December 8, 2019

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«Basta che una cosa esista, – scriveva Dino Buzzati in uno dei suoi racconti (“La città personale”) – anche se piccola, perché il mondo sia costretto a tenerne conto. Figurarsi poi una città intera, grande, grandissima, con quartieri vecchi e nuovi, labirinti interminabili di strade, monumenti e ruderi che si perdono nelle notti dei millenni, cattedrali traforate a filigrana, parchi, (…) dove ogni pietra, ogni finestra, ogni bottega significano un ricordo, un sentimento, un’ora potente della vita!».

Se si dà credito allo scrittore c’è d’aspettarsi che Brindisi, anche se tornasse alle poche anime di quando il porto era una laguna malarica, continuerebbe sempre a contare qualcosa. In altri termini significa che esisterà anche a prescindere dal processo di rimpicciolimento demografico in atto. E questo finché rimarrà in piedi un campanile, una casa e sull’unica strada risuoneranno i passi dell’ultimo abitante e del suo cane.

Ma se quello che dice Buzzati non fosse vero? Se, con il tempo, non rimanesse che poca cosa? Se, al limite, sparisse tutto? Anche il ricordo. Il ricordo di una città dalle vestigi millenarie e dalle glorie che non si sono volute conservare, quasi a vergognarsi di un passato che tanto ha contribuito alla storia del Sud, dell’Italia, d’Europa.

 

Un quadro fosco, questo.

Eppure possibile visto che a causa del suo impoverimento demografico, Brindisi e tutta la sua provincia rischiano di scomparire anche come “espressione geografica”.

Almeno così si deduce da quanto ha detto, giorni fa, Lorenzo Bellicini, direttore del Cresme, Centro ricerche economiche, sociologiche e di mercato nell’edilizia.

 

«Abbiamo un problema» ha esordito e quell’incipit mi ha riportato all’aprile del 1970 quando Jack Swigert, pilota del modulo di comando dell’Apollo 13, disse: «Okay, Houston, we’ve had a problem here».

E con la stessa drammaticità così ha ripetuto Bellicini: «Abbiamo un problema strutturale rilevante che non possiamo far finta di non vedere: si chiama demografia».

Da quel momento, con il grigiore vocale di chi legge i numeri estratti al lotto, ha cominciato a snocciolare dati su dati.

Secondo le previsioni del Cresme, considerate la struttura demografica della popolazione, le dinamiche naturali e quelle migratorie, le cose peggioreranno nei prossimi vent’anni.

Tra il 2016 e il 2036 nell’intera provincia si perderanno 45.992 abitanti (ovvero l’11,6 per cento della popolazione) nell’ipotesi migliore o addirittura 61.731 (con una perdita del 15,5 per cento) nello scenario peggiore.

Innanzitutto perché gli stranieri che arrivano in Italia non riescono a compensare gli italiani che se ne vanno. Anche perché quando si stabilizzano fanno meno figli rispetto a quanti ne farebbero nei loro territori di origine. E in secondo luogo a causa della mancanza di natalità.

Già oggi si perdono mille persone ogni anno solo nel saldo tra nascite e morti.
Non è un mistero che la popolazione a Brindisi abbia già cominciato a scendere. Nel 2036, nell’ipotesi media dello scenario previsionale, la città avrà perso 16.389 abitanti, ovvero il 18,7% degli 87.820 del 2016. Come dire che da qui a 18 anni, i suoi abitanti saranno diminuiti dal 17 al 20 per cento !

 

Dati credibili o allarmistici?

In ogni caso quello che mi lascia perplesso è la previsione all’unità fatta dal Cresme.

Tra il 2016 e il 2036 la provincia perderà – si afferma – 45.992 abitanti o 61.731 nell’ipotesi peggiore.

Ma come accidenti hanno fatto a calcolare quei 92 abitanti della prima ipotesi e i 31 della seconda? La statistica è una scienza, d’accordo, ma è veramente esatta fino a questo punto? O lo è perché oggi, nei calcoli matematici entrano anche i misteriosi (per me) algoritmi?

 

Ma tralasciamo i dubbi e soffermiamoci sul dato inoppugnabile di una diminuzione della popolazione nell’intera provincia. Anche se rimane inspiegabile l’eccezione di una Carovigno in controtendenza.

 

Una conclusione, questa del depauperamento demografico, a cui sono giunti, già da tempo, i (pochi) brindisini amanti del territorio in senso lato e della città in particolare. Si è verificato, di fatto, quello che capita a una bellissima donna a cui, per gelosia o altri turpi motivi, vengono strappati di dosso i gioielli che le erano stati donati.

