September 23, 2026

L’algoritmo ci conosce. Forse troppo

Pensiamo di scegliere ciò che guardiamo sui social. Ma sempre più spesso qualcuno ha già scelto cosa mostrarci. E lo ha fatto conoscendo gusti, debolezze e abitudini che noi stessi faticheremmo a elencare.

La giornata comincia spesso prima ancora di alzarsi dal letto. Una mano cerca il telefono, lo schermo si accende e in pochi secondi siamo dentro Instagram, Facebook, TikTok, X. Scorriamo. Un video, una notizia, una fotografia, una polemica, una pubblicità. Poi un’altra. E un’altra ancora.

Abbiamo la sensazione di essere noi a decidere.

In realtà, decidiamo dentro una selezione che qualcun altro ha già preparato per noi.

Non c’è necessariamente una persona dietro quella scelta. C’è un sistema che osserva continuamente quello che facciamo: quanto tempo restiamo davanti a un video, quali fotografie ingrandiamo, dove interrompiamo lo scorrimento, quali contenuti ignoriamo, cosa commentiamo, cosa condividiamo. Persino ciò che non approviamo apertamente può diventare un’informazione utile.

Il punto non è più soltanto che i social conoscano i nostri gusti. È che imparano progressivamente come catturare la nostra attenzione.

Se ci fermiamo davanti a tre video di cucina, ne arriverà un quarto. Se guardiamo contenuti sul calcio, il calcio aumenterà. Se indugiamo su una polemica politica, ne compariranno altre. Se una storia ci indigna e proprio per questo continuiamo a leggerla, il sistema registra soprattutto una cosa: siamo rimasti lì.

All’algoritmo non interessa necessariamente sapere se qualcosa ci piace. Gli interessa sapere se funziona su di noi.

Ed è qui che cambia tutto.

Perché il nostro rapporto con i social non assomiglia più a quello che avevamo con un giornale, una televisione o una radio. Il quotidiano stampava la stessa prima pagina per migliaia di lettori. Il telegiornale trasmetteva le stesse notizie a milioni di persone. Oggi ciascuno possiede una propria prima pagina, costruita minuto dopo minuto intorno a lui.

È qui che prende forma quella che potremmo chiamare algoritmocrazia: un ambiente nel quale ciò che vediamo non nasce soltanto dalle nostre scelte, ma anche da sistemi automatici che selezionano, ordinano e ripropongono contenuti sulla base dei nostri comportamenti.

Due persone sedute allo stesso tavolo possono aprire lo stesso social network e trovarsi davanti due mondi completamente diversi.

Uno vedrà guerre, l’altro ricette. Uno immigrati che delinquono, l’altro storie di integrazione. Uno contenuti che dipingono una città come invivibile, l’altro fotografie della stessa città piena di bellezza. Uno leggerà cento commenti contro qualcosa e penserà che «la pensano tutti così». L’altro avrà esattamente la sensazione opposta.

Entrambi finiranno facilmente per confondere la propria bacheca con la realtà.

È forse questo il passaggio più delicato.

Una volta eravamo consapevoli che scegliere un giornale significava scegliere anche un certo modo di guardare il mondo. Oggi quella mediazione è molto meno visibile. Non scegliamo il direttore del nostro feed. Non conosciamo il criterio con cui una notizia arriva in cima e un’altra scompare. Vediamo semplicemente uno schermo e pensiamo che ciò che appare sia ciò che sta accadendo.

Ma il mondo non è il nostro feed.

E soprattutto il feed non è neutrale.

Non perché esista necessariamente qualcuno che ogni mattina decida cosa dobbiamo pensare. Il meccanismo è insieme più semplice e più sofisticato: mostrare ciò che ha maggiori probabilità di trattenerci.

Per questo spesso vincono le emozioni più immediate. La rabbia trattiene. Lo scontro trattiene. La curiosità trattiene. L’indignazione trattiene. Una frase estrema può ottenere più spazio di un ragionamento complesso semplicemente perché provoca più reazioni.

Così cambiamo anche noi.

Cominciamo a scrivere pensando a ciò che funzionerà. Fotografiamo pensando al post. Misuriamo una battuta attraverso i like. Cancelliamo un contenuto perché ha raccolto poche interazioni. Guardiamo quante persone hanno visto una storia. Ci chiediamo perché una fotografia abbia avuto successo e un’altra no.

A poco a poco non siamo soltanto utenti osservati dall’algoritmo: impariamo ad adattarci all’algoritmo.

Ed è forse qui che l’algoritmocrazia diventa ancora più evidente: non riguarda soltanto ciò che il sistema sceglie di mostrarci, ma anche il modo in cui noi stessi cominciamo a cambiare per ottenere attenzione.

E questa è forse la parte più interessante della questione.

Crediamo che il social stia imparando chi siamo, mentre anche noi impariamo, spesso inconsapevolmente, che cosa dobbiamo diventare per essere premiati dal social.

Più sintetici. Più netti. Più provocatori. Più fotografabili. Più immediati.

Persino la vita quotidiana rischia di assumere questa grammatica. Un concerto non è ancora finito e qualcuno controlla quante visualizzazioni abbia avuto il video. Una cena viene interrotta per fotografare il piatto. Durante un viaggio il pensiero corre all’inquadratura. Un momento felice sembra quasi aver bisogno della certificazione degli altri per diventare davvero tale.

Non è una condanna della tecnologia. Sarebbe troppo facile.

I social ci hanno dato opportunità enormi: permettono di mantenere rapporti, conoscere persone, diffondere informazioni, trovare comunità, lavorare, promuovere idee e iniziative, scoprire cose che probabilmente non avremmo mai incontrato.

Il problema comincia quando dimentichiamo il meccanismo.

Quando pensiamo di stare semplicemente guardando il mondo mentre qualcuno – o meglio qualcosa – sta continuamente decidendo quale porzione di mondo mostrarci.

C’è allora una piccola domanda che potremmo farci ogni tanto mentre scorriamo lo schermo: perché sto vedendo proprio questo?

Non «è vero?» soltanto.

Non «mi piace?».

Ma: perché è arrivato davanti ai miei occhi?

Forse perché l’ho cercato. Forse perché interessa ai miei amici. Forse perché è davvero importante.

Oppure perché ieri mi sono fermato tre secondi più del solito davanti a qualcosa di simile.

Tre secondi sembrano niente.

Per un algoritmo possono essere già una risposta.

E forse è proprio da quei tre secondi che, ogni giorno, comincia la nostra personale algoritmocrazia.

Comments are closed.