August 14, 2020

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Nell’ambito di una vicenda in cui persona offesa era un magistrato destinatario di alcune battute di spirito sul suo cognome, la Suprema Corte è tornata recentemente a pronunciarsi sui limiti del diritto di critica e di satira precisando in quali casi essi escludano il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Il caso è quello di un magistrato che aveva querelato un giornalista, autore di un articolo nel quale sbeffeggiava l’inquirente con alcune allusioni volgari sul suo cognome che in lingua straniera richiamava una espressione indicante l’organo genitale maschile.

Pur riconoscendo la caduta di stile e l’ineleganza del giornalista, la Cassazione ha ritenuto insussistente il reato di diffamazione a mezzo stampa data la portata satirica dell’articolo.

 

La sentenza, la n. 12203 del 13 marzo 2014, offre l’occasione per chiarire quali siano gli elementi costituitivi del delitto di cui all’art. 595 c.p. ed entro quali limiti esso possa essere scriminato dall’esercizio del diritto di critica, di cronaca e di satira, secondo quanto previsto dall’art. 51 c.p.

 

L’art. 595 c.p. punisce  con la pena alternativa della reclusione fino ad un anno o con la multa chiunque, comunicando con più persone, offenda l’altrui reputazione.

La sanzione è maggiore se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico.

 

Pertanto, gli elementi costitutivi del reato di diffamazione sono tre:

  1. l’offesa all’altrui reputazione;
  2. l’assenza della persona offesa (altrimenti se la persona offesa fosse uno dei soggetti coinvolti nella comunicazione si integrerebbe il reato di ingiuria e non quello di diffamazione);
  3. la comunicazione, da parte del diffamatore, con più persone.

 

In particolare, nell’ipotesi specifica di diffamazione a mezzo stampa, l’elemento della pluralità e cioè della comunicazione con più persone, richiesto ai fini della configurabilità del reato, è insito nella natura stessa del mezzo utilizzato, posto che un articolo di giornale si rivolge ad un numero cospicuo e indeterminato di persone.

Quanto all’elemento soggettivo del reato, la giurisprudenza ormai costante è concorde nel ritenere che ai fini della sussistenza del delitto non è necessario l’animus diffamandi e cioè l’intenzione di offendere l’altrui reputazione ma è sufficiente il dolo generico e quindi la volontà di usare espressioni offensive per l’onore del soggetto passivo con la consapevolezza del discredito che ne deriva per quest’ultimo.

 

Inoltre, in materia di reati commessi col mezzo della stampa e, dunque,  anche nell’ipotesi di diffamazione, il soggetto su cui ricade la responsabilità penale non è solo ed esclusivamente l’autore dell’articolo diffamatorio ma, secondo quanto previsto dall’art. 57 c.p., anche il direttore dell’organo di stampa o il vice-direttore responsabile assumono una posizione di garanzia, in virtù dell’obbligo su di loro incombente di controllare che col mezzo della pubblicazione non siano commessi reati.

Tale previsione normativa, però, non si applica nel caso in cui la diffamazione sia commessa a mezzo di un giornale periodico “on line”.

Ne consegue che, in quest’ultima ipotesi, il direttore del periodico non risponde del delitto di omesso controllo in relazione ai reati ivi commessi poiché, secondo la Cassazione, nel concetto di “stampa” non può essere ricompresa anche l’informazione on line.

Pertanto, affinché possa parlarsi di “stampa” in senso giuridico occorre innanzitutto una riproduzione tipografica dell’attività giornalistica e, in secondo, luogo una distribuzione del periodico tra il pubblico, elementi questi che mancano in un giornale on line ove l’articolo viene diffuso attraverso la stessa pubblicazione in rete senza alcun supporto cartaceo.

 

Come già accennato, vi sono altre ipotesi in cui non è configurabile il reato di cui all’art. 595 c.p.

Il delitto di diffamazione è scriminato dal legittimo esercizio del diritto di cronaca che comprende anche quello di critica e di satira.

Il diritto alla libera manifestazione del pensiero, così come tutelato dall’art. 21 della Costituzione, trova estrinsecazione nel potere-dovere del giornalista di raccontare, a mezzo stampa, notizie che abbiano un rilievo ed un interesse pubblico.

Pertanto, non sussiste una generica prevalenza del diritto all’onore, seppur costituzionalmente garantito, sul diritto di critica, poiché ciò comporterebbe una inaccettabile lesione del sacrosanto diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero.

La critica, proprio in quanto tale, comporta una lettura assolutamente soggettiva degli accadimenti e può essere compatibile anche con una forma di aggressività nei confronti del soggetto destinatario della valutazione che può rivelarsi lesiva dell’altrui reputazione.

 

È pur vero che, come ha più volte ribadito la Cassazione, l’esercizio del diritto di cronaca, così come quello di critica e satira, incontra dei limiti entro i quali esso è considerato legittimo e scrimina il reato di diffamazione.

Tali limiti sono:

  1. la verità oggettiva dei fatti narrati, frutto di un diligente lavoro di ricerca da parte del giornalista che non deve raccontare una vicenda volontariamente distorta rispetto alla realtà;
  2. la pertinenza della notizia, ossia l’interesse pubblico e sociale della stessa;
  3. la continenza del linguaggio con cui il fatto è esposto affinché la critica non si traduca in una immotivata quanto gratuita offesa all’altrui reputazione, pur mantenendo un tono aspro e pungente.

 

Il rispetto di tali limiti consente un equo bilanciamento tra valori costituzionalmente garantiti e, allo stesso tempo, lascia un margine di libertà espressiva al giornalista chiamato a svolgere una funzione pubblica a tutela dell’interesse della collettività all’informazione.

 

Proprio a tal proposito, la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha definito i giornalisti i “cani da guardia” (watch-dog) della democrazia e delle istituzioni, anche giudiziarie, riconoscendo  loro un fondamentale ruolo nella esplicazione della libertà di espressione, tutelata dall’art. 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo che si pone a base di una società pluralista e tollerante.

 

Vi è di più: pronunciandosi sulla recente vicenda italiana, nota come “caso Belpietro”, la Corte di Strasburgo, con la sentenza del 24 settembre 2013 n. 42612/10, ha auspicato una depenalizzazione del reato di diffamazione a mezzo stampa nel nostro ordinamento, ritenendo che l’irrogazione della sanzione più severa, ossia quella detentiva anziché pecuniaria, anche se condizionalmente sospesa, è giustificabile solo in casi eccezionali, ove ricorrano esigenze repressive particolarmente stringenti che giustifichino il carcere per i giornalisti.

Contrariamente, non sarebbe tutelato degnamente il ruolo dei giornalisti, custodi della democrazia, a comunicare al pubblico notizie di interesse generale né il diritto del pubblico stesso a riceverle, senza censure di sorta.

 

Avv. Anna Ancona

 

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