November 22, 2019

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… domenica mattina all’Ipercoop …
esco dall’ospedale dove sono andato a trovare il mio amico M. … non voglio tornare subito a casa e non voglio andarmene a passeggiare a mare …
adesso ho bisogno di gente …
la visita attraverso i finestroni dell’isolamento, il colloquio con il telefono in viva voce, quegli attimi di commozione e di imbarazzo …

non credo che M. abbia ancora paura …
so che ne ha avuta tanta nei giorni scorsi …
nei suoi occhi oggi ci ho visto rabbia, determinazione e tanta voglia di farcela … bene così …

andandomene ripenso a quella battaglia quotidiana che M. affronta ogni giorno …
cerco di immedesimarmi nelle lunghe giornate da riempire : visite, letto … dottori, letto … flebo, letto … medicazioni, letto … televisione, letto … libri, letto … igiene personale, letto … pasti, letto …
giornate così me le ricordo anche io …
spero che ce la faccia presto …
gli voglio bene … incontrarlo mi ha rattristato …

 

ho bisogno di un quadernone Moleskine a fogli bianchi per ricominciare a disegnare … ora ho bisogno di gente ma a casa voglio passare un po’ di tempo da solo e il disegno mi aiuta a riflettere e a ridimensionare la malinconia …
ho delle matite speciali che scorrono sulla carta che è un piacere … la libreria Giunti al centro commerciale è aperta … e adesso il centro commerciale è quello che ci vuole … è un set cinematografico dove puoi avvistare
personaggi interessanti, comparse insignificanti e tristi o cammei brillanti … come sempre cerco storie, scopro i visi che le raccontano, esploro momenti di vita banale … stamattina sono più che mai il flaneur di sempre …
il numero uno … quasi …
secondo solo a mio cugino Apunto …

 

è un vizio di famiglia … siamo animali da città … camminiamo lenti raccogliendo sguardi e mozziconi di frasi, gesti e movimenti … dove c’è gente vediamo persone e i luoghi e il tempo servono solamente a dare colore alle loro storie probabili … forse è una malattia … ridisegniamo spazi … ce ne fottiamo del tempo … facciamo incontri occasionali che ci segnano … scambiamo chiacchere che diventano metafore universali …

 

ripenso ancora ad M. chiuso in una stanza isolata e quell’isolamento è come se me lo stessi portando addosso anch’io come una camicia di forza … ho bisogno di visi, persone, dettagli, figure, gesti … ma gli stati d’animo non si forzano … … non è il momento …
non mi interessa la ragazza dalla gonna cortissima e dai tacchi a spillo che cerca di vendere abbonamenti per un nuovo operatore telefonico …

 

non mi interessa la coppia di gay barbuti ed euforici … la signora che guarda le vetrine e ignora il bambino che piange è solo un altro manichino che recita un atteggiamento … e il quarantenne grassottello e stempiato che ostenta la moglie grassa e vestita da troia non mi fa neanche pena …

per cercare ed acquistare il Moleskine c’è voluto poco … ho trovato quello che cercavo … me ne torno a casa … questa visita al centro commerciale mi ha infastidito … ed irritato …

 

il solito euro al ragazzo nero che mi saluta con un saluto militare toccandosi un cappello che non ha e sono in macchina … accendo una sigaretta, marcia indietro e via … tac … ho urtato qualcosa … non capisco subito …

scendo a vedere …

ho urtato un carrello con un po’ di spesa dentro … mi guardo intorno … ad almeno dieci metri una coppia di signori che osservano una Mercedes da favola che anch’io ho ammirato pochi istanti fa …

credo che stiano per chiedermi scusa per aver lasciato il carrello dietro la mia macchina ma non è così … il “lui” si arrabbia … “ ma non ha visto? … ma che modi … ma non può guardare dove va ? … ma vedi questo … “ …

la “lei” gli dà coraggio precipitandosi a controllare non si sa perché la confezione di Dash liquido, due bottiglie di birra e un cartoccio da pane … la voce è stridula … “Stia attento … poteva esserci un bambino “ …

 

il fatto che lui mi abbia appellato “questo” e i decibel della voce di lei cominciano ad innervosirmi …

spiego che ho solo sfiorato il carrello, che ho guardato bene ma era appiccicato al mio cofano e che forse dovevano toglierlo da lì avendo visto che stavo per uscire … niente … il “lui” vuol fare una bella figura da bullo con la sua “lei “ e rincara la dose … “Non stiamo nel condominio di casa … è un luogo pubblico … lei guida da incivile” …

tento ancora una volta di spiegare che non è successo nulla, che il carrello l’ho solo urtato, che lo avevano lasciato incustodito e che non potevo vederlo … niente … niente da fare …

la “lei” è andata … mi dà del maleducato …

capisco: a me vuol far pagare i suoi stenti, il fatto di essere malmessa e trascurata nonostante i suoi circa cinquant’anni … su me sta scaricando la sua solitudine astiosa, la sua povera acidità, quel marito sciatto ed insignificante … forse un mutuo inestinguibile per una casa vuota, piccola ed estremamente periferica … non lo so …

 

Apunto ci avrebbe trovato tutto il suo repertorio di disperazione e di misericordia , io, oggi non ne ho il tempo e la voglia … l’ospedale, l’isolamento, quella brutta diagnosi , la velocità di quella malattia insidiosa e pericolosa, gli insulti di lui, la voce stridula di lei, la stupidità di quella lite … basta … glielo dico in dialetto … sienti, vi ci ‘llievi stu cazzu di carrellu mè … ed entro in macchina …

 

non l’avrei mai fatto ma in questo momento me ne fotto di quello che stanno dicendo e dei loro sguardi … lo spostano … esco velocemente …

grido un vaffanculo dal finestrino …

sto quasi tremando per la rabbia che mi ha preso … me ne vado a casa a disegnare …

dopo cento metri, mentre mi riaccendo una sigaretta rido a crepapelle da solo come un fesso …

 

ieri, alle 12,30 circa, nel parcheggio dell’Ipercoop …

 

Gegè Miracolo

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