October 4, 2022

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… Parte I …

… Parte II …

 

E poi arriverò ad Atene: il caldo insopportabile, l’aria inquinata, la ressa di turisti, la disorganizzazione elevata a sistema, il caos del traffico, gli scioperi selvaggi dei servizi essenziali.

L’impressione che ricaverò guardando i greci d’Atene sarà la stessa impressione che aveva Montale guardando il genere umano: “Perchè si lavora? Certo per produrre cose e servizi alla società umana, ma anche, e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odioso fantasma del tempo. Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero”.

E la lentezza? Che fine ha fatto la forte, risoluta, filosofica e speculativa flemma greca?

Chi è stato a sottrarla?

 

Certo, gli ultimi decenni di storia non sono stati proprio incoraggianti: il regime dei colonnelli, il populismo di Karamanlis, le finte riforme di Papandreu junior e senior, il capitalismo selvaggio, il welfare creativo e le pressioni della Merchel avrebbero distrutto qualunque altro popolo.

 

Seduto ad un bar di Monastiraki parlerò con un greco barbuto al quale offro un ouzo per ringraziarlo delle informazioni fornitemi per non perdermi in questo dedalo di viuzze fantastiche.

Parliamo del più e del meno: la tenue speranza nel giovane Tsipras, il pericolo della pazzia degli uomini di Alba dorata, la paura del default e le fosche previsioni sullo spread sono argomenti che, mutatis mutandis, potrei affrontare in un bar del centro di Brindisi.

La mia delusione è forte ma dura poco.

Michàlis si guarda in giro e lascia partire la sua ironia poetica e tagliente.

Monastiraki, dice, è il luogo degli stereotipi e aggiunge che, senza voltarsi, può indovinare chi c’è alle sue spalle: nomina la famiglia americana bionda, bella, ricca e felice, le due coppie di pensionati nordici ricchi e avvizziti, un lui e lei indiani ricchi e spaesati, un gruppo di studenti quasi albini ricchi e organizzati, il gruppo di italiani per niente ricchi ma spacconi e maleducati.

Ha ragione: ci sono tutti.

Dice che in quel formicaio maleorganizzato ogni giorno ci sono sempre le stesse persone.

Non è certo un complimento neanche per me ma il mio amico sarà troppo impegnato a riflettere su ciò che ha detto per accorgersi del mio disappunto.

 

Gli parlo della lentezza e di Kavafis, di questa Itaca immaginaria che è difficile da raggiungere; mi risponde con una poesia di un giovane poeta ateniese. Declama ogni volta due o tre versi in greco prima di riproporli nel suo italiano lento ma, alla fine, ricercato e preciso; è bello l’italiano parlato dai greci.

La Grecia viaggia a quaranta all’ora come un papàki sul lungomare.

La massima velocità possibile coincide con la possibilità dello sguardo innamorato: di registrare, di saziarsi, di ricordare.

La luce nelle minime sue inclinazioni, l’ondeggiare del mare, la direzione del vento.

La Grecia e il suo passeggero che la abbraccia, chiudono gli occhi insieme: non saprà mai che cosa fosse lui per lei, nemmeno lei tutto quello che le deve.

 Grazie alle basse velocità la Grecia è il solo paese dove il tramonto verso Sùnio, o al ritorno, può durare una vita intera.

E’ quello di cui avevo bisogno.

 

Negli empori fenici ho indugiato e acquistato madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche aromi penetranti d’ogna sorta, più aromi inebrianti che ho potuto, sono andato in molte città egizie imparando una quantità di cose dai dotti.

Intanto un altro tramonto ci ha affascinati e si decide, per la sera, di andare in un locale poco turistico, qui, poco lontano, al Pireo.

(continua)

A.Serni

 

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