresponsabili molti degli stessi soggetti che oggi si propongono come salvatori della patria.
In definitiva, Brindisi non ha più bisogno di proclami, non ha più bisogno di annunci, ma di una progettualità credibile, di una visione di lungo periodo e di una capacità reale di leggere e governare le trasformazioni in atto. Solo così sarà possibile ricostruire non solo una economia più solida, ma anche il rapporto di fiducia tra la città e chi è chiamato ad amministrarla, oggi, purtroppo, venuto meno.
Francesco D’Aprile
