December 4, 2021

Brundisium.net
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E’ un paradosso ma con Stella sono me stesso.

Con Stella; con l’unica presenza virtuale della mia vita, con l’unica persona che non so che faccia abbia .

Con lei mi sono aperto; passiamo le ore a parlare di letteratura, di popoli lontani, delle ultime scoperte scientifiche ; tutti e due siamo abbonati alle stesse riviste e tutti e due viviamo una vita clandestina di mediocrità incapaci di manifestarci per quello che realmente siamo.

Tante volte ho cercato di capire se fosse un falso profilo; mi è enuto in mente che fosse un uomo, uno scherzo di colleghe o colleghi, ho pensato anche a Gloria.

 

No, Stella è reale, e mi conosce.

Non so che mestiere faccia, dove viva, quanti anni abbia, anche se da alcuni particolari credo di aver capito che dovremmo essere coetanei.

 

Da quando parlo con lei ho capito cosa vuol dire essere soli.

Rimando la chiusura della chat con mille scuse, la contatto nelle ore più impensate e nei momenti in cui non c’è provo per la prima volta nella mia vita un senso di solitudine e di attesa.

Sono solo, mi sento solo.

 

 

Questa piazza qui sotto di me … la professoressa di greco la rividi l’ultima volta poco dopo gli esami di stato proprio laggiù, in piazza Vittoria.

Anche quel pomeriggio d’agosto era pieno di sole.

Allora vi erano ancora i marciapiedi e le macchine potevano transitare tutto intorno alla piazza; scendevano dal Central Bar sino al corso principale e da li, o svoltavano a destra per risalire la piazza dall’altro lato o seguivano la scia del traffico che si tuffava verso il porto.

Erano circa le quattro del pomeriggio; un caldo soffocante copriva Brindisi da giorni.

Lo scirocco non aveva mollato un attimo.

Bisognava chiudersi in casa per evitare che il vento arrivasse a riscaldare tutto quanto, mobili, letti, indumenti.

 

Brindisi sembrava terrorizzata da quel caldo.

La piazza era completamente deserta.

 

Io ero lì per caso; di passaggio provenivo da via Duomo dove ero stato da mia zia per ritirare le valigie che pochi giorni dopo mi sarebbero servite per la mia partenza per l’università.

La zia aveva telefonato – puoi venire ora? che poi dobbiamo andarcene in campagna e qui non torniamo prima di lunedì prossimo, dai fai un salto adesso, le valigie l’ho già scese dal ripostiglio -.

Così portandomi dietro quei due valigioni vuoti nel caldo soffocante di quel pomeriggio incontrai la prof.

 

Era sola, accaldata, e pensai che quel suo sguardo un po’ perso fosse dovuto al gran caldo.

Ero paralizzato per la vergogna : solo, in un pomeriggio di scirocco con due valigie vuote in piena piazza.

Mi guardò senza stupore come se ci fossimo lasciati solo pochi minuti prima.

Era dovuta uscire alla ricerca di un pacchetto di sigarette ma non era riuscita a trovarne.

L’unica possibilità per procurarsene era il distributore automatico ma non aveva con se monete sufficienti.

Le avevo io.

 

Armeggiammo un po’ impreparati di fronte al distributore sino a quando riuscimmo a procurarci un pacco di sigarette che non sono quelle che avrei voluto ma va bene lo stesso.
Mi chiese di accompagnarla a casa.

Mi prese sottobraccio come se non si accorgesse delle valigie che oramai avevo tutte e due nell’altra mano.

La sua casa era la casa di una donna sola che aveva scelto di studiare e non di vivere.

Una boiserie tappezzava completamente un grande studio con due scrivanie .

Quasi al centro vi erano due divani, uno di fronte all’altro.

Si sedette su uno di essi e mi fece segno di accomodarmi di fronte.

L’aria condizionata accesa e messa al minimo rendeva tutto l’ambiente confortevole.

Nell’aria, misto al fumo, si riconosceva un vago odore di medicinale .

 

Accese subito una sigaretta, si alzò e dalla vetrinetta stracolma di libri prese una copia ingiallita del Medea.

Nella libreria più piccola, invece, spostò qualche volume prima di trovarne un’altra quasi intonsa in una edizione più moderna.

Erano tutte e due con il testo greco a fronte.

Me ne porse una e mi chiese di leggerne un po’ per lei.
Ero a mio agio.

 

Seguivo appena lo scritto declamando uno dopo l’altro decine e decine di versi.

Mi accorsi che li stavo recitando e che la foga che ci mettevo era finalmente quella che avrei da sempre voluto esprimere.
La prof fumava e due lacrime le scendevano giù sulle guance.

 

La guardai perplesso come per fermarmi, mi guardò negli occhi e con le due dita che tenevano la sigaretta mi fece segno di continuare.

Si asciugò le lacrime con un piccolo fazzoletto che aveva preso da chissà dove e quando ebbi finito rimanemmo tutti e due in silenzio.

Non sapevo cosa dire; pensavo che il caldo avesse prodotto qualche danno nel cervello di quella donna minuta ed oramai abbastanza anziana.

 

La guardavo senza sapere cosa dire.

Fu lei che ad un certo punto si scosse come da un sogno, mi guardò, mi sorrise Grazie, sei davvero un bravo ragazzo … se avessi avuto un figlio lo avrei voluto come te…

 

Farfugliai qualcosa sul prossimo anno scolastico, le chiesi in che classe avrebbe dovuto insegnare, se avrebbe avuto una quarta ginnasio.

– Non credo che tornerò a scuola … non sto bene … non credo proprio di poter tornare ad insegnare … –
Mi accorsi in quel momento degli occhi grandi, degli zigomi più esposti, delle braccia e delle gambe ridotte a minuscoli tronchi pieni di macchie scure …

 

Mi offersi di ritornare a leggere ancora con lei, mi disse di no, che quella sera stessa anche lei sarebbe dovuta partire forse senza tornare mi disse in greco, riprendendo una frase di Medea … si riprese subito e poi parti anche tu no?

 

Mi disse indicando le valigie vicino alla porta e che avevo completamente dimenticato.
Mi abbracciò, mi baciò sul viso e mi augurò buona fortuna avviandomi alla porta d’ingresso.
La salutai mentre lei con gentilezza chiudeva la porta dietro di me.
Confuso dissi – Ciao – mi sorrise e rispose – Ciao- .

 

 

A.Serni

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