October 4, 2022

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supermercato-lidlEcco l’ultima americanata importata in Italia e giunta fino a Brindisi. Dopo i Babbo Natale, i poveri abeti costretti in angusti vasi e abbigliati con festoni e luci, le zucche di Halloween elevate per un giorno alla gloria delle feste importanti, arriva anche il Black Friday.

 
Senza sapere che questa novità d’Oltreoceano, di un giorno successiva al Thanksgiving Day (il Giorno del Ringraziamento), ha un significato particolare. In questo giorno, infatti, inizia per gli yankee la stagione dello shopping natalizio e tantissima gente trascorre addirittura la notte fuori dai negozi per essere pronta, il mattino dopo, ad accaparrarsi gli oggetti del desiderio a prezzi scontatissimi.

 
Anche l’origine del nome dovrebbe farci comprendere che si tratta d’un evento che nulla ha da vedere con le nostre tradizioni. Sembra, infatti, che faccia riferimento alle annotazioni sui libri contabili che passavano dal colore rosso (perdite) a quello nero (guadagni), per cui il Black Friday indicherebbe un giorno di grandi guadagni. Comincerebbe cioè il periodo dell’anno più proficuo per i rivenditori, capace di portare in nero, quindi in attivo, i conti.

 
Ma come non rendersi conto che, da noi, il nero ha invece tutt’altro significato? Da sempre quel colore è sinonimo di sfiga. Altro che guadagni e incentivi alle vendite. Va bene copiare quello che ci viene propinato dagli States, ma ­ attenzione! ­ “cum grano salis”. Altrimenti si rischia d’ottenere l’effetto opposto.

 
La qualcosa non deve avere impensierito più di tanto i commercianti brindisini (con i quali, sia ben chiaro, condivido le preoccupazioni per la crisi finanziaria e l’accanimento della malavita locale) che, per dare una risposta all’apertura (guarda caso, il 24 Novembre…) dell’ennesimo supermercato ­ il Lidl ­ e superare il ridicolo braccio di ferro tra l’Amministrazione comunale e la Confesercenti a proposito delle casette natalizie, ha deciso di dare un tocco americano all’inizio delle vendite natalizie. Senza pensare che le gramaglie dei funerali, gli abiti luttuosi e i gatti neri mettono tristezza e talvolta portano sfortuna…

 
Ma, soprattutto, dando ancora una volta un calcio alle nostre tradizioni che vanno sparendo giorno dopo giorno. Come quella ­ tanto per citarne una ­ delle “scarpette”. Non quella stupida fiction delle “scarpette rosse” che banalizza un problema serio. Mi riferisco, invece, alle “scarpette” dell’Ascensione che, sicuramente, ai brindisini delle ultime generazioni non diranno nulla.

 
Si tratta di un dolcetto fatto semplicemente di pan di Spagna ricoperto di glassa. Mia madre, come da tradizione, lo degustava inzuppato nel latte, provando la stessa piacevole sensazione che Proust avvertiva immergendo le madaleine nel tè. Giusto per fare comprendere come questo filo che ci lega al passato ­ il nostro passato! ­ stia diventando sempre più sottile, annoto che attualmente solo una pasticceria, in tutta la città, continua a confezionare queste “scarpette” nel giorno dell’Ascensione.

 
Ma torniamo ai negozianti che non sanno più cosa inventarsi pur di sopravvivere in una città che sembra faccia di tutto per toglierli di mezzo. Chi mi legge, non solo sulle colonne di questa testata, ma anche sulle pagine dei miei romanzi, sa bene quanto ami i negozietti d’antan d’una volta, Quelli dove si trovavano cose belle e genuine. Dove, su tutto, prevaleva il rapporto umano con il proprietario che, conoscendo i gusti della clientela e le sue disponibilità economiche, consigliava il prodotto giusto e a buon prezzo.

 
Adesso, invece, è tutto un grande anonimato nel quale la gente sembra sguazzare con piacere. Forse perché non ha conosciuto quell’altra realtà. Questo spiega, ma non giustifica, la bolgia infernale del giorno d’inaugurazione di quel nuovo supermercato (e un altro è in avanzata fase di costruzione nei pressi dell’ospedale Perrino!): gente letteralmente impazzita, banconi e casse presi d’assalto da acquirenti esagitati, carrelli stracolmi di mercanzie che, giunte a casa, si riveleranno inutili. Sono andato per scattare qualche foto a corredo di questo articolo e sono scappato via prima che la folla mi travolgesse. Certo, sarò costretto a tornarci se avrò bisogno di qualcosa che non troverò più nel negozietto sotto casa abbandonato dopo l’ennesima “spaccata” dei balordi di turno.

 
Che poi, se riflettessimo solo un po’… È grazie alla miseria delle operaie cinesi o bengalesi, pagate a cifre di fame, che i beni di consumo disponibili nei nostri negozi hanno prezzi irrisori, e le scarpe cucite in Cambogia per 50 centesimi l’ora ci diventano accessibili. Questo lo sappiamo ma non lo vediamo e il non vederlo ci rende, in qualche misura, incolpevoli.

 
Bisogna entrare, per quanto possibile, nelle vite stritolate del nuovo schiavismo. E nelle morti. Lo diceva già Tolstoj: “La schiavitù c’è sempre perché gli uomini continuano come prima a considerare una cosa utile, buona e giusta sfruttare il lavoro degli altri uomini. E hanno bisogno di controllarli”. Senza contare che ci sono anche gli schiavi intellettuali (quelli che lavorano per una miseria dentro, anzi fuori, giornali e case editrici) e gli schiavi delle piattaforme digitali.

 
Anche per questo, o soprattutto per questo, io amo i piccoli negozi, quelli a misura d’uomo, i mercatini a chilometro zero, dove arance e mele non sono lucidate a specchio come quella che la cattiva regina porse a Biancaneve. E dove, prima ancora del sapore della nostra terra, ci si inebria del profumo di cose antiche.

 
Papa Francesco ha detto: “Sembra che Natale sia correre dietro le piccole luci, riempire i negozi per lo shopping aperti fino alle quattro della mattina, tutti assillati, e con la testa in mille cose… Abbiate paura, sì, della spettacolarizzazione degli idoli di moda”.

 
Perciò lasciamo i Black Friday agli americani e alle multinazionali della grande distribuzione e, quando è possibile, andiamo a fare gli acquisti, specie quelli alimentari, nei negozietti che ancora combattono un’impari ma santa battaglia.

 

 

Guido Giampietro

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