February 28, 2026

La misura è colma.
Nel governo della cosa pubblica non esiste spazio per leggerezze, teatrini o atteggiamenti inaccettabili.
Amministrare significa assumersi responsabilità morale prima ancora che politica, servono serietà, visione, rispetto. Rispetto per le istituzioni e, soprattutto, per la comunità che si rappresenta.

Brindisi non può più essere umiliata, non può più essere ostaggio di polemiche sterili, di provocazioni da cortile, di inverecondi cambi di casacca ingenerati da fin troppo evidenti poco nobili fini, di comportamenti che sviliscono il ruolo pubblico. Il futuro appartiene ai cittadini, non a chi interpreta la politica come un’arena personale.

Quello a cui assistiamo in queste ore nella nostra amministrazione civica non è un episodio isolato, ma l’ennesima replica di una rappresentazione indecorosa già vista in passato, messa in scena da attori diversi ma con lo stesso copione: scontri, personalismi, irresponsabilità. Cambiano i protagonisti, non il risultato.

E il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città ferma, immobile, priva di una direzione chiara. Un territorio che avrebbe potenzialità enormi e che invece resta impantanato nell’inerzia.

Questo immobilismo non è astratto: pesa sulla vita quotidiana, sulle opportunità dei giovani, sulle speranze delle famiglie, sulla fiducia di chi investe e lavora.

Ora il limite è stato superato. Non sono più tollerabili le messinscene, le provocazioni, le imperdonabili mancanze di rispetto verso l’aula e verso i cittadini. Non si può impunemente continuare a svilire il confronto pubblico con atteggiamenti che generano solo discredito e allontanano ulteriormente la comunità dalla politica.

Serve uno scatto di dignità. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva. Serve il coraggio di interrompere questo declino fatto di ignavia, incuranza e arroganza

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Brindisi merita una classe dirigente all’altezza delle sfide che ha davanti, merita amministratori capaci di costruire, di dialogare, di decidere.
Merita una visione, non una recita.

 

 

Francesco D’Aprile

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