 

Allo stesso modo Stato e Regione, con la scusante di una ancora viva e vegeta “spending review” e con la connivenza di amministratori locali e di privati, hanno a poco a poco smantellato, esautorato, ridicolizzato il territorio trasferendo altrove servizi e funzioni. In tal modo si sono persi, oltre ai lavoratori costretti a “inseguire” gli uffici spostati molto lontano dalle loro abitazioni, anche i giovani, vale a dire la classe destinata ad effettuare il cambio generazionale.

 

Una diabolica operazione che ha un nome, brutto come tutti gli inglesismi: “expat”, espatrio. Come quello della nostra gente dopo la Grande guerra o degli incolpevoli profughi della italianissima Istria. La storia, come si vede, si ripete.

 

Aristotele diceva: «Non si deve confondere grande città e città popolosa». Giustissimo. Abbiamo infatti metropoli invivibili e, viceversa, cittadine e villaggi bellissimi, con ritmi di vita per nulla stressanti. Ma, con tutto il rispetto per il filosofo, ci sono anche altre considerazioni da tenere in conto.

 

Se l’Atene di Aristotele, per cause naturali o contingenti, avesse visto un gran numero di cittadini trasferirsi nell’odiata Sparta, sarebbe rimasta pur sempre una grande città. Ma se tra i partenti ci fossero stati gli architetti Ichino e Callicrate impegnati a costruire sull’Acropoli il Partenone, o Fidia che scolpisce una Atena fatta d’oro e d’avorio, o i tragediografi Eschilo, Euripide e Sofocle, o il poeta Pindaro, o lo storico Erodoto, o il filosofo Socrate, o il politico Pericle… Aristotele avrebbe continuato a dire che non si deve confondere una grande città con una città popolosa?

 

Per Brindisi e il Sud la “fuga” dei giovani, per il modo in cui si sta verificando, non è naturale. Voglio dire che qui non si tratta del giovane Siddharta che ha sentito cantare l’usignolo nel suo petto e l’ha seguito. No! Qui si tratta di una generazione di giovani “costretti” ad emigrare, a fare un salto nel vuoto, spesso senza ritorno. È uno spaesamento, la nostalgia bruciante di anni e, alla fine, l’oblio.

 

«Un luogo è un luogo – diceva Marc Augè – nel senso pieno del termine se vi si può reperire un legame visibile con il passato e se tale legame è manifestamente presente alla coscienza di chi lo abita e lo frequenta».

E chi, meglio dei giovani, può assicurare che il luogo in cui è nato rimanga tale? Gli anziani cui non resta nemmeno la forza per piangere? Perché, ammettiamolo, questo è divenuto un paese senile, con tutti gli atteggiamenti propri della senilità.
Certo, i giovani devono aprire le menti al mondo e, seduti al tavolo della vita, gustarne tutti i sapori e inebriarsi di tutti i profumi. Come facevano i giovani Romani che proprio da Brindisi partivano per la Grecia per dissetarsi alle fonti di quella cultura, o coloro che, nell’Ottocento, da ogni parte d’Europa, effettuavano il Grand Tour per scoprire le italiche bellezze.

 

Ma poi questi nostri giovani, dopo l’Erasmus e le mille altre esperienze di vita, qui devono contare di poter ritornare, per rendere ricca la terra che li ha generati e fare sì che non si tranci il filo che li lega al passato.

 

E per quanto riguarda la nostra generazione, siamo sicuri d’aver fatto di tutto per impedire questo furto di cose e di persone? E che il comportamento passivo e silenzioso di tutti noi sia stato l’unico possibile? Siamo sicuri che non ci sia stato egoismo nel pensare più alla nostra vita e meno a quella dei nostri figli?

 

E gli amministratori, i banditori di programmi politici a breve e lungo tempo, hanno mai messo in testa alle priorità per il buon governo della città e del territorio questo grave problema sociale? E se non l’hanno fatto per una iniziale inesperienza, come mai hanno proseguito per questa strada anche quando i mandati si sono scandalosamente ripetuti nel tempo?

 

E invece, noncuranza e silenzio l’hanno fatta da padrone. Dando così ragione a chi, in passato, ha detto che il silenzio è lo splendore dei forti e il rifugio dei deboli. In questo caso, senza dubbio, dei deboli.

 

Guido Giampietro

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