A fronte dell’esaurimento del vecchio apparato industriale (petrolchimica ed energia) e alla ricerca di nuove possibilità di sviluppo, a Brindisi e giustamente, si parla, anche in questi giorni in convegni e iniziative, di turismo, identità e di nuove prospettive economiche. Sono obiettivi necessari, che continuano però a trascurare un settore se pur in difficoltà e’ capace di dare un suo contributo: la realtà agricola e vitivinicola della città e il lavoro delle aziende che ancora oggi la rendono viva.
Il vino ha segnato il paesaggio, l’economia e i commerci di Brindisi sin dai tempi dei messapi e dei romani. Il porto, gli stabilimenti enologici di cui erano piene le più importanti strade di accesso alla città e le fabbriche di botti raccontano una città nella quale agricoltura, artigianato e attività commerciali erano strettamente collegati. Tra Ottocento e Novecento, attorno al vino lavoravano produttori, bottai, trasportatori, commercianti e maestranze specializzate. Una parte importante della vita cittadina dipendeva da questa economia.
La DOC Brindisi riconosciuta per i vitigni e i vini dell’agro brindisino ha dato a tale vocazione una precisa identità produttiva e territoriale. Le cantine che hanno continuato a operare, insieme a quelle nate successivamente, ne hanno raccolto l’eredità, investendo nella qualità, nei vitigni locali, nel biologico e nell’accoglienza. Delle città capoluogo di provincia Brindisi è quella che ha più storia, imprese e produzione di vino.
A tutto questo non ha corrisposto un’adeguata consapevolezza e continuità dell’impegno pubblico. La politica e le istituzioni devono prenderne atto. Autocriticamente, per questa sottovalutazione, riconosco anche le mie responsabilità politiche passate.
In più occasioni, compresa la candidatura a città della cultura, è stata avanzata la proposta di realizzare un’enoteca regionale in un luogo storico della città: uno spazio di conoscenza, promozione e incontro tra produttori, cittadini e visitatori. Occorre darle una prospettiva concreta, individuando sede, modalità di gestione e sostenibilità economica. Anche la partecipazione di Brindisi all’associazione nazionale “Città del Vino” dovrebbe diventare un impegno continuativo, capace di produrre iniziative e relazioni.
Nel frattempo le imprese mantengono i vigneti, curano il paesaggio, investono nelle cantine e cercano nuovi clienti. Affrontano quotidianamente le difficoltà dei mercati, i costi di produzione e gli effetti del clima. Aprono le proprie porte ai visitatori e costruiscono occasioni di incontro con il territorio.
Da produttore conosco questa fatica e la necessità di ripensare organizzazione, produzioni e mercati. Il settore vitivinicolo a Brindisi come in Italia e nel mondo e’ in crisi e ha bisogno di interventi per ripensarlo e per dargli un futuro. Un vigneto che scompare o una cantina che chiude rappresentano una perdita economica, occupazionale, ambientale e culturale.
Per le crisi industriali, per il porto e l’aeroporto si chiedono giustamente attenzione politica, tavoli di confronto e interventi regionali e nazionali. La stessa responsabilità deve valere per l’agricoltura, la vitivinicoltura e l’olivicoltura. Le difficoltà delle aziende, dei lavoratori e delle famiglie agricole meritano ascolto anche quando fanno meno rumore.
Questa consapevolezza deve entrare anche nelle politiche turistiche. Brindisi può costruire un’offerta che colleghi il centro storico e il porto alla campagna, ai vigneti, alle cantine e al tratto terminale dell’Appia. Può offrire esperienze nelle quali la storia si incontra attraverso luoghi, persone e vini.
Servono però collegamenti, informazioni, segnaletica, itinerari prenotabili e collaborazione tra produttori, strutture ricettive, guide e operatori turistici. Il vino potrebbe e dovrebbe entrare stabilmente nella promozione della città e nella programmazione del suo sviluppo.
Una responsabilità importante riguarda poi ristoratori, enotecari e vinerie. Chi visita Brindisi dovrebbe poter conoscere e assaggiare i vini del territorio: trovarli nelle carte, sceglierli al calice, incontrare personale capace di raccontarli. Rapporti più stretti con le cantine possono inoltre favorire visite e degustazioni, arricchendo l’esperienza degli ospiti.
Ai produttori spetta garantire e migliorare la qualità, comprendere i nuovi gusti e proporre vini capaci di competere. Quando questa qualità c’è, deve trovare nei locali della propria città interlocutori attenti. Promuovere la cucina e l’ospitalità brindisina significa anche dare spazio ai vini che questa terra produce.
“Appia Wine Road” nasce dalla volontà delle cantine brindisine di collaborare, unire vino, territorio e storia e costruire un’offerta comune. È un’assunzione di responsabilità delle imprese che chiede attenzione e collaborazione pubblica. Valorizzare l’Appia deve significare anche prendersi cura delle attività agricole, dei paesaggi e delle comunità che ne accompagnano il percorso.
Al Comune, alla Regione e agli enti competenti vanno chiesti dunque impegni verificabili: un confronto operativo con le aziende vitivinicole; una decisione sulla proposta dell’enoteca regionale; una partecipazione attiva a “Città del Vino”; l’inserimento delle cantine e degli itinerari rurali nell’offerta turistica e crocieristica; iniziative condivise con ristorazione e commercio; attenzione alle difficoltà produttive e finanziarie del settore.
Gli annunci e le dichiarazioni d’occasione hanno già occupato troppo spazio. Bisogna passare alle proposte e alla operatività.
Questo mio intervento vuole essere un contributo per costruire consapevolezza e sollecitare un impegno comune. Le aziende devono migliorare e collaborare; chi opera nell’accoglienza deve contribuire a far conoscere il territorio; le istituzioni devono riconoscere il valore del settore e creare condizioni favorevoli al suo sviluppo.
Brindisi ha una storia del vino e imprese che lavorano per darle ancora futuro. Continuare a trascurarle significa impoverire le possibilità di un nuovo sviluppo della città.
Carmine Dipietrangelo
Tenute Lu Spada
