Quando un Presidente della Repubblica cita Alexis de Tocqueville suona un campanello d’allarme. È quello che ha fatto Sergio Mattarella evocando due immagini che attraversano due secoli di storia politica ma che oggi suonano terribilmente familiari: la “dittatura della maggioranza” e la tentazione dell’“uomo forte”. Tocqueville era un figlio di un’aristocrazia che aveva visto da vicino la furia della Rivoluzione Francese, comprese molto presto che la democrazia era il suo destino, piuttosto che una parentesi della storia. Il problema era capirla e governarla.
Per questo nel 1831 partì per gli Stati Uniti. Doveva studiare il sistema carcerario. Tornò con un libro destinato a diventare uno dei testi fondamentali del pensiero politico moderno: “La democrazia in America”. Un libro che scandaglia la democrazia attraverso un’analisi lucida dei suoi meccanismi, delle sue virtù e delle sue fragilità. La democrazia, scrive Tocqueville, nasce dall’eguaglianza tra gli uomini. È la forma politica della modernità. Ma proprio questa eguaglianza contiene un rischio: quando tutto si appiattisce nella volontà della maggioranza, il potere può diventare oppressivo. Più che il dispotismo di un re, qualcosa di più sottile e pericoloso: il dispotismo della maggioranza.
La maggioranza decide, governa, legifera. Fin qui tutto normale. Ma se non esistono contrappesi – istituzioni autonome, libertà civili, comunità intermedie, informazione libera – quella stessa maggioranza può trasformarsi in una macchina che schiaccia l’individuo. Non serve un tiranno. Basta il consenso. È questa la “dittatura della maggioranza”.
Tocqueville aveva davanti agli occhi un precedente preciso: la Rivoluzione Francese. In nome del popolo, nel nome della volontà generale, il Terrore aveva costruito una stagione di violenza politica. E da quella stagione era nato Napoleone, l’uomo forte capace di trasformare la promessa di libertà in un impero. La storia si ripeté qualche decennio dopo. Nel 1848 la Francia divenne una Repubblica democratica. Il presidente eletto dal popolo si chiamava Luigi Bonaparte. Nel giro di pochi anni sciolse il Parlamento, fece un colpo di Stato e si proclamò imperatore con il nome di Napoleone III.
La lezione di Tocqueville era chiara: la democrazia può produrre il suo contrario. Ed è qui che il discorso di Mattarella diventa attuale: in molti Paesi si affermano figure che promettono decisioni rapide, potere concentrato, risposte semplici a problemi complessi. La politica diventa una narrazione di forza: il capo che decide, il popolo che applaude, le istituzioni che si piegano.
La grammatica dell’uomo forte. Ma oggi a questo schema si aggiunge una variabile che Tocqueville non poteva immaginare: il potere dei social. Le piattaforme digitali si sono trasformate in macchine che producono consenso, amplificano emozioni e costruiscono comunità di pensiero sempre più chiuse. In questo spazio è facile incontrare nuovi leader di opinione, influencer politici e culturali che orientano il dibattito pubblico senza passare attraverso le istituzioni tradizionali del confronto democratico. Il risultato è una dinamica paradossale: milioni di persone credono di esprimere un’opinione personale mentre in realtà si muovono dentro correnti di pensiero già tracciate.
L’omologazione non avviene più attraverso l’autorità dello Stato. Avviene attraverso l’algoritmo. Così il rischio indicato da Tocqueville assume una forma nuova: la maggioranza non si forma solo nelle urne ma nei flussi digitali, nei trend, nelle narrazioni dominanti che si impongono giorno dopo giorno nella sfera pubblica. E quando il pensiero comune si appiattisce, quando il dissenso diventa marginale o rumorosamente minoritario, la strada verso la semplificazione autoritaria diventa più breve.
È qui che si manifesta quello che molti filosofi contemporanei hanno chiamato pensiero debole. Un pensiero che rinuncia alla complessità. Un pensiero che segue un filone già tracciato, che aderisce a una corrente, che si lascia guidare da parole d’ordine e slogan. Un pensiero eterodiretto.
In questo scenario la democrazia resta formalmente intatta – elezioni, partiti, istituzioni – ma il dibattito pubblico si restringe. Le opinioni si polarizzano. I leader si rafforzano. E la promessa dell’uomo forte torna ad affacciarsi come soluzione semplice a una società confusa. Tocqueville aveva intuito una verità essenziale: la democrazia vive solo se esistono anticorpi culturali. Associazioni civiche, autonomie locali, libertà della stampa, pluralismo delle idee. Oggi a questi anticorpi se ne aggiunge uno nuovo e decisivo: la capacità critica dei cittadini. Perché la democrazia si difende nella qualità del pensiero pubblico. Quando quel pensiero si appiattisce, quando la maggioranza diventa una corrente emotiva più che una scelta consapevole, la libertà resta in piedi ma comincia lentamente a svuotarsi. E la storia, Tocqueville lo sapeva bene, non impiega mai molto tempo a riempire quel vuoto.
Roberto Romeo
